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Diario


12 settembre 2011

L'11 settembre dell'Elefante

Il decennale dell’11 settembresarà ricordato per due cose, una che hanno visto tutto ed un’altra che sanno inpochi. Quest’ultima riguarda l’impossibilità americana di risarcire tutti iparenti delle vittime, compresi quelli colpiti da malattia professionale e non,dopo l’11 settembre 2001 ed i veleni sprigionati dal crollo. Negli Usa di Obamache hanno inseguito assistenza finanziaria ed in quelli di Bush che hannoglorificato pompieri e volontari, mancano nomi all’appello e garanzie per chiha perso i propri cari. E' l'America che ricorda, ma sta già andando troppo veloce e pensa più al Memoriale che alla memoria, ad innalzare un vessillo di potenza piuttosto che cercare ancora storie. Eppure, e questo è il secondo punto, l’America che hascelto Obama, che ha chiesto a gran voce il ritiro dei propri ragazzi dall’Iraqe dall’Afghanistan (senza ottenere ancora quest’ultimo), che è arrossita dirabbia e vergogna per le immagini di Guantanamo e per i segreti di Rumsfeld eCheney, ha applaudito accoratamente George Bush, ha preferito il suoriferimento patriottico alla preghiera di Barack Obama…Poco conta che questa crisi sia anche figlia degli ingenti investimenti bellici di Bush e la stanchezza versoil governo repubblicano quattro anni fosse evidente. Oggi, l’America in crisitorna a ripensare al bisogno di sentirsi forte, di scacciare i fantasmi dellarecessione, con i muscoli da superpotenza più che con i calcoli delpallottoliere. Quale sarà la migliore soluzione lo sceglieranno soltanto gliamericani nel 2012, ma se quegli applausi per Bush sono l’antipasto delconsenso di Rick Perry (che in fondo viene dal Texas come Bush ed appartiene aquel Tea Party che Bush, senza saperlo, ha fondato), allora vuol dire che gliUsa a dieci anni dall’incubo ne vogliono esorcizzare un’altra trincerandosi nelmito e nell’orgoglio. Agli americani non interessano le “Primavere” el’ecumenismo obamiano, anzi l’11 settembre risveglia il sospetto islamico, ilnon volersi sentire incalzati da Cina, Brasile, India o minacciati dall’Iran. Vecchieemozioni ma anche vecchie paure, unità ma anche testa alta. La crisi in un certo senso porta sempre a reazioni e ribellioni e la "ribellione" americana non è la piazza, ma la ricerca della superiorità perduta, la convinzione che tutto dovrà andare meglio e che non ci sono dubbi in questo e che non sempre conta la parola "insieme" per realizzarla, in fondo il mondo è il mondo, ma gli Usa sono un'altra cosa. Ecco perché dietro questo 11/09 c'è già un caldo 2012.     


26 agosto 2009

Muore Ted l’ultimo “liberal”. Ora Obama è più solo.

Muore Ted l’ultimo “liberal”. Ora Obama è più solo.  

 

Quarant’anni dopo la sua uscita di scena dalla carriera presidenziale che toccò solo a suo fratello John e che Bob riuscì solo a sfiorare, Ted Kennedy esce di scena dalla vita, a 77 anni, stroncato da un tumore. Era considerato l’anima liberal della famiglia, dai denigratori ritenuto il meno capace e quindi sottovalutato e forse proprio per questo solo lui riuscì a chiudersi la porta della Casa Bianca in una serata del 19 luglio, dopo una festa a Martha’s Vineyard, quando forse su di giri o distratto uscì fuori strada finendo in un pantano e lasciando lì nell’auto ancora viva ma ferita la sua collaboratrice più valida Mary Jo Kopechne. In quella notte Ted Kennedy attraversò a nuoto il braccio di mare dall’isola alla costa del Massachussets, addirittura si coricò, dopo aver solo sentito alcuni dei suoi amici più fidati e solo la mattina denunciò l’incidente, quando alcuni pescatori ritrovarono l’auto…Indagini, pagine di accuse e tanti parlarono di “arroganza del potere”. Da allora l’ultimo Kennedy disse addio alla presidenza, ma il Massachussets, i democratici, il paese lo perdonarono, rieleggendolo ad oltranza al Senato, dove riuscì a fare più di quanto non fecero i suoi fratelli e più di quanto forse avrebbe potuto fare alla presidenza. E’ stato l’artefice del grande compromesso bipartisan sull’immigrazione, una delle prima riforme sulla regolarizzazione dei lavoratori stranieri, poi ancora iniziative di legge sui diritti delle disabilità, sull’educazione, sulle garanzie pensionistiche dei lavoratori, in un partito che a volte si dimostrò molto meno moderno e meno slegato alle lobbies di lui, che in fondo era considerato un lobbista per nascita e per cognome…I democratici sono state molte volte imbarazzati ma costretti a dirgli di sì. L’ultima preoccupazione di Ted era il suo seggio al Senato. Aveva proposto la possibilità di una designazione da parte del senatore uscente in caso di malattia, ma egli guardava oltre ovvero a quel Barack Obama che proprio al Senato non riesce a sfondare in un altro dei temi cari a Kennedy, quello della sanità. Ora senza la sua voce tutto potrebbe complicarsi, ma chissà che un giorno il suo nome resti (come è nelle intenzioni di Obama) nel titolo di una riforma storica. Oggi si chiude comunque una generazione piena di contraddizioni e di ambizioni, ben diversa da quella di oggi, troppo robotica, figlia di internet e dell’economia yuppie, che si sente già arrivata e non con la voglia di arrivare. Forse anche per questo l’ultimo Kennedy prima di morire ha dato l’ultima spinta ad Obama. 

