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IlParoliere
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Diario


12 settembre 2011

L'11 settembre dell'Elefante

Il decennale dell’11 settembresarà ricordato per due cose, una che hanno visto tutto ed un’altra che sanno inpochi. Quest’ultima riguarda l’impossibilità americana di risarcire tutti iparenti delle vittime, compresi quelli colpiti da malattia professionale e non,dopo l’11 settembre 2001 ed i veleni sprigionati dal crollo. Negli Usa di Obamache hanno inseguito assistenza finanziaria ed in quelli di Bush che hannoglorificato pompieri e volontari, mancano nomi all’appello e garanzie per chiha perso i propri cari. E' l'America che ricorda, ma sta già andando troppo veloce e pensa più al Memoriale che alla memoria, ad innalzare un vessillo di potenza piuttosto che cercare ancora storie. Eppure, e questo è il secondo punto, l’America che hascelto Obama, che ha chiesto a gran voce il ritiro dei propri ragazzi dall’Iraqe dall’Afghanistan (senza ottenere ancora quest’ultimo), che è arrossita dirabbia e vergogna per le immagini di Guantanamo e per i segreti di Rumsfeld eCheney, ha applaudito accoratamente George Bush, ha preferito il suoriferimento patriottico alla preghiera di Barack Obama…Poco conta che questa crisi sia anche figlia degli ingenti investimenti bellici di Bush e la stanchezza versoil governo repubblicano quattro anni fosse evidente. Oggi, l’America in crisitorna a ripensare al bisogno di sentirsi forte, di scacciare i fantasmi dellarecessione, con i muscoli da superpotenza più che con i calcoli delpallottoliere. Quale sarà la migliore soluzione lo sceglieranno soltanto gliamericani nel 2012, ma se quegli applausi per Bush sono l’antipasto delconsenso di Rick Perry (che in fondo viene dal Texas come Bush ed appartiene aquel Tea Party che Bush, senza saperlo, ha fondato), allora vuol dire che gliUsa a dieci anni dall’incubo ne vogliono esorcizzare un’altra trincerandosi nelmito e nell’orgoglio. Agli americani non interessano le “Primavere” el’ecumenismo obamiano, anzi l’11 settembre risveglia il sospetto islamico, ilnon volersi sentire incalzati da Cina, Brasile, India o minacciati dall’Iran. Vecchieemozioni ma anche vecchie paure, unità ma anche testa alta. La crisi in un certo senso porta sempre a reazioni e ribellioni e la "ribellione" americana non è la piazza, ma la ricerca della superiorità perduta, la convinzione che tutto dovrà andare meglio e che non ci sono dubbi in questo e che non sempre conta la parola "insieme" per realizzarla, in fondo il mondo è il mondo, ma gli Usa sono un'altra cosa. Ecco perché dietro questo 11/09 c'è già un caldo 2012.     


25 maggio 2009

Elezioni in India: il punto finale con Emanuele Confortin

 

 

Emanuele Confortin freelance esperto di India e di Subcontinente Indiano, collaboratore di East, Area7 e l'Arena di Verona e gestore del blog Indika, fa assieme a noi il punto sulle elezioni in India e sulla situazione in Pakistan e Sri Lanka. 

 

D. Iniziamo dal dato a sorpresa ovvero le proporzioni più grandi del previsto della vittoria del Congresso, nonostante la crisi di Shining India ed i dubbi su Sonia Gandhi e la leadership.

 

Le mie esperienze nel paese mi insegnano che i media indiani tendono sempre a creare aspettative in modo da favorire impulsi ed attenzioni particolari. C’è di vero che il 2008 è stato un anno molto duro per il Congresso. Tutto ciò già dopo il New Deal con gli Usa, ancora governati da Bush, in fase di accordi sullo sviluppo nucleare che ha fatto allontanare il Communist Party of India (Marxist), partito che nelle elezioni del 2004, aveva assicurato il suo appoggio al governo ed una maggioranza, anche se risicata, al Congresso. I comunisti allora decisero di opporsi al BJP, alleandosi con Sonia Gandhi, un’alleanza mai stabile e tranquilla. Infatti proprio in occasione dell’accordo con gli Usa si è verificata la prima fattura tra la coalizione della Gandhi e il partito di Sinistra, giunta fino allo scorso febbraio, con il definitivo allontanamento dei Comunisti, a ridosso della campagna elettorale. Un altro elemento debole del Congresso è stato il terrorismo, che ha colpito violentemente l’India a più riprese negli ultimi anni, culminando con gli attentati di Mumbai dello scorso novembre. L’impreparazione dimostrata dal governo e dai servizi segreti indiani davanti alla minaccia terrorismo è valsa a Singh pesanti critiche, volte ad evidenziare le lacune delle strategie di sicurezza interna, in particolare verso il terrorismo di matrice islamica, proveniente dal Pakistan e coperto dall’ISI (servizi segreti pakistani). Il Congresso ha ottenuto la maggioranza dei voti, ma non prescinde dall’United Progressive Alliance che è la coalizione cui sono associati e che comprende una serie di partiti che danno un forte impulso a livello regionale e garantiscono una presenza costante sul territorio a livello di vari stati che poi confluscono tutti a livello statale. Il Congresso ha vinto sia grazie alla credibilità di Rahul Gandhi che è stato l’”ariete” di questa campagna elettorale, anche grazie alla perdita di credibilità del BJP.

 

D. Sei stato anche in Orissa, dove l’aggressione nei confronti dei cristiani ha avuto delle punte di abnorme violenza. Al di là di quello che si temeva la propaganda nazionalista hindu e quella populista di Mayawathi non ha pagato…

 

