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Diario


8 settembre 2011

Silenzio, si paga!

…E scorre perfino liscio. L’ultimaversione della manovra è quanto di più desiderabile potesse riguardare iparlamentari, tutti i parlamentari: mantenimento dei doppi incarichi, nessunvincolo alla riduzione dei seggi, nessun taglio significativo (lo avevamoprevisto che se la sarebbero presa solo con il ristorante di Palazzo Madama,poveracci), l’Iva al 21% per tutti e la patrimoniale per 23mila persone. Unamanovra equa, anzi equina visto che potrebbe imbizzarrirsi nel passaggio allaCamera. Ma ciò che fa paura non è neppure questo che è già di per sé grave, mail sonno di un popolo e l’impotenza di un governo. L’Italia è ormai come ilKosovo, un paese ad amministrazione controllata, che deve solo verificare ognigiorno se la Borsa e lo spread (questo famoso confronto fra titoli di statotedeschi ed italiani) scende o sale. Il resto è competenza della BCE, all’occorrenzadi Germania e Francia. Berlusconi non è più un referente, Tremonti, esautoratodi fatto, nemmeno, l’opposizione, ancora meno e neppure il popolo lo è. Ilpopolo è annullato dal suo stesso governo. Dello sciopero della Cgil non sisono conosciuti né numeri, né opinioni, di Cisl e Uil si parla ormai comeorganismi paragovernativi, gli indignati si limitano ad “assaltare” PalazzoMadama ed è chiaro che sono bollati come Cobas o Centri Sociali, quindiininfluenti. Perfino quell’ “eroe” dei nostri giorni che si divertiva adiffondere i segreti della Casta di Montecitorio ha diffuso su facebook unappello a manifestare il 15 ottobre, ma ha raccolto poco entusiasmo. Contro chipoi? Contro tutti? E allora tanto vale delegare a Beppe Grillo. Contro ilgoverno? Ma, attenzione gente come Renzi o il caro nipote di Gianni Letta, persbaglio al Pd, non sono d’accordo, idem per Cisl, per Uil…Nei giorni scorsi inuna riunione di condominio per la sostituzione di un ascensore funzionante, misono opposto, ho fatto ostruzione, ma tutti sono già d’accordo per spendere12mila euro…Uno ha inveito contro di me, dicendo che aveva già tirato fuori isoldi e che io prendevo in giro. Gli italiani hanno capito: pagare, pagare ebasta e pensare come dice Vasco che domani sarà sempre meglio. Pensare...  


12 agosto 2011

Del ristorante al Senato e di altre illusioni

Basta, smettiamola! Fermate Rizzo e Stella con le loro inchieste da castigatori su vizi e prezzi della politica e con l’illusione che le cose cambino e debbano cambiare. Smettetela con le pubblicazioni su internet dei menù del ristorante del senato, dei compensi di parlamentari e portaborse, dell’elenco dei privilegi. Basta con questa falsa moralizzazione. Se non ci fossero privilegi, nessuno si svenerebbe a fare anni di piaceri, regali, visite, sorrisi, ricerche di clientela unicamente per avere saluto e consenso. Così se non si potesse al tempo stesso svolgere il ruolo di parlamentari in aggiunta a quello professionale e magari con la ciliegina sulla torta di un altro incarico alla regione, o di un posto come presidente della Provincia o sindaco di un comune. Né sarà mai possibile dimezzare il numero di chi concorre a questa lotteria del benessere anche eliminando il benessere stesso. Queste inchieste servono a vendere libri ed acquistare rabbia: sono un’ennesima arma di distrazione di massa. Cosa volete che freghi ad un parlamentare che becca 15mila euro al mese di uscire fuori a mangiare perché il ristorante del Senato chiude? Meglio, sarà un’occasione per una passeggiata in più. E pensate sul serio che nella “situazione argentina” in cui ci troviamo, bastino gli..esempi? Il tempo degli esempi è finito. O la politica decurta tutti i suoi sprechi enormi e numerosi o serve a poco tagliare ristoranti e parrucchieri, perché li pagheranno fuori, anzi li pagheremo noi per loro, come già facciamo. E allora lasciate perdere queste stupide richieste che non avranno mai seguito. Non ho mai visto un nobile diventare plebeo o un riccone lavorare alla catena di montaggio, specialmente in Italia, perché dovrei illudermi? Nel frattempo ciò che c'è da fare non si fa e questo assalto alla casta rischia di penalizzare sempre gli stessi: pensateci caso mai la patrimoniale dovesse concretizzarsi nel ritorno all'ICI sulla prima casa...