 

Il Paroliere


19 maggio 2009

Obama contestato sui temi etici: il punto con Elena Molinari

Obama contestato sui temi etici: il punto con Elena Molinari

 

Elena Molinari, corrispondente dagli Usa per l’Avvenire, fa il punto sulla contestazione degli anti-abortisti ad Obama e sui rapporti fra Chiesa ed amministrazione Usa sui temi etici e scientifici. 

 

D. Da chi è partita la protesta contro Obama all’Università di Notre Dame, avvenuta ieri. E’ un’iniziativa di militanti o trova appoggio anche negli ambienti della chiesa americana?

 

Penso che sia legata perlopiù alle posizioni di militanti, perché la chiesa americana pur avendo espresso perplessità ed anche opposizione ad Obama sui temi dell’aborto e dell’interruzione di gravidanza, non ha alcun interesse (e non lo ha mai fatto) ad avviare offensive nei confronti del presidente. La mia impressione è che ci sia un tentativo da parte della nuova amministrazione di voler essere molto più pragmatici e comunque di tenere aperto il dialogo. Obama presta infatti molto attenzione ai praticanti della Chiesa Cattolica e Cristiana in generale, come le politiche sociali, l’aiuto agli immigrati, ai poveri, l’educazione dei bambini.

 

D. Quanto è trasversale questa campagna contro Obama sui temi etici ed in particolare fra i democratici dove c’è una grande presenza di esponenti di fede cattolica?

 

In realtà non è così trasversale ma ancora abbastanza schierata su linee di partito. Ci sono esponenti democratici anti-aborto, che mantengono la loro posizione e probabilmente la esprimono, ma questi stessi democratici comunque separano le loro posizioni etiche personali da quelle politiche ovvero essendo membri di un partito che difende il diritto all’aborto, molti di loro, pur essendo contrari all’aborto sul piano personale, continuano ad appoggiare le iniziative di legalizzazione. Ci sono forse alcuni politici che fanno eccezione, ma nel complesso le proteste rispecchiano fedelmente i pensieri dei due partiti sui temi etici.

 

D. Come proseguirà la politica di Obama su questi temi. Sul campo delle cellule staminali sono stati sbloccati i finanziamenti bloccati da Bush, con un margine di 120 giorni e sull’aborto proseguirà la presa di posizione del presidente?

 

Obama è già andato avanti, perché dopo aver sbloccato i finanziamenti alla ricerca sulle cellule staminali, ha dato mandato al National Institute of Health affinché programmasse delle linee guida su cui poi ci si doveva adeguare e l’Istituto ha emesso queste linee guida che specificano la possibilità di compiere ricerche sugli embrioni congelati, conservati presso le cliniche della fertilità, ma non la possibilità di finanziare ricerche che usino embrioni creati al solo scopo di studio e quindi creati in vitro o con la clonazione. Nell’ambito dell’aborto ha riaperto i finanziamenti per le organizzazioni non governative che prevedono nell’ambito delle loro attività anche lo strumento dell’aborto nel contesto della pianificazione familiare, cosa che Bush non permetteva. Quindi Obama prosegue in questa sua linea politica, come previsto e promesso in campagna elettorale e non ci sono stati arresti a causa di manifestazioni di dissenso.