Il BJP ha perso sin dall’inizio della campagna elettorale in Orissa, dove già non è il partito governante, ma comunque il membro di una coalizione che comprende anche uno dei partiti più forti in Orissa, il BJD (Biju Janata Dal), detentore della maggioranza. Entrambi hanno forte influenza nello stato, dove si sono verificati episodi di violenza xenofoba, nei confronti dei cristiani,  con l’attuazione di un vero e proprio pogrom, ispirato all’ideologia dell’”Hindutva”, dottrina portata avanti da Savarkar che nel suo libro “Hindutva. Who is a Hindu”, parla della trasformazione dell’India nella terra esclusiva degli hindu, scacciando ed eliminando le minoranze religiose non indiane. Tutto questo ha creato un forte associazionismo di tipo religioso, di cui è un esempio il Rashtriya Swayamsevak Sangh, il gruppo più conosciuto, che agisce all’interno delle realtà rurali, facendo proselitismo ed educando la gente ad una sorta di nuovo induismo impregnato di nazionalismo, in conflitto con la presenza crescente del Cristianesimo, dell’Islam e quindi di uno scenario completamente diverso dal punto di vista sociale ed economico. Infatti in Orissa si è visto come i cristiani siano riusciti ad ottenere buoni risultati dalle strategie di conversione delle caste basse hindu, e meno di quelle tribali. Il BJP ha puntato molto sulla riaffermazione del concetto di Hindutva, ha poi coinvolto Varun Gandhi, discendente della dinastia Nehru-Gandhi, figlio di Sanjay Gandhi, morto in un incidente aereo e lo ha inserito in un’operazione di immagine in contrasto con Rahul Gandhi. Poi Varun Gandhi a sua volta è stato accusato e arrestato per pesanti dichiarazioni xenofobe rivolte alla popolazione islamica, affermando che “una volta giunto al potere il BJP avrebbe tagliato la gola a tutti i figli di Allah” e lo ha fatto qualche giorno dopo la promessa di ricostruire il tempio di Ram ad Ayodhyia in Uttar Pradesh. Questo episodio è stato un momento di svolta perché Ayodhyia è la città legata originariamente al Tempio induista di Ram, ma dopo l’invasione dei Mughal, ovvero dei musulmani, nella città fu eretta la Babri Mosque, moschea che generò aspre polemiche fra hindu e musulmani, che nel 1992 sfociarono in gravi scontri fra i gruppi religiosi, quando gli hindu distrussero la moschea, provocando violenze e morti. Fu uno dei capitoli neri della storia indiana, capitoli che si ripresentano spesso, anche in Gujarat o in altri stati, perché l’India è un paese che va avanti nella sua pacifica distrazione, ma in realtà vive del suo squilibrio e quando questo viene esasperato, allora succede qualcosa di grave che tende a riportare lo squilibrio entro gli accettabili limiti per il paese. Il BJP dunque ha puntato sul nazionalismo, rivolgendosi prevalentemente all’elettorato hindu in un momento in cui il paese, in crisi sia economica, sia nel settore della politica internazionale era concentrato su altre incombenze, come la forte inflazione e disoccupazione, la povertà imperante in molti stati. La popolazione lo ha capito punendo il BJP, i partiti nazionalisti e le forme di facile populismo, preferendo una scelta moderata.

 

D. Quale governo ora ci sarà e soprattutto quali priorità avrà questa nuova legislatura indiana?

 

Innanzitutto sarà indispensabile una forte riforma economica che rilanci i mercati e l’economia in generale e freni la recessione in atto. Bisognerà inoltre attuare tutte le manovre che evitino il rincaro dei generi di prima necessità, indispensabili e spesso indisponibili per una larga fetta della popolazione. Altra priorità di questo governo è sul piano delle relazioni internazionali, ovvero la definitiva affermazione dell’India come grande potenza mondiale. Gli indiani sono molto nazionalisti nel senso che tengono alla bandiera, il loro sentimento di identità verso l’esterno va oltre le divergenze interne, e vogliono continuare ad essere un paese in corsa. In questo progetto tutti intendono consapevolmente impegnarsi, sia il governo che la popolazione. La terza incombenza, la più importante è la gestione dei rapporti con il Pakistan, che si può evolvere in due strade: quella del conflitto che in pochi accettano o quella della ripresa degli accordi di pace che sono stati interrotti a novembre del 2008, a seguito degli attentanti di Mumbai. Di tutto ciò si occuperà Singh che è il nuovo premier, almeno fino a quando non subentrerà Rahul Gandhi (e comunque questo avverrà in tempi non troppo brevi).  

 

D. Il Pakistan in questo momento è nel mezzo di una vera e propria guerra civile contro i Talebani ancora molto forti nel paese. Come potrà influire questa situazione negli assetti dell’India che ora è anche più vicina agli Usa?

 

Il Pakistan nel corso di questa pesante offensiva contro i Talebani, si è avvicinato molto di più agli Usa, con il governo di Zardari e gli Usa che da anni stanno foraggiando con miliardi di dollari Islamabad, affinché faccia qualcosa per risolvere la situazione. Fonti di Peacereporter dicono che già da un anno i Droni Usa sorvolano alcune regioni strategiche del Pakistan, come lo Swat, lungo il confine con l’Afghanistan, per bombardare alcuni accampamenti dove sono localizzati i Talebani in fuga proprio dall’Afghanistan che è invece maggiormente monitorato dagli Usa, verso il Pakistan, che è uno stato sovrano ma in una condizione fortemente destabilizzata. I Talebani in Pakistan non solo si limitano ad attaccare ma fanno proselitismo e la vera urgenza si è verificata quando sono scesi lungo la valle dal Nord-Est giungendo al villaggio di Bruner a 100km da Islamabad e quindi ad una minima distanza dagli arsenali atomici. Tuttavia questo flusso di Talebani che sta coinvolgendo il Pakistan non è legato necessariamente al terrorismo che è oggi presente in India, ma resta legato all’Afghanistan. Diversamente, i ribelli del Kashmir – che costituiscono il principale problema per i rapporti fra India e Pakistan, soprattutto in ragione dei loro legami con l’Isi –, sono legati ai Talebani dello Swat da un medesimo sentimento di fratellanza, quello della Jihad, che ha fondamenti nella religione e inquadra tutto in una causa molto più grande, direi quasi universale, perciò non è affatto escluso l’interscambio reciproco tra Talebani e ribelli Kashmiri. Tuttavia non possiamo dire con certezza se le organizzazioni operanti in Pakistan o in Afghanistan siano molto più vicine di quanto si possa pensare…Il Pakistan in fondo è una polveriera ed ha la presenza di terroristi per chilometro quadrato più alta al mondo, nel contempo è anche uno dei paesi in cui la proliferazione nucleare procede in modo più celere e ciò accade anche con i fondi che Washington affida al governo pakistano, destinati alla lotta contro i Talebani. Al momento, secondo i dati Reuters, si è creato un flusso di 2 milioni di profughi, di cui 500mila registrati come tali nel maggio scorso ed ora 1,5 milioni in fuga dal Pakistan a partire da inizio maggio, quando si sono intensificati gli attacchi pakistani ai Talebani per ricacciarli al Nord. Molto dipende dall’energia che il Pakistan avrà nel respingere il terrorismo internazionale, perché qualsiasi debolezza potrebbe essere interpretata come una concessione ai Talebani, e mettere in pericolo l’intero processo di pace, intaccando in particolare i rapporti con l’India che potrebbe tornare a chiudersi nei confronti di Islamabad, innescando così nuove tensioni fra i due paesi, quindi nuovi attentati nelle metropoli indiane. 

