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"NOI VI DIAMO LA PAROLA, VOI CI RACCONTATE IL MONDO".


Diario


4 novembre 2010

Veri vincitori e finti perdenti

“Colpa mia” è una frase che non sentiremo mai, rassegnatevi, nel panorama politico italiano, né da Berlusconi, né da nessun altro. E forse sarebbe bene se Obama imparasse un po’ più dallo stile italiano, visto che l’unica vera colpa del presidente è aver ceduto troppo ai democratici chic, quelli che Hillary chiama “bambine dai riccioli d’oro” che non erano mai contenti ma che sono ben rappresentati da lei e dall’ala perbenista del partito, vicina alle lobbies, individualista, appiattita, in alcuni stati, perfino sulle posizioni dei repubblicani, tanto che nel GOP oggi sussistono due anime che mal si sopportano. In queste elezioni si è vista tutta l’inesperienza e la buona fede di Obama nel gioco sporco che riguarda Camera e Senato. In questo gioco ci sono personaggi come Karl Rove, il vero vincitore, colui che ha gettato scompiglio prima nel GOP, poi nel paese, lanciando il Tea Party, ovvero tanti burattini fra cui poche menti intelligenti, Marco Rubio per esempio, con un solo facile compito: demolire la figura di Obama utilizzando naturalmente temi terribilmente seri (nulla a che vedere con Ruby e barzellette sui gay) che sono poi anche le debolezze democratiche ovvero l’aumento di tasse e spesa federale, il malcontento per l’immigrazione, la disoccupazione. Prima ricompattare il partito, poi imporgli un leader (Mitch Daniels  che appartiene proprio alla scuderia di Ron Paul che ha fatto eleggere il figlio Rand ed alla mente fine di Rove o Jeb Bush). I democratici sono già pentiti della svolta anti-petrolio, temevano la riforma di Wall Street e sono già divisi in lobby in prospettiva del 2012 da quella che vedrebbe bene un tandem inverso Hillary-Obama, a chi manda avanti Andrew Cuomo, a chi propone soluzioni più popolari come Edwards o addirittura opterebbe per un indipendente come Bloomberg. Tutti rivali, tutti accusatori ma in realtà più perdenti di Obama. La prossima vittima (o l'ennesimo traditore) sarà Rahm Emanuel nelle elezioni a sindaco di Chicago. Insomma il presidente tende la mano ai repubblicani e potrebbe trovare più amici lì, Rove escluso. Obama è già sulla graticola e potrebbe non essere tutta colpa sua e forse sarebbe stato meglio non dirlo.


3 novembre 2010

Le tre piaghe di Obama

 

La scontata sconfitta di Barack Obama negli Usa, sia alla Camera che al Senato (i dem tengono solo grazie a candidati che hanno preso fortemente le distanze dal presidente) rispecchia fedelmente lo scenario italiano. Ma come è possibile, direte voi, ma se noi abbiamo avuto per venti anni lo stesso presidente ed un’emorragia di partiti? Semplice, la sconfitta di Obama è frutto di elementi: la crisi, l’assenza di un partito, il deboscio culturale e queste sono caratteristiche ancora limitate nello scenario americano rispetto all’Italia. Obama perde perché non sa gestire la crisi e questo significa e non per carenza di genialità economica, ma semplicemente perché ha scelto la strada più difficile, quella sociale invece di buttarsi a capofitto, come stanno facendo i vari Tremonti e Brunetta, ai tagli di soldi e risorse umane, al condono verso i ricchi imbroglioni che portano capitale, aiutare le lobbies amiche ed ostentare ottimismo (ovvero mai parlare di crisi) e se questo funziona in un paese senza mercato, figuriamoci negli Usa…In secondo luogo Obama è solo. Ha vinto lui solo ed ha trascinato i democratici, ma quando doveva accadere il contrario in tanti lo hanno mollato. Un po’ come capitò a Prodi, un po’ come capiterà a qualunque leader di sinistra, sopraffatto dall’invidia o dall’indifferenza dei suoi vicini. E’ un leader orfano mentre i repubblicani hanno perso un leader ma non hanno mai perso un partito che infatti è rinato dall’ala più dura. Infine il deboscio, rappresentato dall’ascesa del Tea Party, un misto di ignoranza, populismo, razzismo, bigottismo che è un pericolo anche per il GOP, ma pagherà sempre di più. E’ un po’ come il fenomeno Lega da noi, supportato da gente delusa da tasse, insicurezza e con la voglia di protestare e dare la colpa a qualcuno, inventandosi le solite favole: dai bombardamenti alla Mecca all’immigrazione pericolosa e se riesce bene in un paese che ha costruito la propria fortuna sugli immigrati…


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10 ottobre 2009

I nostri Premi Nobel per la Pace. Veri e non privilegiati

I nostri Premi Nobel per la Pace. Veri e non privilegiati

 