Il Paroliere 

E per i curiosi ecco uno stralcio del menù del Senato...Presto sarà abolito. Ma durerà poco...

Il menu del ristorante del Senato


20 luglio 2011

Tutti sono disuguali davanti alla...Lega

Il trucco c’è, ma non si vede, come nel migliore voto occulto o nel peggiore gioco  pericoloso fra bambini. Le Lega Nord spalleggia l’arresto del deputato Pdl Papa alla Camera ed acconsente al diniego di arresto per Tedesco del Pd e così in un colpo solo si vendica dell’alleato di governo e scarica colpe e vergogne chissà quanto meritate sul Pd, accusandolo di “aver salvato” il suo candidato e mettendolo in difficoltà dopo che Tedesco aveva addirittura acconsentito al suo arresto. Chi mai del Pd sarebbe stato così stupido da votare contro la volontà del deputato stesso? E’ chiaro che la Lega ha architettato tutto per ricollegarsi alla base, riprendere il consenso del popolo e toglierlo agli altri: a Berlusconi che ormai non ha più influenza neppure fra i suoi candidati; a Bersani ed al Pd, così da metterli alla berlina e dare un piccolo assist ai feltriani e sallustiani, gli unici ancora rimasti al fianco del Cavaliere; a Vendola, si proprio a lui, perché solo con un Tedesco implicato e scomodo si potrà attaccare Vendola per lo scandalo ed il buco della sanità. Resta da chiarire chi è il fine stratega della Lega? Maroni e la sua “base” anti-disonestà o l’asse Bossi-Calderoli che vuole frustare Berlusconi dall’interno ma comunque restare in sella? E’ questa la domanda decisiva per capire se il governo potrà cadere già al rientro estivo (nel primo caso) oppure resistere e vivacchiare sulle sue macerie e su quelle dell’Italia. Perché presto Tremonti ribusserà e saranno dolori per tutti.

Il Paroliere


28 ottobre 2008

Usa '08: intervista ad Anna Guaita (Il Messaggero)

D. L’ultima critica ad Obama è quella di essere “socialista”, non nel senso sovietico, ma come quello che tasserà la middle-class, i dirigenti, le holding al fine dell’assistenzialismo occupazionale, sanitario…E’ solo un’idea, un’ipotesi.

 

A.G. Nelle elezioni presidenziali bisogna partire da un presupposto: gli Usa sono un paese di centro-destra. Non è possibile per un presidente oggi spostare a sinistra il paese. Basti guardare alla presidenza Clinton che sul fronte fiscale è stata alla fine più conservatrice, nel senso proprio del termine, che non l’attuale amministrazione repubblicana di Bush,. Qualsiasi candidato che entra alla Casa Bianca, tende sempre a moderare la sua posizione e non accadrà ciò che è successo con Bush, giunto come moderato e poi rivelatosi ideologicamente più schierato, sebbene in questo caso l’elemento dirompente dell’11 settembre sia stato decisivo; tuttavia il primo Bush non era affatto così. Obama è da guardare più come una riproduzione della presidenza Clinton, con il senno del poi, perché sappiamo bene che Rubin, il suo ministro del Tesoro, è stato l’iniziatore di una politica finanziaria che, lasciata a sé stessa è degenerata. Obama “socialista”? Nemmeno per idea! Cercherà di far passare, quello che i conservatori definiscono aumento delle tasse come ciò che è realmente, ovvero l’abolizione del taglio delle tasse deciso da Bush e questo non è affatto un pensiero astruso. Il paese sta andando a fondo e da qualche parte Obama dovrà trovare soldi per mandare avanti la macchina dello stato e non di certo per la redistribuzione dei redditi, come lo accusa McCain. E’ una questione dettata dalla realtà. Penso che alcuni progetti di Obama (allargamento dell’assistenza sanitaria, abolizione del taglio delle tasse, ricerca sulle energie alternative), saranno portati avanti, ma se questo è socialismo…allora l’Europa è maoista!

 

D. Quanto all’effetto Bradley. E’ un esempio calzante anche per Obama, ovvero la paura di votare l’uomo di colore dopo averlo dichiarato come successe per il Major di Los Angeles, soprattutto nel Sud dove ci sono molti dubbi?