 

D. Sull’altro fronte, invece, quello inerente allo Sri Lanka ed al Tamil, la resa dei conti è avvenuta circa una settimana fa con la sconfitta definitiva delle Tigri del Tamil da parte dell’esercito e con il relativo massacro che lo ha anticipato…Cosa significa tutto questo?

 

Lo Sri Lanka ha voluto porre fine a questa situazione, non tanto sul profilo pratico, perché i focolai di guerriglia delle Tigri Tamil continueranno ad esserci – almeno fino a quando esisteranno generazioni di Tamil o Tamil presenti all’ovest del paese che potranno riorganizzarsi –, quanto sul piano politico. L’obiettivo primario del governo di Colombo è iniziare un processo di riappacificazione fra le etnie, la maggioranza cingalese buddista e quella minoritaria Tamil induista e cristiana. E questo è un dato che media e giornali trascurano…I Tamil sono anche cristiani, sebbene in larga maggioranza indu, ma probabilmente non si vuole dar adito al sospetto che dei cristiani possano far parte di forze ribelli e terroristiche. Tuttavia, per arrivare realmente ad una fine di questo conflitto lungo 25 anni, è necessario, al di là della tanto sponsorizzata operazione finale, che non ci si continui ad insidiare l’identità dei Tamil, attuando strategie di apertura e coinvolgimento verso questa minoranza, così come promesso dal governo di Colombo nei giorni passati.

 

D. C’è stato anche un ruolo dell’India, al fianco del governo cingalese nell’ambito di questo conflitto.

 

L’India è stata messa alle strette sul piano regionale. Dovendo ricoprire un ruolo credibile a livello internazionale non ha potuto schierarsi con quelli che sono definiti terroristi, altrimenti avrebbe rischiato di copiare il pericoloso gioco del Pakistan. Secondo Delhi, infatti c’è un connubio fra il governo pakistano e l’ISI, che sono due parti della stessa entità, ma ciascuna con vita propria, al punto che l’ISI avrebbe una metà oscura (e tutti lo riconoscono) che ha forti contatti con il terrorismo. Se l’India avesse cercato di giustificare atteggiamenti ed attacchi delle Tigri del Tamil, sarebbe stata parimenti individuata come un paese ambiguo che spalleggia frange terroriste, cosa che non può permettersi in questo momento. In proposito il governo indiano nei prossimi anni dovrà cercare a tutti i costi di bloccare le iniziative terroriste al proprio interno. Al di là del terrorismo pakistano, in India c’è un forte terrorismo interno, come quello dei ribelli maoisti Naxaliti attivi in Orissa, in Jharkhand e fino al Nord del paese. I Naxaliti sono stati definiti proprio da Singh come il problema di politica interna più grave e di difficile soluzione, anche perché la politica indiana nel rapporto con la gente, ha una sua complessità e particolarità. Questi gruppi terroristici molte volte sono “aiutati” dall’ignoranza di una parte della popolazione indiana che ne segue i principi, come accade nel caso dei Naxaliti che sono al tempo stesso percepiti come difensori dei diritti dei lavoratori, ma nella pratica sono criminali che agiscono con strategie di guerriglia, con armi, esplosivi e mirano anche ad obiettivi civili, ragion per cui doppiamente deprecabili. E’ anche per questo motivo che i grandi partiti tradizionali, come il Congresso ed il BJP hanno difficoltà a penetrare nelle zone rurali e sono costretti ad appoggiarsi a partiti regionali che agiscono in quelle zone in modo capillare e quindi ad entrare in diretto contatto con la gente. Il Congresso ha visibilità ridotta in questi ambiti, alcuni suoi leader carismatici, Rahul Gandhi in testa, hanno cambiato strategia di propaganda, recandosi più volte nelle campagne, facendosi filmare con i contadini per ovviare ad una mancanza palese della politica dei grandi numeri verso le zone più periferiche.

Elezioni in India: il punto finale con Emanuele Confortin


30 ottobre 2008

Usa'08: intervista ad Alberto Flores d'Arcais (La Repubblica)

D. L’attentato ad Obama sventato qualche giorno fa da parte di due fanatici del nazismo si aggiunge a quello precedente alla convention democratica. L’America può permettersi a questo punto, un presidente continuamente bersaglio di minacce e fanatismi?

 

Innanzitutto è doveroso fare delle differenze fra il modo di dare le notizie in Europa e quello di darle negli Usa. L’attentato sventato ad Obama era impossibile da realizzare per la dinamica in sé. Ovviamente il fatto che Obama sia un candidato a rischio è fuori discussione, al punto che vengono arrestate delle persone, come nel caso dei due neo-nazisti deliranti, che prima volevano fare una rapina, poi avrebbero dovuto uccidere centinaia di studenti di colore, in parte sparandogli, in parte decapitandoli, poi agire nei ghetti del Sud e quindi giungere ad un comizio di Obama per colpirlo…I servizi segreti devono per forza prendere sul serio ogni notizia, non c’è però alcun giornale americano che abbia dato questa notizia come un titolo in prima pagina, al massimo come una “breve” e tutto è stato giustamente minimizzato.

 

D. In questi giorni abbiamo assistito allo sconfinamento in Siria delle forze americane, allo scambio di accuse fra le due Coree, al paventato ritorno di un governo di destra in Israele, oltre alle crisi in Russia ed Iran. Basterà tutto ciò per indebolire il vantaggio di Obama? 

 

La candidatura di Obama resta molto forte ugualmente perché la politica estera rimane in queste due ultime settimane, un tema minore, perché non se ne parla nei comizi, né nelle analisi di tv e giornali, nelle discussioni e nei talk-show televisivi, o comunque si dice molto poco. Inoltre Barack Obama nelle sue dichiarazioni sulla politica estera fatte duranti i dibattiti, soprattutto su Pakistan, Afghanistan, Iran, ha dimostrato all’elettorato di non poter essere considerato come una sorta di Jimmy Carter che è passato alla storia come un presidente che ha ceduto “troppo” ai nemici degli Usa. Non credo dunque che tale argomento influirà ora, ma lo farà quando il nuovo presidente si insedierà, perché le questioni sospese lasciate dall’amministrazione Bush sono veramente molte.