I nostri premi Nobel per la Pace sono altri e non hanno, non dovrebbero avere mai nomi altisonanti. Purtroppo anche il Premio Nobel per la Pace è diventato un club esclusivo fatto da presidenti, ex presidenti, uomini importanti che dopo carriere o mezze carriere ricche di soldi e successo, hanno scoperto il sociale. E’ questo il vero motivo che ci porta a giudicare in modo poco orgoglioso il premio ad Obama oltre al fatto scontato che nessuno è il migliore prima di averlo dimostrato. I migliori del presente c’erano ma ci sarebbe voluto anche tanto coraggio da parte dei membri dell’Accademia del Re di Svezia e soprattutto tanti occhi per poter vedere in quei minuscoli posti dove si consumano tragedie e si affermano eroismi. I membri dell’equipaggio della Cap Anamur ad esempio, colpevoli di aver traghettato in barba alla burocrazia ed all’egoismo (e razzismo) dei giorni nostri 37 migranti dispersi nel Canale di Sicilia, per questo imputati e per questo assolti. Forse un premio seppur simbolico ma importante si poteva dare a quei giovani iraniani chiusi nelle prigioni, malmenati dai Pasdaran in motocicletta nella lunga stagione elettorale di Teheran. Oppure al giovane avvocato difensore dei ceceni Stas Markelov, alla giovane giornalista Anastasia Baburova, alla giornalista Natalia Estemirova. Non ce ne voglia Obama, ma stavolta nel club dei potenti che vincono sempre per non scontentare altri potenti c’è anche lui, ma non c’è ragione di un Premio Nobel per la Pace, senza il suo vero profondo significato che è nel diritto e nella libertà.

 

Il Paroliere.

 


23 settembre 2009

Russia-Usa: E’scoppiata la pace?

Russia-Usa: E’scoppiata la pace?

 

Con Antonella Scott, corrispondente dalla Russia per Il Sole 24 Ore, parliamo dei rapporti Usa-Russia, delle nuove strategie di Obama e degli scenari interni russi.

 

D. E’ scoppiata la pace fra Russia ed Usa, alla luce delle duplici rinunce di scudo missilistico e di congelamento dei missili a Kaliningrad…Perché questo cambio di rotta ed a chi giova?

 

S. Penso che, purtroppo, dire “è scoppiata la pace tra Russia e Usa” sia un po’ prematuro. Quello che sta avvenendo è un graduale miglioramento del clima, partito dal rilancio del negoziato sulla riduzione delle testate nucleari. La rinuncia dell’amministrazione Obama allo scudo missilistico è indubbiamente un grosso passo in avanti: per Mosca, che considerava l’installazione di missili e radar in Polonia e Repubblica Ceca una minaccia alla propria sicurezza, è soprattutto la prova che questa Casa Bianca è più disposta ad ascoltare il punto di vista dei russi. E’ la condizione necessaria per un reale avvicinamento, ma lo scenario nasconde ancora mille possibili insidie. Non è detto che le soluzioni alternative che gli americani proporranno per contrastare il programma nucleare iraniano trovino in tutto l’accordo di Mosca. E proprio oggi (lunedì 21 settembre) il capo di stato maggiore russo Makarov ha chiarito che il congelamento dei missili a Kaliningrad non è ancora stato formalizzato: un segno che nulla è da dare per scontato.

 

D. Le nuove mosse di Barack Obama, oltre ai rapporti diretti con la Russia possono concretamente cambiare le posizioni del Cremlino su Iran, Corea del Nord anche in sede Onu?

 

S. Gli americani ripetono che le loro decisioni sullo scudo missilistico non sono influenzate dalla Russia: ma è chiaro che il desiderio di migliorare i rapporti con Mosca ha avuto un peso fondamentale. La cooperazione tra Russia e Stati Uniti sul fronte nordcoreano funziona: quella è una minaccia percepita come reale dai russi, che la vivono ai propri confini. Ma il vero obiettivo di Washington è ottenere la cooperazione russa sul fronte iraniano: questa non è affatto scontata. Il rapporto con l’Iran sottintende per Mosca interessi troppo forti, dall’energia agli armamenti. E se in un futuro Teheran e Washington si riavvicinassero, l’ipotetica alleanza ridimensionerebbe l’importanza dei russi come fornitori di gas, riporterebbe gli Stati Uniti in un’area di interesse strategico per la Russia. Credo che il Cremlino farebbe di tutto per evitarlo.  

 

D. Come potrà influire questo accordo nello scenario caucasico ed in particolare nella continua crisi in Georgia e sul “lasciapassare” russo per l’ingresso dell’Ucraina nella NATO?

 

I rapporti con Georgia e Ucraina sono l’altro nodo difficile, oltre all’Iran, nel rapporto Usa-Russia: anch’essi vanno a toccare la questione delle zone di influenza. Il via libera russo all’ingresso di Georgia e Ucraina nella Nato è un’ipotesi impensabile, per Mosca sarebbe come farsi accerchiare. Altrettanto impensabile un’ammissione degli Stati Uniti che quella è “terra russa”: il miglioramento dei rapporti in atto, tuttavia, potrebbe permettere una maggiore comprensione reciproca, la possibilità di confrontarsi ed evitare situazioni esplosive. Potremmo chiederci: la guerra nel Caucaso dell’agosto scorso sarebbe avvenuta se Washington e Mosca fossero state più vicine?

