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Diario


25 ottobre 2010

Le mezze verità di Marchionne

 

Quando Sergio Marchionne, oggi contestato da tutti gli italiani che sono tali solo quando gli conviene ed acclamato da tutti i soloni dell’alta finanza, parla dell’Italia come palla al piede della Fiat dice solo una metà della verità, non quella intera, più sconveniente. Marchionne ci dice che l’Italia non garantisce ricavi ma solo perdite ma dovrebbe chiedersi se ha investito allo stesso modo che in Brasile, Messico, Argentina, India, dove non ci sono “fabbriche” ma veri e propri distretti produttivi e commerciali e si fa marketing, promozione, ricerca scientifica e non solo produzione minima, dove da tempo sono state messe sul mercato le auto a biodiesel ed idrogeno che qui sono una chimera. Ci dice che in Italia non ha ricevuto incentivi e finanziamenti, ma li ha ricevuti negli anni scorsi e questa è una prerogativa solo italiana e non di certo americana. Ci dice che gli incentivi alla fine hanno favorito la concorrenza, ma forse è un ammissione della scarsa competitività Fiat che ha prodotto in questi anni solo due modelli di riconosciuto successo internazionale (la Punto e la Panda oltre alla nuova 500, modello comunque troppo piccolo per il grande mercato), dopo anni di pessime idee, senza produrre ancora un SUV, né creare progetti con maggiore affidabilità e risparmio. Ci dice che i sindacati lo osteggiano e che i salari sono alti, ma non pensa che molto presto tutto ciò accadrà anche in Polonia, Brasile ed Argentina dove non saranno disposti ad accontentarsi del lavoro, ma aumenteranno le pretese sindacali ed operaie (e dove comunque non esistono ammortizzatori sociali forti a copertura delle aziende). Ed allora cosa succederà? Marchionne pensa che basterà trovare un altro Brasile in Asia o Africa? Non ci dice il perché della scelta di separare Fiat auto dai veicoli commerciali e dai camion (un settore tradizionalmente forte in Italia), segno che una metà della barca sta già andando via, lasciando affondare, né il perché di una scarsa sinergia con una classe operaia che è sempre stata critica ma laboriosa e neppure perché in tempo di crisi e sobrietà continua ad essere il manager più pagato al mondo. E’ sicuro però che quando sarà finito il tempo delle fusioni e della crisi e delle relative speculazioni finanziarie ed anche gli Usa guarderanno alle proprie aziende con autosufficienza, la Fiat si ritroverà senza identità, più sola e meno ricca e non so Marchionne potrà proseguire a fare l’americano alla Sordi che rifiutava gli spaghetti per il panino con la mostarda, salvo ricredersi.

Il Paroliere


30 giugno 2009

Il canto del cigno di Nestor e Cristina

 

Il canto del cigno di Nestor e Cristina

 

L’Argentina volta le spalle ai Kirchner nelle elezioni legislative che proprio la Presidente Cristina Fernandez aveva voluto prima della normale scadenza ad ottobre, sicura di poter ottenere ancora un buon consenso per poter affrontare la difficile crisi nella seconda parte dell’anno. La sconfitta del Frente per la Victoria (il Partido Justicialista con i suoi alleati) invece è andata al di là delle attese proporzioni. Se a Buenos Aires la disfatta era comunque prevedibile, più inatteso è stato il tracollo del partito di governo nei distretti tradizionalmente favorevoli, da Cordoba a Santa Fe, da Mendoza fino a Santa Cruz, feudo di Cristina e Nestor Kirchner, ma soprattutto il governo ha perso la maggioranza sia alla Camera (115 seggi contro 142 delle opposizioni), che al Senato (34 seggi contro i 24 seggi della Coalición Civica della sinistra dissidente di Elisa Carriò ed i 14 della destra liberal-peronista dell’Union Pro). Nel distretto provinciale di Buenos Aires Nestor Kirchner era sceso in campo in prima persona, sfidando Francisco De Narvaez, pupillo del governatore Mauricio Macri ed ha perso di circa 2,5 punti contro l’imprenditore di origine colombiana. Nella città di Buenos Aires il bilancio è stato ancora più amaro per il candidatooficialista Heller, finito quarto dietro a Gabriella Michetti dell’Union Pro ed addirittura al regista Pino Solanas candidato indipendente della lista Proyecto Sur, suffragato con un sorprendente 24% dagli elettoribonaerensi . A Cordoba l’ex sindaco Luis Juez ha vinto la corsa al Senato, mentre il seggio senatoriale di Santa Fe è andato all’ex pilota e punta di diamante della destra moderata Carlos Reutemann che ha sconfitto il socialista Ruben Giustiniani al fotofinish. I veri vincitori di queste elezioni sono però essenzialmente due: Mauricio Macri, sempre più eminenza grigia dell’opposizione e Julio Cobos vicepresidente, eroe degli agricoltori dopo aver affossato la riforma agraria governativa, vincitore nel distretto di Mendoza con il 48% e fra i papabili per la futura presidenza. E’ difficile dire se le opposizioni ancora troppo disunite riusciranno a trovare un punto comune o proseguiranno nella disputa sull’eredità di Perón, ma queste elezioni confermano che Cristina non ha né la fama né la capacità, né tanto meno gli aiuti internazionali che fecero la fortuna di suo marito. Troppi gli errori della Presidente: dalle forzature sulla riforma agraria alla difficile gestione della crisi dell’industria fino all’esponenziale aumento dei prezzi ed alle cadute di stile, come le spese pazze per vestiti, oggetti di lusso ed aerei privati in piena recessione. D’altronde lo si è visto già dopo la sconfitta. Nestor si è dimesso da presidente del PJ, mentre Cristina divagando sul virus HN1 e sulla recessione, si è felicitata con tutti i nuovi rappresentanti del popolo…C’è chi ora paragona il governo di Cristina a quello di Allende, votato alla statalizzazione (dai Fondi pensione alle Aerolineas Argentinas, ma ora i piani cambieranno), al continuo ingrossamento del debito statale ed ora sotto scacco delle opposizioni. Un film già visto che gli argentini vorrebbero bloccare prima, ma non si sa come e con chi.   

Angelo M. D'Addesio
Pubblicato su www.legnostorto.com

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