 

D. Passiamo all’economia. Obama propone allargamento sanitario, aiuti per la disoccupazione e tasse per gli alti dirigenti, per le grandi società. McCain d’altro canto punta sulle deduzioni fiscali ai pensionati, su piani di intervento sui mutui e sui risparmi. Sarà possibile rispettare questi programmi di “soccorso”, in questa recessione?

 

Il vero grande problema che dovrà affrontare il nuovo presidente è proprio questo. Io non credo che i progetti di cui i due candidati stanno parlando in questi giorni siano realizzabili al 100%, se non proprio neppure al 50%. Nei giorni scorsi uno dei consiglieri di Obama ha già ventilato l’ipotesi che il taglio fiscale per la classe media, ovvero per chi guadagna meno di 250mila dollari all’anno non potrà essere fatto nel primo anno di amministrazione e forse neppure nel secondo. I numeri sono definiti e neppure McCain si è reso conto che, nel caso vincesse, rispettare questo programma che sta propagandando, sarà impossibile. Con questa continua altalena di squilibri, è difficile fare una previsione, di cosa decideranno i due candidati una volta alla presidenza e forse neppure loro ne hanno la certezza.

 

D. Il discorso economico attraversa anche quello energetico. L’energia è un argomento che è stato messo da parte, ma sin quando si è discusso di ciò le posizioni erano ben definite: da un lato il progetto di nuove trivellazioni, anche offshore e l’incremento del nucleare per McCain, dall’altro l’”energia verde” proposta da Obama…Cosa è cambiato?

 

Entrambe le strade sono praticabili ed obbligate, anzi la somma delle due posizioni sarebbe la soluzione migliore. Le energie alternative portate avanti da Obama richiedono tempi molto lunghi di attuazione; le trivellazioni in Alaska e la ricerca del cosiddetto carbone pulito è invece largamente maggioritaria nell’elettorato americano per un motivo molto semplice: la paura che continui la dipendenza per il petrolio, rispetto agli stati arabi e soprattutto verso l’Arabia Saudita.

 

D. Che rapporti avrà il nuovo presidente con l’Europa. Dobbiamo abituarci ad un’America sempre  meno vicina ai leader occidentali e magari più propensa a cercare accordi con i paesi asiatici o sudamericani, allontanandosi dalle “amicizie” di Bush?

 

Sicuramente cambierà l’assetto della politica estera americana, ma non perché gli Usa decideranno di aprire canali di partnership con paesi asiatici o sudamericani, in sostituzione dell’Europa. Il motivo del cambiamento sta nel fatto che l’amministrazione Bush, al di là dei suoi legami con Blair, con Berlusconi e con altri leader europei, lascia un’eredità assolutamente negativa per quanto concerne i rapporti Usa-Europa e non solo se consideriamo i governi di Francia e Germania, anche se oggi le posizioni sono cambiate, ma soprattutto agli occhi dell’opinione pubblica. La percezione della presidenza Bush, anche in America, è quella di una leadership che ha messo in grosso imbarazzo gli alleati europei. In questo senso sia Obama che McCain non possono che fare dei passi avanti. Se poi invece parliamo delle “questioni calde” come Iraq, Iran, Corea del Nord, sono più dubbioso in un cambiamento radicale. Obama, qualora dovesse vincere, è chiamato a fare qualcosa di eclatante, anche se non sono così sicuro che i soldati americani saranno ritirati dall’Iraq prima di un anno. Resta però molto forte la tradizionalità della politica estera americana ovvero la sicurezza e gli interessi degli Usa prima di tutto il resto.

 

D. Sono spariti i grandi nomi di parte, come Al Gore, Caroline Kennedy e sono comparsi nomi già conosciuti come quello di Gates, di Paulson o ancora nomi di tecnici come Hagel…Si torna indietro sul cambiamento e si punta su amministrazioni bipartisan?

 

Credo proprio di sì. Può sembrare assurdo negli Usa, ma un’amministrazione bipartisan è più facile con Obama che non con McCain. Adesso ovviamente si fanno i nomi di tecnici repubblicani come Gates, Paulson perché fa parte del gioco mediatico iniziare la lotteria dei nomi e siccome tutti pensano che Obama sceglierà tre repubblicani nella propria, allora si parla di questi. Io però non sottovaluterei personaggi come la Kennedy o Al Gore, sebbene quest’ultimo non avrà sicuramente un ruolo diretto nell’entourage di Obama. Ci sono una serie di persone, che sono poi gli uomini chiave della campagna di Obama, i suoi consiglieri più stretti, e saranno comunque loro i futuri membri della sua probabile amministrazione. McCain, che pure ha una tradizione di politica bipartisan, è così indietro nei sondaggi che se vincesse a sorpresa martedì prossimo, la sua vittoria verrebbe interpretata come il trionfo della base del partito, della destra repubblicana e quindi dovuta alla Palin che ha fatto campagna per mobilitare gli evangelici ed a quel punto potrebbe essere più condizionato dal partito.

 

D. Se guardiamo alla “geografia” degli stati, è possibile aspettarsi sorprese. Non tutti gli stati chiavi sono ancora solidamente nelle mani di Obama…

 

McCain ha ancora qualche speranza, ma il tempo stringe e mancano pochi giorni. Un distacco così grande non si recupera, salvo clamorose sorprese ovvero una crisi internazionale, attentanti in America o una gaffe di Obama o la scoperta di qualcosa di imbarazzante nel suo passato…Quanto agli stati in bilico, è vero che McCain può recuperare, ma in dodici stati nevralgici, ancora parzialmente incerti, lui resta indietro in percentuale e sono tutti stati vinti da Bush nel 2004, a parte la Pennsylvania e quindi, facendo sbrigativi calcoli elettorali, su questi dodici stati, potrebbe permettersi di perderne due o tre, ma non può perdere soprattutto Ohio, Florida e Virginia e deve fare l’impresa in Pennsylvania che è sempre andata ai democratici, anche quando hanno perso.