 

D. Dal caso Politkovskaia a Gheddafi fino agli Usa. In questi mesi è salito in cattedra Medvedev mentre la linea di Putin sul piano interno ed estero è stata ridimensionata…E’ solo uno scontato gioco di equilibri o sta cambiando realmente qualcosa nelle gerarchie interne del paese?

 

S. La domanda sui rapporti tra Putin e Medvedev è davvero da cento milioni di dollari! In Russia gli osservatori politici sono già scatenati a immaginare tutti gli scenari possibili, mentre i diretti interessati si affannano a giurare che il loro rapporto è solido come la roccia. Io credo che la verità non sia lontana: la vera lotta è tra i due schieramenti, quelli che chiamano i”siloviki”, gli uomini dei servizi e dei ministeri “della forza” – Interni, Difesa – e lo schieramento liberale che appoggia Medvedev, i “civiliki”, gli uomini “del diritto”. Non credo che Medvedev, se volesse, avrebbe ora la forza di contrastare Putin e stare in piedi da solo...mi sembra più probabile l’ipotesi del gioco di equilibri. A Putin la parte del pugno duro, a Medvedev quella del riformatore liberale: insieme, tengono sotto controllo ogni schieramento. L’interrogativo è: quanto può durare? I “duumvirati” non hanno mai avuto fortuna in Russia.

 

D. Ci stiamo avvicinando all’inverno. Dobbiamo aspettarci un ennesimo braccio di ferro energetico e nuovi ultimatum fra la Russia e l’Unione Europea?

 

S. L’annuale guerra del gas tra Russia e Ucraina ha tutti i presupposti di ripetersi quest’anno...con una variante decisiva. In gennaio in Ucraina si vota per rinnovare il presidente. Viktor Yuschenko, l’ipotesi più sgradita a Mosca, sembra condannato dai sondaggi. E’ certo che i russi manovreranno per avere qualcuno che riporti l’Ucraina all’ubbidienza....e certo non disdegneranno l’arma del gas, se dovesse servire. L’Unione Europea subirà le conseguenze, anche se dovrebbe essere meglio preparata...per esperienza.

 

D. Si è detto di un ruolo diplomatico rilevante dell’Italia nella ricucitura dei rapporti fra Mosca e Washington. E’ realmente così e soprattutto qual è la considerazione russa dell’Italia: siamo più utili partner o più affezionati clienti?

 

S.  “Utili clienti”? E’ una battuta…Temo che in diplomazia i rapporti si basino sull’interesse strategico, lasciando poco spazio all’affetto...Ma l’Italia è stata un punto di riferimento importante per Mosca anche nei momenti di maggiore isolamento, in particolare durante la guerra in Georgia.

 

 


18 agosto 2009

Obama ed il prezzo dei poteri forti

Obama ed il prezzo dei poteri forti

 

Il sogno si scontra con l’amara realtà. A quasi sette mesi dal suo insediamento Barack Obama sta imparando la dura lezione che ha sempre contraddistinto i leader mondiali e che da noi è diventava famosa con la frase di Andreotti: “Il potere logora chi non ce l’ha”. Il vero potere, infatti, non è nella nomina di un giudice ispanico alla Corte Suprema, di elementi alternativi ed originali alla CIA come nell’esercito o nell’amministrazione, ma riuscire a stare con i poteri forti senza dare l’impressione alle classi deboli di averle abbandonate. E’ l’arte pura e crudele della politica ed è la regola che, soprattutto in questi tempi di crisi hanno adottato i capi del governo in Italia, in Francia, in Germania…Chi, come Obama, ha preferito partire dal basso, ora sconta la lontananza dai potentati economici e finanziari (che pure hanno ottenuto salvataggi a go-go), è guardato sottecchi dalle grandi multinazionali del petrolio, per la sua smania verde e per i suoi contatti con altri paesi produttori oltre a quelli standard, e da quelle sanitarie. Inoltre la sua strategia di lento abbandono della guerra lo ha inimicato alle industrie che sulla guerra campano e bene anche. Morale della favola, l’ascesa di Obama rischia di essere fermata già dal suo partito, un po’ come è capitato a Zapatero in Spagna, a Brown falcidiato dalle schifezze dei suoi ministri ed un po’ come è capitato alla sinistra italiana, allontanatasi dai quartieri bassi senza riuscire a convincere quelli alti. Ora tocca ad Obama tenersi stretto il popolo ed andare contro tutto e tutti, perché negli Usa, a differenza che in Europa, è ancora il popolo che vota, ma se molla soltanto un po’, come sembra stia facendo, la stessa rischia di rabbuiarsi già dopo un solo anno. 

