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Diario


17 agosto 2011

Sarkò-Merkel e la nuova purga per l'Italia

Mentre ci stavamo distraendo con le parolacce di Umberto Bossi e la finanza creativa del governo italiano, capace di partorire in un colpo solo la “patrimoniale per borghesi e dipendenti” e poi pensare di sostituirla con la tassa sui “capitali scudati” (l’1% poi, un altro contributino da elemosina), un ennesimo incentivo all’evasione, Sarkozy e Merkel pensavano a qualcosa di più fine per salvare prima di tutto le loro economie e non farsi trascinare dal vortice delle promesse senza fondo di Italia e Spagna: fermare la grande bolla finanziaria, partendo da chi gioca sul tavolo. Meglio tardi che mai. Tassare le transazioni finanziarie significa iniziare a ragionare non più in termini di volatilità e di carta straccia ma di solid veri. Chi ha benzina cammina e chi no, va a piedi. Basta operazioni finanziarie di grande scena, ma con poca trasparenza e poca chiarezza sui conti, basta crediti e finanziamenti concessi in bianco e basta con l’Europa a doppia, tripla, quadrupla velocità. Si cammina tutti insieme, altrimenti chi resta indietro, inizia a remare per conto suo. Il super-governo economico, ma soprattutto il rifiuto dell’eurobond è un segnale positivo pensato per evitare una nuova stagione di copertura di spese e magagne. L’Europa non se lo può più permettere e l’Italia su tutti. Ecco perché bisognerebbe dire a lor signori del governo, di iniziare a far tirare fuori i soldi a chi non li ha mai tirati, ma sul serio, partendo anche qui dalla verifica su conti, depositi, investimenti, transazioni. Amato fece così e non fece male. Regalò all’Italia un’occasione che non fu sfruttata, perché ai più piacevano feste e cotillons.

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20 luglio 2011

Tutti sono disuguali davanti alla...Lega

Il trucco c’è, ma non si vede, come nel migliore voto occulto o nel peggiore gioco  pericoloso fra bambini. Le Lega Nord spalleggia l’arresto del deputato Pdl Papa alla Camera ed acconsente al diniego di arresto per Tedesco del Pd e così in un colpo solo si vendica dell’alleato di governo e scarica colpe e vergogne chissà quanto meritate sul Pd, accusandolo di “aver salvato” il suo candidato e mettendolo in difficoltà dopo che Tedesco aveva addirittura acconsentito al suo arresto. Chi mai del Pd sarebbe stato così stupido da votare contro la volontà del deputato stesso? E’ chiaro che la Lega ha architettato tutto per ricollegarsi alla base, riprendere il consenso del popolo e toglierlo agli altri: a Berlusconi che ormai non ha più influenza neppure fra i suoi candidati; a Bersani ed al Pd, così da metterli alla berlina e dare un piccolo assist ai feltriani e sallustiani, gli unici ancora rimasti al fianco del Cavaliere; a Vendola, si proprio a lui, perché solo con un Tedesco implicato e scomodo si potrà attaccare Vendola per lo scandalo ed il buco della sanità. Resta da chiarire chi è il fine stratega della Lega? Maroni e la sua “base” anti-disonestà o l’asse Bossi-Calderoli che vuole frustare Berlusconi dall’interno ma comunque restare in sella? E’ questa la domanda decisiva per capire se il governo potrà cadere già al rientro estivo (nel primo caso) oppure resistere e vivacchiare sulle sue macerie e su quelle dell’Italia. Perché presto Tremonti ribusserà e saranno dolori per tutti.

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14 giugno 2011

Colpo al quorum

Ha vinto prima di tutto il buonsenso. Prima che i comitati referendari dimenticassero un po’ polemicamente e troppo in fretta che questa vittoria è frutto di una mobilitazione che riguarda anche i partiti, la Chiesa e molti altri organismi. Prima che i partiti dell’opposizione, perfino ridicolmente quelli che hanno votato NO, sfruttassero il risultato del referendum per la solita scontata e forse inutile richiesta di dimissioni al governo. E’ innegabile che questo risultato segna l’ennesima batosta per Silvio Berlusconi ed il suo governo che naviga a vista in acque agitate con un capitano sempre più in crisi nella sala comandi ed un equipaggio alla soglia dell’ammutinamento. Non a caso il colpo di grazia che ha regalato quel 7% decisivo al quorum è stato dato proprio dalle parole del premier sul “non voto” e dai goffi tentativi fino all’ultimo giorno, di bloccare o falsare i quesiti referendari. Per questo il problema è duplice. E’ stato bocciato un piano di governo in quattro punti che affermava la tesi della persecuzione giudiziaria verso il premier, la necessità di privatizzare tariffe e gestione delle risorse idriche ed avvio del programma nucleare, tutti punti che il governo per essere credibile in termini di sviluppo, avrebbe dovuto avviare molto tempo fa ed invece si sono rivelati una disperata occasione per appoggiare le solite lobbies semi-statali dell’energia vicine al Tesoro, tanto per fare cassa e per giunta temporalmente imprudenti dopo la catastrofe di Fukushima. Un paese che chiede riforme fiscali, incentivi per il lavoro e gli investimenti, lotta all’evasione e fine del predominio finanziario di banche ed assicurazioni, non ha di certo a cuore nucleare e privatizzazione dell’acqua. Ma c’è un altro segnale: ovunque Berlusconi si spende per qualcosa, il risultato è contrario. La base della Lega è ormai lontana, parte della destra inizia a fuggire. L’incontestabile primato del premier sembra scalfito dall’impotenza programmatica e dai conti chiusi a chiave da Giulio Tremonti. Per questo già domenica la Lega può decidere chi buttare giù dalla torre: se i conti blindati o tre anni di governo.