 

D. Cosa può prospettare nei cento giorni di Obama ed in quelli di McCain?

 

I cento giorni partono dal 20 gennaio 2009, la data dell’insediamento del nuovo presidente. In questa situazione complicata è difficile già immaginare cosa può succedere in questi due mesi e mezzo, in cui ovviamente il candidato eletto agisce in sintonia con la vecchia amministrazione e ci saranno incontri settimanali e poi addirittura giornalieri fra Bush ed il nuovo presidente. Entrambi dovranno dare subito un forte segnale sulla questione economica, lanciare subito, nel caso di Obama, il piano di allargamento dell’assicurazione sanitaria ai 47 milioni di utenti che ne sono sprovvisti oppure affrontare la questione dei mutui, che è ancora in piedi e che rischia di far perdere le case a decine di migliaia di persone insolventi ed impossibilitate a pagare. Obama dovrà dare poi un segnale almeno simbolico sull’Iraq, dopo una campagna incentrata sul ritiro, gli elettori ed i partner dell’ala democratica pacifista si attenderanno un gesto importante in tal senso. Per quanto riguarda McCain dovrà necessariamente concentrarsi anche lui sull’economia, mutui e deduzioni, per poi lanciare segnali di pressione verso gli stati nemici in politica estera, in netta antitesi con la posizione che potrebbe avere Obama.


A cura di Angelo M. D'Addesio (realizzata il 28 ottobre 2008)


29 ottobre 2008

Usa '08: intervista ad Alberto Pasolini Zanelli (Il Giornale)

 

D. Iniziamo dallo sconfinamento americano in Siria contro Al Qaeda. Può essere questa o simile a questa, la sorpresa di ottobre che può far svoltare i sondaggi e far scemare il vantaggio di Obama in favore di McCain…?

 

A.P.Z. Ci ho pensato non appena ho sentito la notizia, ma l’evento in sé non è sufficiente, però potrebbe essere o l’inizio di altri incidenti o comunque un richiamo per spostare l’attenzione dell’elettorato americano dalla crisi economica alla security che è il cavallo vincente di McCain.

 

D. Si è detto molto più di Sarah Palin che non di McCain. Nonostante le gaffes, gli sperperi in vestiti e trucco c’è chi continua a vederla come la donna che aspira alla guida dei repubblicani, una strong-woman, il cui unico errore è quello di aprire bocca. E’ stata un boomerang o un arma in più per McCain?

 

A.P.Z. Nel complesso a McCain non ha giovato la scelta della Palin, anzi dall’avventura esce peggio lui della sua stessa vice che non aveva niente da perdere, era una sconosciuta e adesso è molto nota. Se i repubblicani perdessero con poco margine lei potrebbe avanzare un’eventuale candidatura, se non per la presidenza, almeno per un’alta carica; qualora invece dovessero perdere con ampio margine, allora sarebbe ingoiata anche lei. Non so quando l’elettorato lo abbia percepito, ma questa campagna è stata la prova della sua incapacità e se è vero che McCain ha visto questa persona una sola volta e l’ha caricata di una responsabilità come la vicepresidenza, allora c’è da dubitare anche della sua capacità di riflessione, a meno che non sia stato spinto a questa scelta, dal non sentirsi indietro nella ricerca di qualche forma di novità. D’altra parte c’è chi dice che non sia stata colpa di McCain, perché egli avrebbe voluto Lieberman per fare un “union ticket”, ma che si sarebbe dovuto piegare alla destra repubblicana, in particolare alla destra religiosa, che non avrebbe mai accettato un uomo democratico e su posizioni molto liberal su aborto, sull’omosessualità e simili. Non è stata però una buona mossa perché ha solidificato la base della destra e sappiamo bene che negli Usa non conta strapparsi i voti, ma portare alle urne i propri. Gli Usa sono un paese che ha il massimo del 60% di affluenza, con il partito repubblicano che ha 32 milioni di elettori registrati contro i 41 milioni dei democratici ed è chiaro che più si mobilita il proprio popolo, più si va avanti.

 

D. C’è stata una grande corsa alle promesse economiche in questi giorni. McCain ha annunciato l’aumento dei posti di lavoro, aumento delle deduzioni fiscali, da 3mila a 5mila dollari, per le perdite di capitale, aiuti diretti sui mutui, Obama è stato definito “socialista”, per i suoi aiuti per assistenza sanitaria, disoccupati, classe medio-bassa…Troppa spesa per così pochi soldi nel Tesoro…?

 

A.P.Z. Per prima cosa definire Obama “socialista” è una cosa assurda. Non ha nulla di socialista ma è semplicemente il candidato del partito democratico e l’America non tollera neppure nel pensiero ciò che noi definiamo socialismo. Qualche giorno fa un intervistatore della Fox è stato più preciso, sebbene fazioso e polemico, nel dire: “Se votiamo Obama diventeremo un paese socialista come la Francia”…Per lui la Francia è socialista, noi siamo più portati a pensarlo per Cuba….In ogni caso Obama porta avanti idee più europee, ma credo che sia proprio la crisi economica che stia spingendo gli Usa verso un’impostazione più europea. Altrimenti socialista dovrebbe risultare in misura maggiore proprio Bush, visto che praticamente ha reinventato l’IRI, ha nazionalizzato banche ed assicurazioni ed ha utilizzato il governo in un modo che i repubblicani definirebbero una bestemmia. Quanto alla fattibilità delle promesse degli uni e degli altri e quindi sulla realizzazione dei loro programmi, c’è da essere molto scettici perché mancano i soldi e se McCain ed Obama vogliono ridurre le tasse in diverso modo ed aumentare la spesa, è facile pensare che non ci sia in realtà alcuna possibilità di ridurre le tasse. Al massimo Obama potrebbe realizzare il contenuto del suo slogan “Spread the wealth”, peraltro tradotto male, perché è stato interpretato come una “redistribuzione dei redditi”, ma non è così; è più da considerare come una “spalmata dei debiti” che è la traduzione letterale, ma io direi piuttosto “un’espansione dei redditi”, ovvero quello che c’è, rimane tale al momento ed in futuro si dovrà convogliare in diverso modo ed a diverse categorie le prossime ondate di ricchezza.

 

D. Dopo le banche, le assicurazioni, ora c’è chi paventa una crisi delle carte di credito. E’ credibile? E soprattutto alla fine chi subirà più di tutti questa dura stagione di recessione americana e globale?

 

A.P.Z. Chiaramente chi soffrirà di più è la classe media o i meno abbienti. Il caso delle carte di credito è interessante perché penso che la diffusione e l’uso delle carte di credito sia una buona parte della malattia americana. Circa un anno fa leggevo fra le divisioni in scaglioni di reddito, che l’ultimo scaglione di reddito americano, una quota pari a circa al 15%, è costituito da famiglie con un reddito di circa 10.000 dollari (e ci si chiede come faccia una famiglia a vivere con così pochi soldi!) ed il punto è che esse spendono il doppio di ciò che guadagnano ed il resto è debito. Esiste una cultura del debito che ormai è come una droga. Ho sempre pensato che se la famiglie americane della classe media smettessero di comprare cose nuove con le carte di credito e pagassero invece le loro rate, evitando la corsa continua all’acquisto, l’economia potrebbe risanarsi, ma comunque si verificherebbe poi una recessione ancora più grande perché se togli la droga a qualcuno, quello non sta sicuramente bene.