 

Il Paroliere


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10 luglio 2009

Earthquake Party

Earthquake Party

 

“Earthquake Party” oppure “Terror at 3.00 am o meglio un banale ma semplice “L’Aquila ferita” o magari perché non aspettare la ricostruzione e girare “L’Aquila rinata”? Abbiamo suggerito qualche titolo a George Clooney, perché anche lui fa parte dello star system sismico, quello che ora trova qualunque idea originale per farsi intervistare o riprendere vicino alle macerie e mettere un sasso di beneficenza con un film, una donazione, una canzone, una semplice presenza. Chi contestava il premier per aver trasformato il G8 in una sorta di Hollywood Party, potrà continuare a prendersela con lui, ma non potrà dimenticare che tutti hanno fatto la loro parte. Tre giorni a 3 km dalle rovine e non sentirli: banchetti, conferenze stampa, foto di gruppo, sorrisi, chiacchiere da salotto, la solita passerella di first lady, accompagnate da Gelmini e Carfagna, tutte costrette ad un surplus di falso interessamento su bambini e famiglie disagiate, classico esempio di denigrazione e limitazione femminile (Merkel esclusa) e poi promesse, scadenze, intervallate a dissertazioni su clima, su economia, su politica internazionale, mentre gli aquilani pensano al freddo novembre ed al lavoro ed alla scuola perduti. E poi tutto il gran soiree si sposta a Roma, dove si prosegue con cene e sonni tranquilli, lontani da scosse intermittenti. Solo Carla Brunì è mancata all’appello: pudico buonsenso o terrore della polvere? Ma è solo l’inizio, sarà un’estate piena. Già ora i giornalisti di Vanity Fair, Chi, Dippiù Tv sono lì a filmare e fotografare la Miseria e la Nobiltà. Forse Clooney potrebbe ispirarsi già a loro. Ha già abbandonato l’Africa, meglio l’Aquila, si può fare la pausa Martini.  

 

Il Paroliere   

 


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9 luglio 2009

Il G8 per l’Africa? No per noi!

Il G8 per l’Africa? No per noi!

 

Non volevamo pensarlo, un po’ per orgoglio, un po’ per l’impensabilità della cosa, ma è vero. Il G8 ha un programma ed un calendario sostanzialmente preparato di getto, soprattutto in questa prima giornata, perché essenzialmente l’obiettivo del G8 siamo noi, in particolare il terremoto dell’Aquila, la ricerca a tutti i costi di fondi per evitare che questa piaga ancora irrisolta cada ancora di più sul bilancio dello Stato. Così si spera che gli Usa rinnoveranno la loro promessa di recuperare e ricostruire le opere d’arte, la Germania ha già offerto una congrua somma di 140mila euro per inviare esperti della Protezione Civile e prepara uno stanziamento di 3 milioni di euro per Onna. La Russia si appresta ad aiutare le aziende agricole e piccole e medie imprese abruzzesi. Anche la Francia collaborerà sugli aspetti culturali…Importanti sovvenzionamenti…per noi. Soltanto tre mesi fa il presidente Berlusconi diceva al mondo:”Non abbiamo bisogno di aiuti dagli altri paesi. Siamo in grado di farcela da soli”. Oggi no. Non ce la facciamo più. Non sono bastati i concerti di Bocelli e della Pausini, le raccolte fondi da parte di tutti, giornali, tv, chiese, comuni, protezione civile…Lo Stato italiano non ce la fa da solo e quelle case promesse per settembre arriveranno sì, ma grazie ad un Piano Marshall ed a continui ricorsi all’aiuto internazionale, anche per vie traverse, con gli accordi con la Cina e la Russia. Non so se gli aquilani potranno essere contenti, ma io mi sento, da italiano, molto debole, vulnerabile e se qualcuno ha paventato un’Italia fuori dal G8 è forse proprio per l’incapacità di fronteggiare situazioni standard, dagli allagamenti alle esplosioni in stazione…figuriamoci i terremoti.

 

Il Paroliere.

 


3 giugno 2009

Focus Iran: intervista a Caren Davikhanian

Focus Iran: intervista a Caren Davikhanian

 

Caren Davidkhanian, giornalista iraniano del Riformista, è protagonista della seconda intervista dedicata all’Iran, dai rapporti con gli Usa ed il Medio Oriente alle imminenti elezioni presidenziali.

 

D. Che idea si è fatto dell’assassinio di Delara Derabi, come della liberazione di Roxana Saperi. Solo casi giudiziari differenti oppure veri e propri casi politici peraltro tesi a frenare episodi di diffidenza e di pericolo per il regime?

 