 

D. Obama si è mai pronunciato sulle questioni interne che hanno riguardato la Chiesa americana, soprattutto quelle che hanno coinvolto vescovi e sacerdoti per casi di pedofilia negli scorsi anni?

 

No, non si è mai pronunciato su tali temi. In una circostanza in cui la questione gli è stata sollevata, ha detto con sensibilità che si trattava di casi di privati sofferenza che coinvolgevano le vittime, senza però entrare nel merito delle vicende, né in fondo è di sua pertinenza, essendo casi di competenza dell’autorità giudiziaria (in quelle particolari situazioni che hanno risvolti penali) oppure dell’autorità civile o religiosa. Politicamente sarebbe controproducente se lo facesse, anche perché in realtà ha il compito di mantenere un atteggiamento di dialogo e di equidistanza con tutte le religioni ed in particolare con quella cattolica che sta vedendo aumentare il numero dei partecipanti grazie all’afflusso dei latinos dall’America Latina e comunque sta acquisendo un peso notevole. Il suo atteggiamento resta di notevole apertura, ma anche di cautela, cercando di non sbilanciarsi nei confronti della fede e dei rapporti con i credenti di altre fedi.

 

D. In tema di omosessualità ed in particolare di unioni e matrimoni fra omosessuali, qual è il pensiero del presidente americano?

 

Obama è contrario e lo ha sempre detto e gli sta creando notevoli difficoltà il fatto che un numero sempre più ampio di stati nel nord-est, come il New England, il New Hampshire, il Connecticut, il Vermont e recentemente anche New York stanno emanando leggi che consentono i matrimoni omosessuali. Obama è favorevole ad ammettere le unioni civili, ma non i matrimoni veri e propri. C’è pressione da parte della comunità gay perché cambi idea, ma al momento è rimasto coerente con le sue idee originarie e non si è più pronunciato.

 

D. Sul piano politico, la nomina dell’ambasciatore in Vaticano resta un nodo difficile da risolvere, visto che si è parlato negli scorsi mesi di una bocciatura di tre candidati tra cui Caroline Kennedy. Come si risolverà questo problema e con quale nome di compromesso?

 

Su questa ridda di voci non ho notizie. Ci sono però molti nomi che vengono fatti e penso che la nomina sarà imminente e veloce perché comunque si stanno riempiendo anche altre posizioni che erano rimaste vuote ed è la scelta per il Vaticano ben presto sarà presa in considerazione. C’è la solita girandola di nomi, ma naturalmente il compito che spetta al presidente è molto delicato, dovendo scegliere qualcuno che stia bene anche all’altra parte.

 

D. L’Osservatore Romano, al di là delle critiche iniziali del Vaticano, si è pronunciato molto positivamente sui primi cento giorni di Obama. Ci sono dunque serie prospettive di un dialogo stabile e duraturo?

 

Sarà così indubbiamente ed è una strada che ambedue le parti hanno intrapreso, nonostante i vescovi americani molte volte si siano espressi duramente, mostrando una forte opposizione alle scelte politiche di Obama, ma la sensazione è che ci sia una netta differenza che viene precisata dal Vaticano e dal presidente Usa,  fra l’opposizione alle politiche sul piano etico e scientifico del presidente ed il rispetto per la sua persona e per la sua amministrazione. Mentre infatti proseguono le proteste, le pressioni e tutto ciò viene fatto presente, si cerca al tempo stesso di mantenere un dialogo stabile perché i temi sono troppi e troppo importanti perché ci si possa permettere di chiudere la porta, considerandone solo alcuni su tutti.

 


12 maggio 2009

I "115" giorni di Obama: intervista a Luciano Clerico

Luciano Clerico, corrispondente Ansa da Washington ed autore del libro “Barack Obama. Come e perché l’America ha scelto un nero alla Casa Bianca”,- Edizioni Dedalo 2008. ci racconta i 100 giorni di Obama ed anche del sogno americano diventato realtà.