 

A.G. Al Sud al di là dei dubbi, si può parlare di una chiara tendenza di diffidenza verso i candidati di colore o le minoranze. Quanto all’effetto Bradley, bisogna storicizzarlo. Sono passati ormai decenni da quell’evento (1982) e da allora tanti uomini di colore sono stati eletti o scelti anche fra le alte cariche dello Stato, ad esempio Colin Powell e Condoleeza Rice per citare i più noti. La paura dell’afro-americano nella stanza dei bottoni è molto diminuita e poi in effetti il caso “Bradley” non si potrebbe adattare ad una campagna come questa dove ci sono due candidati validi. Perché qualcuno dovrebbe aver paura di dire di votare per McCain, un repubblicano, eroe di guerra, un uomo di alto livello, rispettato…In fondo l’”Effetto Bradley” fu proprio questo: la paura di dire di voler votare per Deukmeijan, sfidante di Bradley nel governatorato della California, che era palesemente meno preparato. In questa campagna elettorale non c’è tale rischio, quindi chi teme l’afro-americano Obama dichiarerà chiaramente l’appoggio a McCain. Poi, magari, in sede di voto, ci saranno persone che avevano dichiarato di votare Obama per convinzione e si tireranno indietro ma non sarà per una questione di “colore”.

 

D. McCain punta molto sugli aiuti diretti ai mutui, sul taglio delle tasse, sull’attenzione ai pensionati, oltre al cavallo di battaglia della difesa. Eppure è in forte svantaggio. Oggi, a sette giorni dalle elezioni quali carte può ancora giocare McCain?

 

A.G. I suoi punti di forza sono molto diminuiti dalla scelta di Sarah Palin. All’inizio nella prima settimana c’è stato un exploit di stupore, in cui questa scelta gli ha permesso per la prima ed unica volta di scavalcare Obama, nella settimana dopo la Convention di St-Paul. Ora invece la presenza di questa donna al fianco di un uomo che si voleva presentare come “maverick”, un battitore libero che voleva volare alto, indipendente dal partito, capace di un approccio verso la res publica più che verso il partito, non si è adattata a Sarah Palin, perché alla lunga è venuta fuori la sua totale impreparazione. Nelle interviste è stata imbarazzante, ha fatto tante gaffes (sebbene se le gaffes in sé, si perdonino, perché in fondo le fanno tutti in campagna elettorale, soprattutto chi non è stato sotto le telecamere da sempre), ma il vero problema è stata la sua incapacità in questioni banali, come quando ha dichiarato di poter insidiare la Russia perché dall’Alaska si vede il confine della Russia. Dopo questa scelta i punti di forza di McCain sono scemati. Un uomo di forza, di lunga esperienza politica, un uomo sul cui giudizio e capacità di scelta si può avere fiducia, saggiato da dispiaceri, prigionia, carriera politica, di vedute larghe e di polso ferme sceglie una vice e fa già una pessima scelta. Cosa resta? La difesa dei grandi valori repubblicani, del diritto alla vita, dei valori etici (no all’aborto, ai matrimoni gay) ed i valori economici tipici repubblicani ovvero poche tasse, scarso interventismo e polso fermo in politica estera. Basterà? Oggi magari con la nuova avvisaglia di crisi in Siria sì, ma per il resto è tutto troppo poco.

 

D. C’è chi dice che la Palin è una donna del popolo, vicina al popolo. In tanti pensano sia una donna forte che può fare molto, basta che non apra bocca…E’ un prospetto del partito repubblicano che può aspirare alla successione di McCain?

 

Non penso che la Palin possa essere un avvicendamento ideale per il GOP. Ripeto: gli Usa sono un paese di centro-destra o di centro-sinistra, né di sinistra, né di destra, ma soprattutto ha una grossa pancia di centristi che possono oscillare dall’uno all’altro partito in base ai momenti ed alle proposte. In questo paese con posizioni estreme non si vince e non può prevalere la Palin che ha posizione estreme ad esempio sull’aborto, dove la maggioranza degli americani crede che la donna abbia il diritto di scegliere se avere o no un’aborto, in caso di stupro, violenza carnale, malattia grave della donna, grave malformazione del feto, cose escluse dalla Palin, la cui posizione è quella dell’obbligo a partorire. Questa posizione appartiene solo a frange estreme, anche nel suo partito, così come anche la posizione di non sedersi a trattare con alcun nemico, è assurda, fuori dalla tradizione americana, perché tutti i presidenti negoziano prima o poi con i dittatori; perfino Bush lo sta facendo con l’eterno leader della Corea del Nord Kim Jong-Il. Dunque la Palin ha dalla sua lo zoccolo duro del partito, ma non le basterà per la leadership, perché nel GOP ci sono ampie frange conservatrici nell’area economica ma tolleranti sul piano etico e morale. E’ capitato così con Huckabee che ha ottenuto solo il 12% alle primarie, esattamente corrispondente a quella stessa “ala destra” che ora sta conquistando la Palin.