R. Sono due casi sostanzialmente diversi anche se sono le due facce della stessa medaglia. Quello di Delara Darabi e’ un caso giudiziario che si tinge di politica in quanto legato alla natura stessa del regime che governa l’Iran – cioe’ una dittatura teocratica basata su leggi e valori arcaici che non ha, nel senso moderno del termine, alcun rispetto ne’ per i minorenni ne’ per le donne, ne’ tantomeno per i diritti umani. Non c’e’ da meravigliarsi se il sistema giudiziario islamico, controllato e rappresentato dagli elementi piu’ retrogradi del potere teocratico, impone la pena capitale per un reato commesso da una presunta assassina minorenne se lo stesso sistema considera una ragazzina di nove anni abbastanza matura per essere data in sposa, anche a un uomo in eta’ avanzata – cosa che nei paesi civili costituirebbe pedofilia. Il caso di Roxana Saberi, invece, e’ un caso squisitamente politico. Dimostra un regime intollerante verso la stampa e la libera circolazione delle idee, paranoico, xenofobo e prepotente. Ma anche un regime poco originale in quanto si comporta come tutte le altre dittature che hanno insanguinato la storia dell’Uomo prima di essere mandate al diavolo. Saberi e’ stata arrestata perche’ era un bersaglio facile e naturale: essendo freelance non godeva della “protezione” di alcuna organizzazione di stampa occidentale e avendo la doppia cittadinanza iraniana e americana era la vittima ideale di un gioco costante teso a dimostrare agli Stati Uniti il “potere” della Repubblica islamica a dar noia. Ma, secondo me, proprio perche’ Saberi e’ cittadina americana, non e’ mai stata in pericolo reale di vita e di languire per anni nelle prigioni iraniane. Le cose vanno molto diversamente per i tanti giornalisti o semplici oppositori di regime che non hanno la doppia cittadinanza e che vengono sistematicamente dimenticati dalla stampa occidentale, soprattutto quella italiana troppo dimentica dei valori democratici se non quelli urlati a squarciagola a mo’ di dogmi senza contenuto ad uso e consumo di politica interna.

 

D. A quale risultato possono arrivare gli ultimi contatti fra Usa ed Iran, ma soprattutto esiste all’interno della repubblica islamica, al di là di Khamenei e delle posizioni più radicali, una corrente governativa favorevole al dialogo pro-Usa (penso a Larijani o altri)?

 

R. Non cessa di incuriosirmi il fatto che dopo trent’anni di quest’obbrobrio chiamato Repubblica islamica, con le conseguenze gravissime che ha avuto sul piano regionale e internazionale, si continui a sperare in un suo atteggiamento diverso verso gli Stati Uniti – il paese che sta esattamente agli antipodi di tutto quello che rappresenta la teocrazia iraniana e che ha il potere, anche se non sempre la volonta’ politica, di agevolarne la caduta. Bisogna sempre tener presente alcuni fatti fondamentali: 1. La Rivoluzione del 79 inizio’ come una rivoluzione intellettualmente di sinistra tipica di quelli anni contro il cosidetto “imperialismo americano” e che solo successivamente si trasformo’ in rivoluzione islamica perche’ come al solito gli attivisti di sinistra non avevano preso in considerazione i reali sentimenti del “popolo”, che come si e’ visto, in quelli anni tendeva al tradizionalismo religioso; 2. L’elemento islamico che poi prese il potere aveva un odio viscerale per la dinastia Pahlevi perche’ sia lo scia’ sia suo padre volevano modernizzare il paese (per esempio, il sistema giudiziario prima della rivoluzione era basata su quello francese, per cui se non fosse stata per la rivoluzione khomeinista, oggi non staremo a parlare dei casi come quello della Darabi) e perche’ una parte importante di questa modernizzazione consisteva nella confisca delle vaste proprieta’ terriere dei mullah per riconsegnarli ai contadini e ai lavoratori; ora, essendo lo scia’ in ottimi rapporti con gli Stati Uniti che tra l’altro hanno protetto l’Iran contro l’Unione Sovietica negli anni della Guerra Fredda, segue che i mullah detestavano gli americani in quanto gli accusavano di allontanare gli iraniani dal modello islamico; 3. Il legame tra gli iraniani e gli americani e’ un legame molto antico. Durante la Rivouzione costituzionale del 1906 gli americani, intesi come singoli, non il governo degli Stati Uniti, aiutarono gli iraniani a costituire milizie democratiche, chiamate “militia” all’americana, e fu un americano, Arthur Millspaugh, a tentare di mettere ordine al disastro finanziario lasciato dalla dinastia Qajar, negli anni venti e poi negli anni quaranta, creando il sistema di tassazione moderna dell’Iran pre-rivoluzionario. La memoria collettiva di tutto cio’ e’ ancora molto viva. A questo va aggiunto il fatto che la maggioranza degli Iraniani oggi detesta la teocrazia da cui e’ “governata” e ama gli americani perche’ o gli vede come gli unici ad avere sia il potere sia forse la volonta’ di aiutarli a cambiare qualcosa in Iran oppure semplicemente come reazione ad anni di propaganda anti-americana, esattamente come succedeva negli anni della Guerra Fredda nei paesi comunisti. Ora, come si fa a pensare che la teocrazia iraniana possa mai avere interesse reale ad aperture verso gli Stati Uniti? E’ vero che ci sono alcuni all’interno del sistema che vorrebbero avere rapporti meno conflittuali con Washington, ma questo per quieto vivere e perche’ avendo in mano la richezza e, sostanzialmente, l’economia del paese, come Rafsanjani, pensano alla grande abbuffata qualora ci siano normali rapporti commerciali tra l’Iran e gli Stati Uniti.

 

D. Qual è il reale obbiettivo della politica nucleare dell’Iran e degli ultimi esperimenti? Ovvero una volta completato il definitivo riarmo nucleare, sarà utilizzato per scopi diretti militari, in particolare per creare un fronte anti-occidentale o anti-israeliano?