 

D. Obama è in vantaggio molto forte in questo momento. Perché Obama rischia di stravincere. Forza del personaggio, la crisi economica che spinge verso il democratico di turno, la voglia di cambiamento in generale…?

 

A.P.Z. E’ giovato ad Obama l’essere un personaggio in sé, nelle prime fasi, prima ancora delle primarie ha solleticato la curiosità, poi vista la benevolenza, l’affabilità è riuscito a fare breccia nei giovani, negli immigrati, nelle città e quindi anche nell’elìte del paese. Tutto ciò non sarebbe bastato, come abbiamo visto nelle primarie, dove Obama ha ottenuto il 50,3% contro il 49,7% di Hillary Clinton, se Obama non avesse prevalso nella tecnica superiore che ha messo in campo, soprattutto nei caucus dove c’era grande partecipazione dei giovani che gli ha permesso di ottenere la nomination, conquistando delegati. Poi gli ha giovato anche la coincidenza con l’anticipo delle primarie. Normalmente le primarie cominciano a gennaio e febbraio e si concludono con le ultime in giugno e la scelta del candidato è in agosto, con la convention. Quest’anno grossi stati come la California hanno anticipato molto e quindi anche la raccolta fondi è iniziata l’anno scorso, quando il tema più sentito era la guerra in Iraq, su cui Obama si era da sempre schierato contro mentre la Clinton aveva votato a favore ed allora c’è stata la scelta verso Obama. Oggi la situazione irachena interessa poco, sia perché la situazione è obiettivamente migliorata, sia perché già prima del crac l’economia è finita al centro dei pensieri dell’elettorato. Obama è arrivato ad un punto morto, perché nel momento in cui i temi retorici e filosofici su cui puntava hanno perso peso ed è stato sottoposto al fuoco di fila personale dei repubblicani che non è basato sulla razza, sulle sue vaghe associazioni all’Islam, sui dubbi sulle sue origini. Infatti McCain lo ha superato per un determinato periodo a settembre fin quando non è scoppiata la grana economica ed allora Obama ha recuperato, soprattutto perché democratico. E’ chiaro che come partito, i democratici alla Camera ed al Senato avranno un grosso successo e l’incertezza alla Casa Bianca, è legata essenzialmente alla scelta di un nome. Se ci fossero state le elezioni sul modello europeo, i democratici avrebbero vinto a mani basse ed Obama con loro. La crisi economica ha convinto gli elettori democratici che erano ancora indecisi o per il colore della pelle, o per l’eccessiva intellettualità di Obama, a votare essenzialmente, come accade in tutti i paesi, a votare contro il governo.

 

D. Immaginiamo i primi cento giorni (in modo simbolico, naturalmente essendo il periodo molto breve) dei due candidati, partendo da Obama e passando a McCain.

 

A.P.Z. Obama imposterebbe la sua politica sulla base dei progetti e della compattezza del partito democratico e questa si palesa soprattutto sulle questioni sociali. Cento giorni, sono pochi a meno che non agisce con decreti urgenti, come ha fatto Bush. La tendenza è chiaramente quella di un politico che mette sul tavolo il discorso della salute e della sanità, una riforma fiscale ovvero lo sgravio fiscale per quelli che guadagnano meno di 250.000 dollari l’anno, parlare di ecologia, quanto alla politica estera, aspettiamoci una politica meno belligerante. Il ritiro dall’Iraq sarebbe notevolmente anticipato, maggiore diplomazia con gli stati nemici, con l’unica eccezione della caccia ad Osama Bin Laden e quindi la cattura del leader o in Afghanistan o in Pakistan, dove sarebbe possibile l’incremento di truppe…A meno che non si venga a sapere che Bin Laden è stato catturato o è morto la classica sorpresa d’ottobre…McCain, al contrario, non è un “bushista”, non appartiene all’ortodossia repubblicana, ma ha dovuto fondersi necessariamente con la base del suo partito e quindi avremo un presidente che fa forti pressioni sull’Iran ed attivo in politica estera e sulla politica economica meno enfasi e meno interventismo statale. Se McCain viene eletto perché eroe e non perché economista. Idem Obama viene eletto non di certo perché economista, ma perché rappresenta il nuovo grande sogno americano.

 

D. I sondaggi vanno presi sempre con le molle. Gli ultimi sondaggi danno in vantaggio Obama dai 4 punti ai 10 punti e si parla continuamente di una lotta serrata su Florida, Ohio e nel Sud (Colorado, Nevada)…Ci sono i margini per un colpo di McCain?

 

A.P.Z. Tecnicamente sì. E’ difficile che McCain superi Obama nel voto popolare, ma questo non è decisivo, ma se recupera negli stati, ha buone possibilità di farcela. C’è una strategia precisa di MCain che è abbastanza chiara e piuttosto ragionevole su tre stati, anche perché McCain dispone di meno soldi di Obama e questa è un'altra in usualità della storia americana visto che i fondi dei repubblicani sono sempre stati prevalenti su quelli dei democratici. I tre stati sono Ohio, Florida e Pennsylvania che nel 2004 ha votato per Kerry, mentre degli altri può fare anche a meno, ma non di questi tre. Credo che il più repubblicano di questi stati sia l’Ohio che dovrebbe rimanere a McCain. La Florida è un mistero perché secondo il mio istinto, tale stato dovrebbe rimanere repubblicano perché c’è il voto cubano chiaramente anti-sinistra, c’è una forte presenza ebraica, mobilitabile verso chi può garantire maggiore attenzione ad Israele. Questo è in contrasto con i sondaggi, perché mentre in Ohio i due candidati sono in parità, in Florida Obama è in vantaggio ed il voto ebraico per il 70% è tutto per Obama. In questo caso la Florida repubblicana potrebbe cambiare. McCain deve poi conquistare la Pennsylvania, cosa difficile però un motivo nella scelta di questo stato, ovvero la debolezza di Obama verso i “blue collars”, la difficoltà avuta contro Hillary Clinton, c’è uno stato in buona parte rurale e bianco, molto religioso ed è possibile una mobilitazione contro l’uomo delle grandi città, liberale, di cui non si conosce la religiosità e che è andato in Pennsylvania a sminuire la preoccupazione dei cittadini, dicendo che quando la gente è preoccupata tende a rifugiarsi nelle armi da fuoco e nella religione e qualora tali frasi non siano dimenticate, risulterebbero le ultime carte per McCain.