 

D. Abbiamo visto Obama chiamare a sua fianco nomi come Hagel, Gates, McCain avere come primo sostenitore il democratico Lieberman. Alla luce anche delle elezioni per il Congresso e metà del Senato, dobbiamo attenderci amministrazioni bipartisan?

 

E’ una tradizione consolidata quella di avere, soprattutto nel partito repubblicano, qualche esponente dell’opposizione nell’amministrazione, ma non la chiamerei una tendenza bipartisan, perché ci vorrebbe molto di più qualche semplice presenza. Obama ha puntato sul concetto di stendere la mano “al di là del corridoio” (che materialmente separa democratici e repubblicani alla Camera ed al Senato) sin dall’inizio della campagna, anzi da un anno fa, quando ancora non si sapeva nulla della sua possibile candidatura e c’è da sperare che mantenga quanto promesso. E’ vero che si parla ancora di Gates al Pentagono ed anche di Paulson al Tesoro, sebbene egli abbia declinato e deciso di farsi da parte. Vedremo in futuro…Anche McCain ha impostato la sua campagna in termini di collaborazione con il partito d’opposizione, ma lo ha fatto solo quando è stato sicuro della sua nomination. E comunque per McCain sarà addirittura indispensabile tale collaborazione, se vorrà portare avanti il suo programma, dando per scontata la maggioranza democratica alla Camera ed al Senato.

 

D. Gli equilibri di Camera e Senato sono dunque definiti e tutti a vantaggio dei democratici…?

 

Sì, è sicuramente così. Bisognerà vedere unicamente se al Senato i democratici riusciranno a superare la soglia dei 60 senatori, la cosiddetta “supermaggioranza”, che impedisce il “filibustering”, la pre-tattica dei senatori per bloccare il voto di una legge.

 

D. In ultimo proviamo a guardare ai due candidati, oltre il tema dominante per cui saranno maggiormente giudicati ed esaminiamo anche le altre questioni. Alla luce di tutti gli argomenti, come saranno i primi cento giorni del nuovo presidente, partendo da Obama, per poi passare a McCain?

 

I primi “cento giorni” di Obama e McCain saranno abbastanza simili, nel senso che ciò che è necessario in questo momento, addirittura vitale, per dirla all’americana “Swink or Swim”, “Affonda o Nuota”, è lanciare un pacchetto di stimolo per l’economia che sia profondo e di lunga scadenza. Entrambi punterebbero immediatamente su un progetto per la ricerca di energia alternativa, partendo da investimenti infrastrutturali, simbiotici nei piani dell’uno e dell’altro. Tutto ciò perché il momento è tale, e la crisi così lunga, da rendere fondamentali e suscettibili di essere abbracciati da ambedue i candidati, gli interventi sulle infrastrutture, che sono di solito lunghi ed hanno poco effetto su crisi brevi e non vengono favorite come forme di stimolo. Obama cercherà di investire sulle energie alternative, poi cercherà di favorire le proroghe dei sussidi di disoccupazione, poi applicare il taglio delle tasse per le classi medio-basse, sarà invece più difficile al momento elevare le tasse agli alti dirigenti ed infine, come detto, entrambi punteranno su energie alternative e risparmio energetico.

 

Anna Guaita, corrispondente per Il Messaggero da New York, E’ stata assistente di Lingua e Letteratura Italiana alla Rutgers University del New Jersey ed ha insegnato Italiano e Latino al Liceo Italiano di New York. Cura sulla versione on-line del quotidiano romano la rubrica “Quest’America”.


A cura di Angelo M. D'Addesio (realizzata il 26 ottobre).