 

Mentre il mondo sta ancora a chiedersi quale sia l’obbiettivo reale della politica nucleare dell’Iran, la Corea del Nord continua a fre progressi con il suo programma inequivocabile e  l’Iran ne segue l’esempio, e non solo. Il progetto nucleare iraniano esiste da tempi non sospetti quando, giustamente, non preoccupava nessuno. Il problema non e’ l’Iran ma la teocrazia che sta al potere. Credo la risposta alla sua domanda sia abbastanza ovvia. Si immagini una teocrazia sciita, nucleare, confinante con un paese sunnita estremamente instabile, il Pakistan, anch’esso nucleare. Si immagini altri paesi rivali islamici, e penso all’Arabia Saudita o all’Egitto, che gli iraniani ora vorrebbero destabilizzare, anche essi nella corsa al nucleare per reazione. Qui non si tratta solo di un fronte anti-occidentale o anti-israeliano ma anche dei fronti anti-sunniti e anti-sciiti con in mezzo una vasta rete terroristica come ciliegina sulla torta.

 

D. Ahmadinejad è il grande favorito di queste elezioni. Quanta crediblità ha ancora nel paese e soprattutto quanto è protetto ed ancora riconosciuto dalla guida suprema Khamenei che è sostanzialmente con il Consiglio dei Guardiani il vero supervisore del presidente e del suo operato?

 

Non mi risulta che Ahmadinejad sia il grande favorito. Se lo e’, questo dimostra inequivocabilmente – come se non fosse gia’ ben chiaro – quanto la cosidetta democrazia islamica sia una farsa. Nella storia della Repubblica islamica non esiste personaggio piu’ detestato e ridicolizzato di Ahmadinejad. Ci sono piu’ barzellette popolari in giro sul conto suo che per tutti gli altri grandi “geni” che la teocrazia iraniana ci ha regalati negli ultimi trent’anni.

 

D. Come mai queste elezioni sono caratterizzate da rinunce eccellenti come quella di Khatami e la mancata presentazione di Rafsanjani e che peso comunque avranno queste due figure nel paese?

 

R. La situazione e’ piuttosto difficile ed e’ naturale che nessuno voglia esporsi. Khatami sa gia’ per esperienza diretta di non avere il potere di cambiare nulla perche’ la struttura e la costituzione della Repubblica islamica non permette nessun cambiamento. Inoltre, il progetto nucleare non gli permetterebbe di mantenere la maschera “mullah-cool” e sorridente che aveva cosi accecato gli occidentali qualche anno fa. Quanto a Rafsanjani, ha miliardi di dollari investiti nei paesi occidentali e sa bene che il progetto nucleare iraniano deve continuare, quindi non vorrebbe entrare di persona e in modo inequivocabile nell’occhio del ciclone. In questo contesto, meglio lasciar fare a un pazzo come Ahmadinejad che non ha nulla da perdere.

 

D. Movimenti femminili, dissidenti interni ed esterni, universitari di Teheran sono le anime di un riformismo ancora possibile ma come mai non riescono a sfondare? Mancanza di referenti politici, paura o arretratezza della popolazione o fanatismo religioso che frena i cambiamenti…?

 

R. Non riescono a sfondare perche’ gli iraniani, come gli italiani, sono un popolo molto antico e soprattutto molto cinico. Lo stesso cinismo che ha tenuto il fascio al potere per vent’anni in Italia sta tenendo i mullah al potere in Iran. Insomma, e’ il solito atteggiamento di “tengo famiglia” e di “chi me lo fa fare”. L’Italia ha avuto la fortuna di appartenere comunque, anche nei momenti piu’ bui, ad una cultura occidentale tendente alla democrazia che ha portato una parte non indifferente della popolazione a combattere la dittatura. E la fortuna anche di aver avuto gli Alleati ad Anzio. In Iran la cultura democratica sta facendo strada dagli inizi del Novecento ma ad un ritmo molto piu’ lento, anche se trent’anni di orrori le hanno dato un impulso insperato ed ora, per la prima volta nella storia del paese, esiste una societa’ civile non indifferente.

 

D. Un ultima riflessione su Iran e rapporti con Israele. C’è chi asserisce che non si può parlare di avversione agli ebrei o agli israeliani sul piano religioso, umano, ma di un’avversione allo stato d’Israele ed unicamente politica. Cosa ne pensa? E’ realmente così?

 

R. Le due cose sono ormai talmete legate ed intrecciate che e’ molto difficile distinguerle. E’ vero che, parlando in grandi linee, nella cultura islamica non esiste un antisemitismo intrinseco come quello che c’e’ stato e c’e’ purtroppo tuttora nell’Occidente. Ma l’antisemitismo europeo, e piu’ specificamente quello di stampo nazista, e’ entrato in modo sistematico nei paesi mediorientali durante e soprattutto dopo la caduta del regime nazista ed e’ poi stato rafforzato dalla situazione dei palestinesi e da anni di propaganda prima arabo-nazionalista e poi islamica. Per quanto riguarda l’Iran in particolare credo sia importante ricordare che gli iraniani – e qui non mi riferisco al regime – fondamentalmente non sono ne’ antisemiti ne’ anti-israeliani, nonostante o forse proprio grazie ad anni di propaganda anti-israeliana.

