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21 dicembre 2007

Nel Ventre del Dragone: Intervista a Marco Lupis

 

D: La notizia di questi giorni è il viaggio in Europa del Dalai Lama e la frenesia spasmodica della Cina nel frenare la solidarietà al leader religioso. E’ una questione che sta toccando anche i vertici centrali del Partito? E soprattutto perché tanta paura per una questione, come l’autonomia tibetana che sembra essere chiusa?


LUPIS: La “forza” del regime capital-comunista cinese si basa essenzialmente sull'unità e sull'integrità territoriale. E sulla eliminazione sistematica del dissenso. Per questo la questione di una eventuale, e sempre aborritissima da parte di Pechino, indipendenza del Tibet, resta improponibile. “Aprire” alle richieste degli indipendentisti tibetani sarebbe impensabile  pericolosissimo per i burocrati al potere in Cina, in primis perché “innescherebbe” inevitabilmente un effetto “emulazione” da parte di molti altri territori, prima fra tutti la minoranza di religione islamica, gli Uiguri, che da decenni si “agitano” inascoltati da Pechino e dal Mondo intero e sempre ferocemente repressi dal Governo centrale.

 

D: Moratoria contro la pena di morte in sede Onu e boicottaggio contro Pechino 2008 per i diritti umani. Quale sarà l’atteggiamento della Cina verso queste due iniziative e quali le conseguenze sui diritti umani stessi?

 
LUPIS: Probabilmente nessuno. La pena di morte è un'idea acquisita e accettata dalla pressoché totale popolazione in Cina. Bisogna sempre ricordare che taluni istanze etiche, morali e filosofiche che per noi occidentali sono ormai più che scontate, non lo sono per gli asiatici e per i cinesi in particolare. Cesare Beccaria, per esempio, non è che sia tanto noto o popolare in Cina...

D: La questione birmana è ancora aperta ma la Cina ha chiuso ogni forma di dialogo in questo senso. C’è da aspettarsi sempre maggiore freddezza con gli Usa anch’essi interessati all’area per ciò come per altro?

 
LUPIS: Personalmente dubito assai che gli Usa si coinvolgano seriamente nella difesa della democrazia in Birmania. Non mi risulta infatti che da quelle parti ci siano grandi giacimenti petroliferi o interessanti e lucrosi “affari” per la famiglia Bush...! Scherzi a parte (ma non troppo) credo di poter dire con ragionevole certezza che l'interesse americano nella vicenda birmana sia essenzialmente un “coup de theatre”, niente di più. Ovvio e logico che Pechino non voglia sentir parlare di “questione birmana”. Parlarne significherebbe, come logica conseguenza, dover poi fare “pulizia in casa propria” .... E la democrazia, almeno come la intendiamo noi occidentali, è una cosa che è ancora molto meglio non nominare in Cina.


D: L’imperativo di Hu Jintao è “crescita armoniosa e controllata”. Ovvero il gigante economico-commerciale vuole frenarsi o fa pretattica?


LUPIS: Ne' l'una ne' l'altra. E' una di quelle formule che piacciono tanti ai burocrati di Pechino come l' “Arricchirsi è glorioso” di Deng Xiaoping…Insomma pura e semplice propaganda.

 
D: Piccola ricchezza e grande periferia. A cosa potrà portare a lungo andare questa incredibile disparità fra grandi megalopoli e piccole città, centri e periferie, industrie ed agricoltura, soprattutto con la gente che prenderà consapevolezza sul suo sfruttamento?


LUPIS: La Cina come la vediamo noi dalla nostra “lontananza” di occidentali non corrisponde assolutamente alla Cina reale. La sperequazione tra la fascia costiera fortemente inurbata che comprende megalopoli come Shanghai, o Shenzen o Hong Kong non ha niente a che fare come le sterminate regioni della Cina interna, tutt'ora poverissime ed afflitte da un grado di generale arretratezza che è difficile persino immaginare, con i nostri “occhi” occidentali. Ci vorrà ancora tanto, tantissimo tempo perché le centinaia di milioni di cinesi che vivono nelle "profondità" della

Cina interna, prendano coscienza di tante cose che a noi sembrano ovvie.


D: Poca libertà di espressione, pochissima libertà di dissentimento su internet, nella cultura e nell’opinione in generale…ma ai cinesi ciò in fondo non interessa tanto. E’ vero oppure è solo un modo per sopportare l’impossibilità di contrastare il potere centrale?


LUPIS: E' verissimo. Come ho detto sopra, bisogna sempre ricordarsi che molti dei concetti sui quali si basano la nostra cultura e la nostra civiltà occidentali non sono per nulla scontati per i cinesi. Il concetto di democrazia, per esempio, specialmente con quella implicazioni di “sacralità” che costituisce uno dei capisaldi della nostra civiltà, non è altrettanto scontato per i cinesi ( e gli asiatici in generale). Basti pensare , per esempio, a Singapore, e alla sua “terza via” per lo sviluppo, che funziona benissimo, ma che si può riassumere in una frase: “Capitalismo esasperato, ma senza democrazia”.

Marco Lupis è stato corrispondente dall’Estremo Oriente e soprattutto da Hong Kong, collaborando per diverse riviste e quotidiani (Panorama, Il Tempo, Corriere della Sera, L’Espresso e La Repubblica) e per la RAI (Mixer, Format, TG1 e TG2). Fra i pochi giornalisti a seguire la dichiarazione di indipendenza in Timo Est e ad aver intervistato Aung San Suu Kyi, denunciando le violazioni dei diritti umani in Asia, i suoi reportages sono stati pubblicati da quotidiani spagnoli ed americani. 




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