27 ottobre 2008

Usa ’08: intervista a Marco Bardazzi

 

D. La notizia di questi giorni è l’endorsement di Colin Powell a Barack Obama.  Fa così stupore questo appoggio se si considera che Powell in fondo è sempre stato una “colomba”, a volte molto distante dalla linea tipicamente repubblicana di Bush e Rumsfeld?

 

M.B. In effetti non sono così convinto che si tratti di una stupefacente novità che cambi il corso delle elezioni e sono altrettanto convinto del fatto che non sposterà così tanti voti. Che Colin Powell fosse orientato ad appoggiare Obama lo si sapeva da agosto e c’erano voci che comparisse addirittura alla convention democratica, poi smentite; di certo non aveva alcuna intenzione di supportare McCain, con cui non è mai stato in ottimi rapporti. Anzi la vera sorpresa è stata vederlo schierarsi così tardi e c’è infatti chi lo ha accusato di aver aspettato che la campagna elettorale si spostasse a favore di Obama per fare questo passo. Un punto decisivo però lo mette a segno questo intervento, perché toglie definitivamente su Obama qualunque dubbio sull’inesperienza in politica internazionale, sempre rinfacciatagli dai repubblicani. Quando un segretario di stato, generale e diplomatico come Powell scende in campo apertamente dando fiducia  alla figura di Obama come presidente, è difficile smentirlo.

 

D. Obama adesso ha ricevuto il consenso di 55 quotidiani, fra cui il Ny Times, il La Times, il Washington Post, grandi nomi iniziano ad uscire allo scoperto. Non rischia adesso di sembrare più vicino al “palazzo” e meno alla gente che è stata la sua arma vincente e che in modo diverso è anche la nota positiva, magari un po’ più populista, della Palin?

 

M.B. Senza dubbio. Queste sono le elezioni presidenziali più interessanti e più divertenti. Ho visto anche le precedenti e non ricordo nessun endorsement di quotidiani influenti che abbia fatto la differenza. Anzi questi appoggi danno ulteriori armi a McCain per poter dire che Obama è il candidato prediletto dai media e non così vicino alla gente ed a tutto questo si aggiunge anche la ricerca dell’appoggio del popolo, su cui gioca lo stesso McCain, personificata in questi giorni dalla figura di “Joe the Plumber”. Il messaggio repubblicano è quello di un Obama distante dalla gente, che vuole tartassare la piccola e media impresa. Gli appoggi di media e giornali non danno un vantaggio reale durante la campagna, sebbene quando tendano a spostarsi tutti o in molti verso una direzione, vuol dire che stanno scegliendo, pesando l’umore della gente sempre più con Obama e sempre meno con McCain.

 

D. Nella logica della scelta dei vice, Sarah Palin è stata prima una sorpresa e poi un boomerang per McCain. Questa scelta può aver influito in modo negativo più di quella di Obama verso Biden che è stato assolutamente assente in questa campagna elettorale?

 

M.B. Non sono d’accordo che Sarah Palin sia stata un boomerang per McCain. Sarah Palin è un politico che avrebbe avuto bisogno di alcuni anni di esperienza, prima di giungere a questo ruolo sulla scena nazionale. E’ stata senza dubbio protagonista di alcune gaffes, di alcuni passaggi incerti all’inizio della sua candidatura, ma negli ultimi giorni della campagna elettorale si è dimostrata un candidato più solido, anche se forse ormai troppo tardi. Penso che senza la Palin, McCain sarebbe stato molto più indietro di quanto non lo sia oggi, perché la governatrice dell’Alaska ha provocato una scossa nella base dell’elettorato repubblicano, quella base che è sempre stata il punto forte di Obama. Nessuno aveva voglia di andare in giro a distribuire slogan e volantini per McCain, non c’era entusiasmo attorno a questo candidato. Sarah Palin ha fatto sì che questo entusiasmo si alimentasse, fra gli evangelici, fra le organizzazioni di volontariato e per un candidato che non ha avuto una macchina organizzativa enorme e ben collaudata come quella di Obama, è stata una mossa utile per McCain molto più di quanto lo sia stato Biden per Obama.