 

Alberto Pasolini Zanelli, giornalista e saggista, è commentatore di politica americana da Washington per Il Giornale. E’ stato inviato anche in Asia Orientale. Ha dedicato agli Usa numerosi libri tra cui “Dalla parte di Lee” (Facco 2006) ed “Imperi” (Settecolori 2007) ed “Imperi II. Russia e Cina nel mondo degli americani”.        

A cura di Angelo M. D'Addesio (realizzata il 27 ottobre).


13 ottobre 2008

Usa '08: intervista a Gianna Pontecorboli

 

D. Partiamo dall’ultimo confronto a Nashville. Come è accaduto ad Oxford si è detto:”Obama ha vinto, ma non ha sferrato il colpo finale”. C’è chi dice che in questo momento di crisi economica gli americani stanno scegliendo il male minore ovvero sceglieranno Obama solo in quanto democratico e quindi teoricamente più competente in chiave economica…E’vero questo ridimensionamento?

 

P. McCain ha sempre ammesso di non intendersi molto di economia e si è sempre trincerato dietro la ricetta classica dei repubblicani, ovvero sgravi fiscali e scarso intervento del governo ed anche adesso si è mosso ugualmente, promuovendo gli aiuti per supportare i mutui non coperti delle banche, ma facendolo in maniera molto superficiale.  Gli americani a tutto ciò hanno reagito e qualcuno lo ha accusato di voler soltanto aiutare le banche.  Durante il dibattito Obama è stato molto più preciso, anche se non ha convinto del tutto. Anche lui è rimasto necessariamente nel superficiale, ha ripetuto ricette già espresse altre volte, ha detto più volte i medesimi concetti.

 

D. Ancora sulla crisi finanziaria. E’ stato votato il piano Paulson di salvataggio da 700 miliardi di dollari, appoggiato da entrambi i candidati, che è molto pesante ed impopolare. Come incide questa “impopolarità” delle recenti decisioni sui due candidati e soprattutto in cosa si differenziano i due a questo punto su tali temi?

 

P. La differenza nei loro piani economici in concreto è soprattutto a livello fiscale. Ma per quanto riguarda il salvataggio sono stati tutti e due a favore. E’ vero che il piano di salvataggio da 700 miliardi di dollari è stata una mossa molto impopolare, ma poi la gente si è resa conto che tale passo era necessario, altrimenti il sistema finanziario sarebbe crollato totalmente, anche se per la verità è crollato ugualmente. Tuttavia la gente in America ha metabolizzato abbastanza il piano; ora ciò che si aspettano dal futuro presidente  e le ragioni per cui faranno la loro scelta è la capacità e la volontà che avrà nell’aiutare la singola famiglia, l’”americano medio” ed Obama ha promesso di farlo in maniera più sensibile, promettendo da sempre di non premiare il grande capitale, di non premiare le banche e le società di assicurazioni che hanno preso dei rischi eccessivi ed hanno contribuito al tracollo che si sta verificando. 

 

D. Entrambi i candidati si sono proposti come candidati del cambiamento, soprattutto Obama, il cui slogan “Change” è stato il leit-motiv della campagna elettorale. C’è stato un passo indietro nelle dichiarazioni di riforma sanitaria, scolastica sociale oppure i candidati hanno rilanciato?

 

P. Non si sono affatto tirati indietro, anche perché i programmi di entrambi erano abbastanza cauti con differenza molto sostanziali, perché McCain, ad esempio, nel settore dell’assistenza sanitaria, promuove il canonico sgravio fiscale mentre Obama cerca di portare l’assistenza medica ad un livello di obbligatorietà per tutti, ovvero non proprio la nazionalizzazione ma un sistema che somigli sempre di più agli standards di mutualità canadese ed europeo. Ci sono dunque grosse differenze in questo senso ma nessuno dei due ha fatto grandi rilanci sui piani iniziali, anche perché necessariamente entrambi i progetti sono molto costosi ed in una fase di recessione, sarà molto difficile trovare soldi in bilancio per mandarli avanti ed al tempo stesso trovare la volontà politica nel Congresso di attivarsi in questo modo.

 

D. Ultima riflessione sul piano economico. E’ di questi giorni la proposta di intervenire anche per salvare le imprese automobilistiche ed elettriche. Si passa dalla finanza all’operaio o impiegato. In che modo il destino delle holding bancarie può risultare legato a quello della grande fabbrica?

 

P. Le due vicende vanno esaminate contemporaneamente e da questo punto di vista non ci sono molte differenze fra i due candidati, perché dare liquidità alle imprese automobilistiche o altre grandi aziende, significa salvare la forza lavoro, non costringere le medesime a fare dei licenziamentidi massa che sarebbero devastanti. E’ una strada abbastanza comune, come lo è stata quella utilizzata per salvare le banche ed i capitali delle banche e dei soggetti finanziari. Forse l’unica differenza è nel fatto che Obama, qualora fosse eletto, probabilmente imporrà al capitale delle garanzie, ovvero si batterà per una regolamentazione piu’ stringente e per un limite agli stipendi degli alti funzionari e dei dirigenti e su questo McCain è stato molto più prudente.   

 

D. Anche dopo Nashville al pari di Oxford, i sondaggi hanno rivelato che McCain e quindi i repubblicani continuano a convincere, nonostante l’ombra di Bush, su temi quali l’Iraq, l’Afghanistan, la Russia. Come spiega questa “egemonia” repubblicana nel settore esteri ed in quello della difesa?

 

P. Il motivo è nel fatto che i repubblicani hanno sempre privilegiato, nei loro temi centrali, quello della sicurezza e Bush, seppure con i suoi tanti limiti, è riuscito a farla diventare un argomento prioritario. Gli americani sono abituati a considerare la sicurezza come uno dei problemi principali di cui il futuro presidente dovrà occuparsi. Effettivamente i repubblicani hanno sempre finanziato volentieri il Pentagono, hanno sempre privilegiato una linea dura, per esempio nei confronti dell’Iran, hanno in un gran parte appoggiato la guerra in Iraq portata avanti dal presidente Bush . In questo modo hanno fatto della necessita’ di sicurezza dell’America  una priorità. Anche Obama non si e’ sottratto, ma ha parlato anche di dialogo, di diplomazia, perfino con l’Iran.  Tutto ciò ha il suo peso in un’America di provincia che considera la soluzione di Obama come la più rischiosa.