D. Come sono stati questi cento giorni di Barack Obama, in cosa sta realmente dando un segnale di cambiamento al paese?

C. Onestamente Obama ha sicuramente ha governato in questi primi cento giorni sull’onda del successo elettorale e le critiche che gli sono arrivate non lo hanno ferito affatto. Si è trovato di fronte ad una situazione di difficoltà tale che inevitabilmente ha perso parte del consenso. Se prima poteva contare su un gradimento, testato dall’ultimo sondaggio al momento dell’ingresso alla Casa Bianca, pari al 75%, adesso naviga intorno al 64% che è comunque un dato molto alto per gli Usa. C’è solo sua moglie che è più gradita di lui agli occhi degli americani. Il motivo di questa flessione sta nelle difficoltà oggettive che la politica americana e mondiale deve affrontare: le guerre in corso, la recessione, l’allarme recente dell’influenza suina (secondo me sovradimensionato dai media) sono elementi che andrebbero ad incidere sull’immagine di ogni leader. Agli americani però piace e riconoscono ad Obama, un risultato su tutti: aver ripristinato la buona immagine degli Usa agli occhi del mondo. E’ un risultato che gli consente in politica estera dei margini di manovra che oggettivamente gli Usa avevano perso. Prima ci si muoveva solo con decisioni unilaterali, adesso la politica di multilateralismo a 360 gradi piace molto al paese, agli alleati e ai non alleati.

 

D. Ci si aspettava Barack Obama non così impegnato sulle scene internazionali e più concentrato sulle vicende interne, invece è accaduto il contrario. Confronti con tutti, perfino con l’Italia (vedi accordo Fiat-Chrysler). Gli Usa contano molto sui rapporti internazionali?

 

C. Assolutamente sì. Sulla politica estera c’è ora una marcia in più rispetto alla politica unilaterale di Bush. Obama ha avviato una stagione di dialogo di cui gli Usa avevano bisogno e le critiche che gli sono state mosse, per aver stretto la mano ed accettato un libro da Chávez, sono critiche così asfittiche ed infondate che parte dello stesso elettorato repubblicano ha contestato chi gliele aveva mosse. Praticamente Obama è criticato solo dall’ala più conservatrice del partito repubblicano che peraltro si sta lentamente erodendo, al punto che si può parlare di una grave crisi del GOP, a causa proprio dell’ondata di consenso positivo che l’amministrazione Obama porta verso sé. Quanto ai rapporti con l’Italia, l’operazione Fiat-Chrysler forse va letta anche in chiave di politica estera, ma e’ un’operazione in primo luogo di politica interna. Obama non ha fatto l’accordo con la Fiat in quanto italiana, ma perché la Fiat era fra le società automobilistiche del mercato mondiale quella che offriva le caratteristiche migliori per il tipo di sviluppo a cui la Chrysler può andare incontro nei prossimi anni. Lui infatti preme molto sulla politica ecologico, sul rispetto dell’ambiente, sullo sviluppo dell’energia sostenibile nel settore industriale dell’auto e l’accordo nasce essenzialmente da queste motivazioni.

 

D. Ci sono poi le questioni interne, soprattutto di carattere economico e la grande critica rivolta ad Obama è stata quella di aver pensato almeno in un primo momento al salvataggio delle banche e non alla gente comune. E’ stato realmente così?

 

C. E’ vero esattamente il contrario. Egli sostiene che se si vuole ripristinare un ciclo positivo dell’economia, bisogna partire dai consumi; i consumi quotidiani ed il flusso del credito a livello delle imprese devono essere rimessi in moto partendo ovviamente e per questo motivo e’ vitale che le banche funzionino. Ma il piano per salvarle non ha nulla a che vedere con la loro nazionalizzazione. Vuole solo garantire che le banche non falliscano e che riprendano a finanziare i piccoli creditori, per rimettere in moto un meccanismo positivo. E’ un processo che richiederà almeno un paio d’anni. Obama ha detto che questa è una strada obbligata per rivitalizzare l’economia americana. E ha chiesto, anzi ha preteso nuove regole, per stabilizzare un sistema bancario troppo fondato su titoli finanziari e troppo poco con l’economia reale.

 

D. Che cosa succederà ora nei prossimi cento giorni, ovvero adesso che bisognerà iniziare a dare attuazione ai piani economici, al piano sulla sanità, a quello delle scuole, al recupero dei consumi. Cosa potrà essere già visibile fino alla fine dell’anno?