 

D. Nonostante il grande vantaggio di Obama, McCain ed i repubblicani restano sempre sugli scudi quando si parla di difesa, di sicurezza, di politica estera e quindi delle crisi con l’Iran, con la Russia. In fondo se si guarda all’influenza di Bush, il divario di 6 punti non sembra essere poi così pesante…

 

M.B. McCain ha preso le distanze, per quanto ha potuto, da Bush soprattutto sull’economia che è il tema che ha segnato la svolta di questa campagna in settembre (quest’anno non c’è stata la sorpresa di ottobre, ma la sorpresa di settembre), con il crollo di Wall Street. Sui temi come l’Iraq e gli scenari internazionali, McCain ha cercato di presentarsi per quello che lui è e per il profilo che ha; su tante cose non è in totale disaccordo con Bush, come d’altronde non lo è neppure Obama. Il vero problema è che in questa campagna elettorale, la politica estera non interessa agli americani, cui invece importa il crollo dei mutui, il calo dei posti di lavoro ed infatti tutti stanno andando alle urne con questa situazione in mente e non di certo pensando a quello che succede in Iraq, piuttosto che in Pakistan o altrove.

 

D. Abbiamo anticipato il tema dell’economia. Gli scenari dei politologi parlano di Obama paladino della classe media e di McCain uomo forte delle imprese, delle holding del petrolio e del nucleare. In questo momento chi teme di più il crollo totale, la società rappresentata da banche, assicurazioni, industrie o l’americano medio, alla luce anche di una presunta crisi che si ripercuoterà perfino sulle carte di credito?

 

M.B. C’è una situazione molto particolare che non è mai avvenuta durante le elezioni presidenziali. In questo momento hanno paura sia le grandi corporations americane, che normalmente sono vicine ai repubblicani, perché sono state travolte dalla crisi finanziaria e necessitano dell’aiuto del governo, che in un altro momento non avrebbero chiesto. Le banche ad esempio hanno bisogno di continue iniezioni di liquidità. Le piccole e medie imprese hanno paura, perché vedono restringere i rubinetti del credito e quindi devono ridurre il personale ed i posti di lavoro, rivedere i progetti in una prospettiva di forte crisi economica e di disfacimento. Di fronte a questo McCain perde uno dei vantaggi che i repubblicani hanno sempre avuto, ovvero la rassicurazione di parte degli elettori di alto reddito che temono l’aumento delle tasse, che i democratici portano con sé, o le stesse corporations, perché proprio questi ultimi credono che ci sia bisogno di un governo forte e quindi non disdegnano il cambiamento ed anche il vantaggio di Obama. La grande battaglia si gioca soprattutto sulla classe media, e questo, McCain lo ha capito troppo tardi ed ha cominciato a cavalcare il tasto in maniera populista con immagini perfette come quella dell’idraulico dell’Ohio.

 

D. In questo disastro economico, è difficile ora poter parlare di riforma dell’assistenza sanitaria, della scuola e dell’istruzione, aiuti ed incentivi alle imprese per motivi occupazionali…I candidati stanno rilanciando, ma come faranno al momento in cui bisognerà amministrare senza spendere?

 

M.B. E’ il grosso dubbio del momento sul quale tutti gli economisti si sono divisi. E’ chiaro che il 20 gennaio chiunque entri alla Casa Bianca, si troverà nella situazione di dover ridimensionare di molto i programmi e le promesse elettorali fatte in questi giorni. Le casse del Tesoro americano sono esauste, la guerra è costato ormai quasi un migliaio di miliardi di dollari, le riserve sono sempre più basse e si è dovuto tirare fuori una somma pari a 700 miliardi per il programma di salvataggio di Wall Street. Ci sono sempre meno soldi per quello che soprattutto Obama vorrebbe fare e quindi per tentare quell’intervento di ampio respiro sulla sanità, sull’occupazione e sull’incisività dello stato sociale, che da sempre è uno dei cavalli di battaglia della sua campagna. Come potrà fare conciliare tutto ciò con un’America sempre più a corto di crediti e di fondi sarà un test dei primi cento giorni della sua presidenza.

 

D. E’ iniziata la ridda di nomi per le possibili amministrazioni dei due candidati. Per Obama si parla di nomi come Hagel, come l’attuale segretario alla difesa Robert Gates, mentre McCain punterebbe su Liebermann e Zoellick. Dobbiamo abituarci a questa inedita commistione fra partiti per il comune scopo di superare la crisi oppure dopo le elezioni, i partiti torneranno sulle loro posizioni abituali?