 

D. Negli esteri ci sono due nodi importanti da sciogliere e quindi due crisi da sbrogliare. Da un lato l’Iran, dall’altro la Russia. Trattare o non trattare. Qual è l’orientamento della gente, alla luce delle diverse vedute dei due candidati?

 

P. Credo che ci sia una certa stanchezza nei confronti della politica unilateralista di Bush. Gli americani oggi hanno voglia di partner con cui parlare, come li hanno avuti in passato anche presidenti repubblicani che comunque riuscivano a proporre forme di dialogo. Esiste un’esasperazione verso la politica “imperiale” che hanno adottato gli Usa in questi otto anni.

 

D. Possiamo essere pronti ad immaginare la futura America, soprattutto quella di Obama, sempre meno presente nelle vicende e nei conflitti internazionali e quindi neppure così convinta del partenariato con gli altri continenti e quindi anche con l’Unione Europea, ma più attenta alle sue vicende interne?

 

P. Il tema del partenariato con l’Europa è stato trattato pochissimo se non per nulla dai due candidati. D’altra parte la distanza fra l’America e l’Europa non è una novità e non è imputabile solo a Bush. Era già vero venti anni fa, adesso le cose sono soltanto peggiorate. C’e’ sicuramente un’America che ha teso e tenderà a guardare sempre più sé stessa e per cui l’Europa e il resto del mondo hanno un’omportanza marginale.

 

D. Restano comunque due gravi crisi da risolvere: quella in Georgia con la Russia e quella in Iraq ed Afghanistan. Cosa si prospetta nel breve periodo?

 

P. Dipende da molte cose. L’atteggiamento di Obama e di McCain e’ sicuramente diverso in questo campo. McCain farebbe la voce più dura nei confronti di Putin, più di quando non la farebbe Obama. Tuttavia la vera differenza si vedrà nei rapporti in seno al Consiglio di Sicurezza dell’Onu. L’impressione è che gli Usa non vogliano rinunciare al dialogo con la Russia, anche se ci potranno essere ancora molte tensioni. Un caso emblematico delle variabili che possono influire su tale rapporto è dato dal ricorso della Serbia alla Corte di Giustizia Internazionale dell’Aia, per la decisione di autonomia del Kosovo che la Serbia, con l’appoggio della Russia, considera secessione. Il giudizio della Corte avrà il suo peso, anche sui comportamenti della Russia stessa e della Georgia, sull’aspetto delle secessioni territoriali. Ci vorrà tempo ma si giungerà ad un dialogo fra le due potenze. Quanto all’Iraq, molto anche in questo caso dipende da chi sarà il presidente, sebbene sia che vinca l’uno o l’altro, il ritiro dall’Iraq ci sarà. Il nodo dell’Afghanistan è invece più cruciale e distintivo perché Obama ha puntato molto su questo tema rispetto a McCain. Obama ha sempre detto che la radice della lotta e della vittoria sul terrorismo è in Afghanistan. Gli ultimi rapporti sulla sicurezza nel paese sono molto allarmanti. Obama rimarrà molto dialogante ma al tempo stesso insisterà per aumentare le forze della Nato e coinvolgere sempre più paesi, più di quando non ha fatto Bush, per stabilizzare l’Afghanistan e risolvere una questione che ha definito basilare per la sicurezza mondiale.

 

D. Ad un mese dalle elezioni, in che modo sta influendo la diversità di vedute dei due candidati sulla questione energetica?

 

P. I candidati ne hanno parlato molto, hanno posizioni differenti, perché McCain vuole puntare decisamente su nuove trivellazioni e sul nucleare, mentre Obama insiste sul fatto che al di là delle trivellazioni e del nucleare, ci vuole una politica di sensibilizzazione e responsabilizzazione sul risparmio energetico che coinvolga tutti gli americani. E’ difficile dire chi sia favorito in questo discorso. Obama è forse più vicino all’idea della gente comune, ma la posizione di McCain soddisfa molti interessi, cioè quelli dell’industria energetica, di stati come Alaska o Texas e Florida, dove le trivellazioni offshore sarebbero maggiormente possibili. Sono entrambe posizioni di calcolo politico che solleticano diverse tipologie di elettorato e che coinvolgono molti interessi, fermo restando che il presidente eletto dovrà cercare comunque di unificare le due anime in una politica comune. 

 

D. Obama e McCain, candidati sui generis, diversi dal solito, si circonderanno di indipendenti, saranno presidenti di convergenza. Insomma dobbiamo abituarci ad un’America dalle differenze smussate oppure democratici e repubblicani resteranno ancorati ai loro vecchi retaggi?

 

P. Le posizioni non cambieranno. E’ caratteristico dell’America che, in occasione di periodi di crisi o dopo che un periodo è arrivato alla fine del suo ciclo naturale, storicamente giunge un cambiamento “dal basso” e questo periodo coincide con quel cambiamento storico. Tuttavia le linee direttrici di ciò che vogliono i democratici e i repubblicani non cambiano, così come non cambiano i settori di popolazioni a cui ciascuno dei due partiti si può rivolgere. Esistono delle sovrapposizioni ma sono molto limitate. La base dei partiti resterà uguale e i due candidati si circonderanno di persone che le rappresentano.

 

Al momento Obama è in vantaggio in tutti i sondaggi. Esiste ancora una percentuale di indecisi pari a circa il 10% e ci sono stati toss-up come Ohio, Florida, N. Carolina, Colorado, Nevada, ancora in ballo. Quanto tutto ciò può ancora cambiare il destino della corsa alla Casa Bianca?

 

P. Sembra che Obama stia marciando verso il successo. In campagna elettorale un periodo pari ad un mese resta lungo e può ancora succedere di tutto; nessun commentatore serio scommetterebbe adesso su una vittoria sicura di Obama. Io penso che probabilmente vincerà ma le cose possono cambiare da un momento all’altro.

 

Gianna Pontecorboli, corrispondente da New York di Lettera 22 e collaboratrice di Il Riformista. In passato e’ stata a lungo corrispondente della Quotidiani Associati e ha collaborato per Il Secolo XIX ed il Gazzettino.

 

Angelo M. D’Addesio

(Pubblicato oggi su Libmagazine)

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