 

C. Obama ha proposto politiche di lungo periodo, come ad esempio quella energetica, le cui linee guida richiedono non solo un mandato o due, ma addirittura piu’ mandati nel futuro, un periodo almeno di 15-20 anni. Non credo che lui si aspetti risultati di breve periodo, se non nel settore del ripristino delle regole del gioco per quanto concerne la finanza. Il suo obiettivo immediato è riformare le regole attraverso cui si muove il mercato capitalistico, che dovrà muoversi in termini diversi dal modello di capitalismo estremo che ha caratterizzato l’amministrazione Bush. Sono necessarie regole concordate a livello internazionale con il mondo bancario e finanziario in modo tale che una crisi di queste proporzioni non possa più accadere. Questi sono gli unici risultati di beve periodo. Sul lungo periodo ovviamente la scommessa è aperta: bisognerà vedere se questa impostazione darà risultati o meno. La sanità è il vero punto rivoluzionario del programma sul piano interno, perché tutti i presidenti dell’epoca moderna hanno provato a riformare il sistema sanitario americano e non ci sono riusciti, anche perché lì si vanno davvero a toccare degli interessi corporativi, costituti da decenni e che trovano un freno a qualsiasi ipotesi di riforma. L’unico elemento su cui tutti gli Stati europei, chi più, chi meno, sono piu’ avanzati rispetto agli Usa è proprio questo: il welfare. Non c’è Paese europeo che non abbia un sistema di welfare più moderno di quello degli Usa. In Francia, in Germania, in Italia le persone possono curarsi e lo Stato interviene in qualche modo. Negli Usa invece questo non è possibile: se una persona non ha un’assicurazione a titolo privato, non può andare in ospedale perché non se lo può permettere e questo è un limite enorme per una societa’ che vuole essere davvero civile. Obama sta cercando di riformare questo sistema, ovvero togliere potere alle compagnie di assicurazione che gestiscono l’assistenza sanitaria. Per questo sta trovando molte resistenze perché da lì, come detto, passa una grande fetta degli interessi  corporativi di questo paese.

 

D. Faccio una digressione sul  suo libro ‘’Barack Obama – Come e perche’ l’America ha scelto un nero alla Casa Bianca’’. Si fa riferimento all’ effetto novità avuto sul voto da un uomo di colore che è diventato presidente perche’ ha fatto dimenticare a tutti di essere un uomo di colore. E’ ancora  così a cento giorni dall’investitura?

 

C. Su questo punto c’è da fare una attenta riflessione. Riguarda il motivo della scelta del sottotitolo titolo del libro “come è perché l’America ha scelto un nero alla Casa Bianca”. Ho inserito volutamente la parola ‘nero’ perché accentuava il contrasto con le parole “Casa Bianca”. In realtà il colore della pelle di Obama non c’entra nulla con la sua elezione, direi che e’ un elemento secondario. Qui e’ il caso di sottolineare questo distinguo: Barack Obama non è un afro-americano. E’ un americano nero cresciuto in una famiglia bianca. E’ molto importante cogliere questa differenza. Obama ha avuto un papà africano che veniva dal Kenya e che lo ha abbandonato quando aveva due anni, per cui e’ stato cresciuto da nonni bianchi. La sua storia personale, cosi’ come quella della sua famiglia, non è una storia afro-americana, ma e’ la storia di un bambino di pelle nera che nasce e cresce in una famiglia bianca. Questo ha inciso nella percezione che l’elettorato nero ha avuto di lui. I neri d’America lo hanno votato sicuramente perché si sono riconosciuti nel colore della sua pelle, ma non si sono riconosciuti mai in lui in quanto ‘afro-americano’. Perche’ agli occhi loro Obama non lo e’. Troppo ricco, troppo elegante, troppo “bianco” per essere percepito come ‘’uno di loro’’. Obama agli occhi degli afroamericani e’ stato il miglior compromesso possibile. Chi è realmente afro-americana è Michelle che viene da una famiglia afro-americana nel vero senso del termine e che nel corso della sua storia personale ha dovuto affrontare tutte le conseguenze che questa eredita’. Il razzismo in America non e’ piu’ quello del passato  ma è ancora presente. Lo stesso ministro della Giustizia Eric Holder, nero, e’ uscito allo scoperto qualche mese fa dicendo apertamente che per quanto riguardava la questione razzismo ‘’gli americani sono ancora un paese di codardi”, aprendo in modo frontale un dibattito sulla razza che è ancora in corso. Detto questo, la presenza del primo presidente di colore alla Casa Bianca è un acceleratore formidabile da questo punto di vista ed è un beneficio per tutti. Perfino i repubblicani, anche i più conservatori , riconoscono che è stato fatto un passo in avanti su questo tema.