 

M.B. La promessa dell’apertura all’avversario è sempre molto forte nella campagna presidenziale americana, come lo è nelle campagne elettorali di tutto il mondo. E’ una promessa che è stata fatta anche da Bush durante la corsa per il mandato di quattro anni fa ed è stata un promessa non mantenuta. I candidati di oggi sono entrambi candidati con un profilo bipartisan ed è vero per McCain che è sempre stato una spina nel fianco del suo partito ed è vero per Obama che riesce a raccogliere repubblicani insoddisfatti e Powell è uno di questi, così come anche Chuck Hagel. Per la prima volta potremmo vedere la sorpresa di esponenti del partito avversario in posizioni importanti nelle file dell’amministrazione democratica o di quella repubblicana.

 

D. A pochi giorni dal fatidico 4 novembre, mentre si sta già votando, se si dovesse indicare un punto forte ed un punto debole per ciascuno dei candidati, cosa si potrebbe dire?

 

M.B. Il punto forte di Obama è quello di aver creato intorno a sé un entusiasmo ed una macchina organizzativa che quasi sicuramente lo porteranno alla Casa Bianca. Essere riuscito a dare uno slancio agli americani in un periodo di generale pessimismo del paese sul futuro dell’idea stessa di America. Il punto debole di Obama è legato al fatto che resta in buona parte un candidato sconosciuto o quantomeno un’incognita. Io personalmente sono convinto che se al posto di Obama ci fosse stata Hillary Clinton, in questo momento e con tutto ciò che si è verificato, il suo vantaggio su McCain sarebbe stato di almeno 20 punti. Il fatto che Obama non abbia ancora chiuso la partita è insomma il suo vero punto debole ed è connesso ai tanti dubbi che gli americani hanno su di lui. Il punto forte di McCain di contro è l’essere arrivato fin qui battendosi praticamente contro due avversari: Obama e Bush. Ha fatto una doppia sfida elettorale perché essere il candidato repubblicano sulla scia del presidente meno popolare della storia, con una situazione pesante creatasi nell’ultimo mese è sicuramente difficilissimo. Il suo punto debole sta nel non essere riuscito a trovare un messaggio coerente, dopo averne cambiati tanti nel giro di queste settimana e la chiarezza e la coerenza sono un valore fondamentale in una campagna elettorale.

 

D. E sempre a pochi giorni, con distacchi abbastanza definiti e concordi, possono ancora avere un ruolo decisivo come negli altri anni, stati come la Florida, l’Ohio, il Colorado, la North Carolina per un eventuale rush finale?

 

M.B. Se dobbiamo credere ai sondaggi gli stati nominati non sono più in sospeso, ma Obama avrebbe addirittura dei vantaggi incolmabili in luoghi in cui sarebbe stato impensabile vincere, come la Florida e la Virginia, entrambe orientate a suo favore, così come anche l’Ohio, senza il quale nessun repubblicano si è mai insediato alla Casa Bianca. Il “se” è d’obbligo innanzitutto perché i sondaggi non tengono conto della popolarità del fenomeno Obama, la novità legata poeticamente alla sua figura ancora sconosciuta e non legata al passato nazionale, ma anche al suo essere afro-americano e non sappiamo se ciò potrà essere un fattore determinante al momento del voto. Insomma i sondaggisti non possono dirci quello che potrà succedere realmente sul campo. Obama porterà al voto un’enorme massa di giovani e di minoranze che altrimenti non avrebbero votato e sono fasce sociali che i sondaggisti leggono male, perché i sondaggi vengono fatti a campione sulla base della linea telefonica fissa, ma i giovani comunicano tutti con cellulari e con internet. Se dobbiamo, considerare tutti dubbi del caso, che i sondaggi siano veri, gli stati incerti sono pochissimi e la notte elettorale potrebbe essere molto breve e chiudersi prima ancora che chiudano i seggi nel Midwest.


Marco Bardazzi è corrispondente per l’Ansa da Washington dal 2000. Negli Usa si è occupato tra l’altro di tre campagne elettorali per la Casa Bianca, dell’11 settembre 2001 e delle guerre in Afghanistan e in Iraq, seguendo quest’ultima dallo
US Central Command (CentCom) a Doha, in Qatar. Nel febbraio 2007 ha realizzato un ampio reportage multimediale nella base di Guantanamo Bay. Il suo ultimo lavoro è “l’America che non ti hanno mai detto” edito da Società Editrice Fiorentina.

    

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· Rifornendo la nostra biblioteca con nuovi validi libri e video.

· Invitando i nostri artisti a partecipare ad eventi che possano aprirgli nuove possibilità.

· Parlando e scrivendo di Korogocho

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