 


27 maggio 2009

“Spesopoli” in Gran Bretagna: intervista a William Ward

 “Spesopoli” in Gran Bretagna: intervista a William Ward

 

Con William Ward, corrispondente da Londra per Il Foglio e Panorama, esaminiamo lo scandalo delle spese pazze dei deputati e ministri inglesi e le prospettive elettorali ed economiche nel paese.

 

D. Da dove nasce questo scandalo e come mai è venuto fuori solo ora dopo un lungo periodo di liste spese e per competenze risalenti perfino a molti anni prima?

 

Da oltre un anno c’è stata una contesa fra diversi enti interessati e la Camera dei Comuni per avere accesso ai dettagli delle spese fatte dai deputati sotto l’egida della legislazione nazionale per la trasparenza, ovvero il diritto di conoscere cosa fanno e come spendono gli amministratori. Il Parlamento da almeno un anno ha cercato invece di evadere, pretendendo un’eccezione alla regola in tema di pubblica trasparenza, sfruttando il proprio ruolo. Dopo una serie di contenziosi legali, la Camera ha perso questa deroga ed è stata obbligata a rilasciare i suoi documenti che però sono stati presi da qualcuno che ne fatto una delazione particolare, vendendoli poi ad un quotidiano londinese che li sta pubblicando a scaglioni, giorno dopo giorno. Non ci saranno strascichi giudiziari perché i parlamentari britannici sono coperti dall’immunità per questi reati, ma l’immagine della Camera ha avuto dei danni perché circa 5-6 deputati si sono già dimessi da incarichi o governativi o del governo ombra, altri hanno annunciato di non volersi ripresentare alle prossime elezioni politiche che saranno fra un anno, quindi nel maggio 2010, ma la vittima più grande è stata lo speaker ovvero il presidente della Camera Bassa che si è dimesso sotto forti pressioni, perché considerato, a mio parere, a ragione, se non il regista, quantomeno l’agente principale del tentativo da parte del Parlamento di eludere questa richiesta di pubblicazione delle spese individuali.

 

D. Questo scandalo sancirà il crollo definitivo di Brown e dei laburisti (già nell’aria) e quali possibilità ci sono e da cosa dipenderà la possibilità di elezioni anticipate?

 

La posizione del governo Brown è cattiva, se non addirittura pessima, ma la reputazione del governo Brown è già di per sé molto bassa per diversi fattori, alcuni dei quali legati al carattere del primo ministro. E’ naturale che l’ennesima cattiva gestione di una situazione così complessa, dove diversi deputati e ministri dei Laburisti al governo sono stati coinvolti in questo caso, non potrà che farsi sentire in modo ancora più forte sul partito e sul governo e questo lo si vedrà subito nelle elezioni amministrative ed europee del 4 giugno. C’è qualche possibilità di elezioni anticipate, ma Brown è un politico che non molla l’osso e salvo situazioni drammatiche, difficilmente lascerà prima della scadenza che cade nel maggio del prossimo anno.

 

D. In prospettiva delle elezioni europee, chi guadagnerà da questo scandalo multipartitico? C’è il rischio che partiti locali o estremisti come il BNP cavalchino l’onda e trionfino alle europee?

 

Sì effettivamente questo scandalo riguarda anche i conservatori ed alcuni liberal-democratici. Il British National Party che è molto simile al Front National di Le Pen in Francia, sta guadagnando consensi, così come un altro partito dell’estrema destra, lo Ukip, che ha come manifesto elettorale l’indipendenza del Regno Unito, è formato da fuoriusciti del partito conservatore e propone l’immediato abbandono dell’Unione Europea. Inoltre essi beneficiano dei voti di protesta che normalmente sarebbero finiti ai conservatori perché, ironia della sorte, buona parte degli eurodeputati Tory è stata beccata a fare delle spese molto “allegre” nell’Europarlamento e quindi neppure i conservatori in questo momento ottengono la fiducia dell’elettorato.

 

D. Qualche digressione sul piano sociale. Si sono attenuati gli episodi di esasperazione accaduti anche nei confronti dei lavoratori italiani nei mesi scorsi ed in generale com’ è la situazione sociale nel paese?

 

L’evento di protesta che ha coinvolto gli operai italiani è stato molto particolare ed è stata data molta eco in Italia. Si sono ripetuti e si ripetono alcuni episodi in cui i sindacati hanno premuto per convincere gli imprenditori a non stipulare contratti con lavoratori emigranti che arrivano all’uopo per svolgere mansioni con una busta paga più bassa e che quindi tagliano fuori gli operai inglesi dal mercato.

D. Alcune riflessioni anche sul piano economico. Negli scorsi mesi anche le banche e gli istituti di credito inglesi sono stati travolti dalla forte crisi finanziaria. Ora si è stabilizzata la situazione o ancora tutto in alto mare?