 

D. Michelle Obama: quanto è importante e quanto invece può risultare ingombrante la figura della moglie del presidente per lui?

 

C. E’ assolutamente importante e per nulla ingombrante. Lei sta cercando di interpretare il ruolo della first lady in modo nuovo e ci sta riuscendo benissimo perché è una persona dotata di un’intelligenza pragmatica. Concede pochissimo alla figura della donna che sta alle spalle del presidente, concede moltissimo all’immagine di una donna che invece sta insieme al marito. Ovviamente non la vedremo ne’ sentiremo mai parlare di politica estera o di problemi militari, però anche solo il gesto di cominciare a coltivare un orto alla Casa Bianca pur nella sua apparente banalità e tutt’altro che banale, perché apre un dibattito su diversi temi, come l’ambiente, la salute, il risparmio, temi su cui l’America ha molto da imparare. Accanto a questi ci sono poi i temi della scuola, del volontariato ed in questi settori Michelle non si limita a dire certe cose ma si propone come esempio: va nelle scuole, invita gli studenti alla Casa Bianca, va fisicamente a distribuire cibo per i poveri nelle mense. In questo modo cerca di interpretare il ruolo di first lady come quello di  una donna del suo tempo.

 

D. Oltre all’Obama delle grandi questioni politiche ed economiche, i primi cento giorni hanno dato un assaggio di Obama anche nelle nuove posizioni sui temi morali: aborto e ricerca. Come evolverà questa ennesima sfida?

 

C. Questo è il punto più difficile, perché si tratta di temi su cui i compromessi non sono possibili. Sull’aborto infatti non ci sono decisioni mediate, o si è contro o a favore. Obama è stato molto attento a ragionare in modo prudente su queste tematiche. In Italia soprattutto all’inizio è stato accolto con sfavore sul versante del Vaticano, in tema di aborto, quando ha affermato: “Basta con la politicizzazione del tema”. Idem per quanto concerne la ricerca sulle cellule staminali, su cui peraltro egli non ha mai aperto una vera e propria discussione, anche se e’ tornato a finanziare la ricerca. Obama comunque ha affermato che su questi temi e’ tempo di aprire un grande dibattito, non ideologico, nell’interesse di coloro che soffrono e che hanno il diritto a credere nella capacita’ della scienza di trovare cure possibili. Il tutto nel pieno rispetto della vita. Ho notato che, dopo le prime critiche, anche in Vaticano c’è stato un cambiamento di rotta nei giudizi sul presidente, ora c’è stato un atteggiamento più conciliante e propenso ad confronto serio. Sarà molto interessante vedere gli sviluppi futuri nei vari rapporti.

 

D. Un’ultima riflessione riguarda la parola speranza che è un motivo ricorrente e fondamentale anche del suo libro. Come mai questa parola ha un significato coinvolgente, ottimistico, detta da Obama piuttosto che da altri premier, pur carismatici e forti di un buon consenso?

 

C. Obama è stato bravo a trasformare una parola a sfondo religioso come “speranza”, in una parola politica. Ci e’ riuscito perché la sua biografia glielo ha permesso. Lui in campagna elettorale sostanzialmente disse: ”abbiate speranza, credete in me, perché se credete in me, credete nel sogno americano, un sogno che dice che ogni cosa e’ possibile ed io ne sono la prova vivente. Io che sono nato da una famiglia semplice, che sono di pelle nera, che sono rimasto orfano di padre da piccolo, io oggi concorro per la carica politica piu’ imporante che esista al mondo. In un nessun altro Paese al mondo sarebbe possibile. In America si’. Pertanto abbiate fiducia degli Usa”. Lui ha vinto per questo motivo, perché effettivamente lui incarnava questo concetto di speranza: nnato in un posto lontano dal mondo come le Hawaii, orfano a due anni, di colore, eppure oggi e’ presidente. E’ tutto vero, non una favola. Detta da altri leader questa parola suonerebbe un po’ retorica, come un tentativo di accalappiare voti. Obama è il sogno americano che diventa realtà. Gli americani avevano tremendamente bisogno di credere che le fondamenta che stanno alla base della loro Costituzione non fossero logore. Queste elezioni hanno dimostrato che la Costituzione nonostante i suoi duecento anni e passa resta ancora un modello d’avanguardia per il mondo.  


 

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