 

Nessuno può dire come sia la situazione con certezza. C’è una forte diversità di vedute fra il “cancelliere dello scacchiere” (il ministro delle finanze) da un lato e gli esperti e gli analisti finanziari dall’altro sul vero stato dell’economia britannica. Ci sono alcuni settori che sono in ripresa. Nel mese di aprile ad esempio c’è stata un’impennata di vendite ed un recupero notevole del mercato finanziario, mentre nel campo della manifattura il tasso di disoccupazione continua ad aumentare ed ha toccato una quota vicina al 10% che è ormai una quota continentale. Secondo il ministro dell’economia Alistair Darling, entro natale questa crisi dovrebbe concludersi, ma non tutti sono di questo parere.

 

D. Come sta vivendo ed affrontando la Gran Bretagna questo periodo di grave recessione, la crisi è percepita e con quali segnali?

 

Molte persone stanno perdendo il posto di lavoro, ma l’economia nel suo insieme sta reggendo. Semplicemente si sta cambiando stile di vita: i ristoranti di lusso sono molto meno frequentati, ci sono poche persone che prenotano le vacanze all’estero, mentre la maggior parte ha deciso di fermarsi in patria. Il governo ha speso miliardi e miliardi per sostenere soprattutto le banche ed ha operato con massicci interventi di sostegno economico verso le imprese di punta, ma i risultati sono ancora incerti e dipendono dalla durata della crisi.

 

D. Infine come si sta muovendo la Gran Bretagna sul piano internazionale? C’è stato un ridimensionamento dei rapporti con gli Usa di Obama?

 

Assolutamente no, anzi Obama ha fatto la sua principale visita proprio in Gran Bretagna, in occasione del G20. Non c’è dubbio che Brown come premier non ha il lustro ed il potere di attrazione che aveva e continua ad avere Tony Blair e che quindi con una figura così affascinante come Obama, la figura di per sé tetra di Brown sembra scomparire. Il livello di cooperazione fra le due capitali anglofone rimane quello di sempre, sebbene in tanti dopo le elezioni scommettessero sul ridimensionamento che non è accaduto e non accadrà neanche fra un anno quando sulla poltrona di primo ministro siederà David Cameron, il giovane leader dei conservatori, che cercherà anzi una solida alleanza programmatica con Barack Obama. I dossier relativi al terrorismo internazionale, all’economia e soprattutto all’ambientalismo sono voci comune e prioritarie a Washington come a Londra e non possono che vedere una compattezza di vedute.

 

Angelo M. D'Addesio    

 

 


18 marzo 2009

Funes presidente. Anche il Salvador sceglie la sinistra

Funes, 50 anni, sposato con tre figli, ex giornalista della CNN spagnola, cattolico e con la triste esperienza dell’uccisione del figlio in Francia alle spalle, ha vinto dopo una campagna elettorale estremamente pesante, con decine di feriti e due morti ed accuse personali di essere un fantoccio degli ex guerriglieri, una faccia pulita succube di Chavez ed Ortega ed un portavoce dei peggiori principi comunisti. “Oggi è la notte più bella della mia vita e voglio che sia anche la più grande notte di speranza per il Salvador… E’ l’ora del perdono e della riconciliazione”. Nelle parole di Funes c’è però la consapevolezza di chi non si apre ad esplosioni trionfalistiche ma chiama all’unità nazionale, anche perché il suo Esecutivo dovrà tenere conto della maggioranza relativa dei rivali di Arena, in coalizione con altri partiti, nell’Assemblea Nazionale e perché egli stesso si prepara a guidare il paese in un periodo di tensione sociale e depressione economica in arrivo.
I capitali degli emigrati salvadoregni non giungono più con frequenza dagli Usa al Salvador ed il paese è pervaso da una forte corruzione e dal grave fenomeno sociale delle Maras, bande di strada prima supportate da ragioni ideologiche, ma oggi bacino preferito di manovalanza per faccendieri e narcos, a cui i precedenti governi hanno saputo dare unicamente risposte di reazione militare.
Funes probabilmente rivedrà l’economia delle privatizzazioni, soprattutto bancarie, che ha caratterizzato questi anni, ma soprattutto dovrà scegliere fra il classico dilemma dell’America Latina: guardare agli Usa ed al Brasile, come modelli di liberismo sostenibile ed applicabile (lo stesso Funes ha detto di avere come esempio la gestione governativa di Lula) oppure affidarsi al petrolio di Chávez ed al gas di Morales e quindi al socialismo sudamericano del XXI secolo. Poi c’è la missione verità, ovvero l’inizio di una stagione giudiziaria che possa fare luce sui venti anni di guerra civile e di sopraffazioni militari che hanno portato alla morte di 75mila persone ed all’epurazione politica di molti oppositori costretti alla fuga o perseguiti in patria. La gente inizia a chiederlo, ma c’è ancora una metà del paese che si gira dall’altra parte e preferisce non pensarci più; d’altronde la gran parte degli apparati statali e del potere giudiziario appartiene alla vecchia generazione. E’ un inizio difficile, ma almeno è un inizio. Ora il Frente ha l’occasione di fare la sua storia, lasciando ai ricordi il tempo della guerriglia.


Da www.legnostorto.com


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