12 novembre 2010

Il re detronizzato ed i tre uomini chiave

E’ la prima volta che Berlusconi torna da un summit senza rilasciare conferenze stampa, senza parlare e far parlare di sé. Sebbene non molli ancora la poltrona che tutti vorrebbero indirizzare verso altri lidi, egli stesso si è accorto di non essere più un personaggio chiave ed è la cosa che più gli fa male. E’ un destino che condivide con il capo dell’opposizione in un’Italia bipolare per stanchezza e costrizione e non per convinzione, ma a lui abituato a comandare, gestire, attirare l’attenzione questi giorni di disastro, protesta dove anche chi lo difende non lo fa più per la sua figura ma solo per il proprio posto, devono aver fatto proprio male se l’unica confidenza è stata espressa ad un collega vietnamita. Ed ora? Fini tirerà fuori i ministri dall’esecutivo, continuerà a dissanguare il governo fino a quando, in mancanza di elezioni, impossibili prima della finanziaria ed ormai, prima di marzo, la scelta spetterà agli uomini chiave, non Fini, né Casini e neppure Bossi, decisivo solo in chiave elettorale, ma il presidente Napolitano, il fido Gianni Letta ed il superministro Tremonti. Il primo sta resistendo alla tentazione di una convocazione per invitare il premier a presentarsi di nuovo alle Camere, ma potrebbe farlo, il popolo lo approverebbe e lo scossone politico sarebbe immediato. Il secondo è l’unico che può convincere il premier alle dimissioni per premere sulle elezioni, cercando al tempo stesso di allontanare Tremonti dalle sirene di un governo tecnico di cui sembra essere il candidato eccellente, per la Lega, come per Fini, il centro e perfino per il Pd. Dietro la sua alea da tecnico a vita, anche Tremonti è chiamato a scegliere: entrare in campo da vero politico e proporsi per un premierato d’emergenza o rimanere fedele a Berlusconi e sognare futuri scenari internazionali, come il FMI? Nella prossima settimana questi uomini chiave si muoveranno e per la prima volta Berlusconi non sarà fabbro del suo destino.  


10 novembre 2010

Se il federalismo (ed il leghismo) muoiono in Veneto

Adesso bisognerebbe chiedere al governatore del Veneto, cosa si prova a vivere in emergenza e magari non sempre per colpa propria ma per colpa dei propri amministratori che rilasciano permessi impossibili, elargiscono somme spropositate per le feste del vino, con la scusa dell’incentivo all’agricoltura e poi chiedono aiuto a “Mamma Roma ladrona”? Zaia, che nel programma dei primi 100 giorni non ha previsto niente sui dissesti.  Eppure troverete uno stillicidio di notizie su alluvioni in Veneto cercando su Google da più di venti anni. Venti anni di leghismo perso. Adesso Nord e Sud sono finalmente pari ed anzi la grande promessa di B&B (li chiameremo così perché ormai sono una cosa sola) di inviare aiuti “sostanziosi ed immediati” al Veneto, una delle regioni che sempre si è vantata della sua autosufficienza e virtuosità non è solo una delle tante carte elettorale da lanciare da qui a marzo, ma l’ammissione che la favola del federalismo e del leghismo, già surreale, si sta avviando ad una triste fine. Ma allora cos’è questo federalismo? Cosa potranno mai contenere quegli invisibili allegati economici mai visti? E’ solo un capriccio per trasformare alcune regioni, come già capita ad altre, in un porto franco di tasse e di benefici, una divisione dell’Italia non per meriti, ma per piaceri politici e capricci personali. Infatti Zaia non si è limitato a chiedere, ha subito minacciato di…non pagare. E non ci incanti la storia dell’alluvione. Ce ne sono e ce ne saranno, ma chissà dove sono finiti anche nel virtuoso Veneto i soldi per i dissenti ambientali ed idrogeologici. Meno male che la gente pur avendolo votato in massa (e questo è il sintomo di come il senso politico sia diventato frustrazione e protesta non consapevole) non sembra proprio somigliare al proprio governatore e si è sbracciata, non lodando la solita passerella, né illudendosi di soldi e risarcimenti sempre tardivi, e filtrati. Questo ci aiuta a capire l’unica colpa del Sud: identificarsi troppo con chi li rappresenta. 


8 settembre 2010

Costituzione o piazza

 

Un grande equivoco sta coinvolgendo frotte di editorialisti e costituzionalisti che si stanno sbizzarrendo sulle ipotesi di crisi istituzionale e sull’opportunità di chiedere le dimissioni del presidente della Camera non sfiduciabile né dal Parlamento, né dal Capo dello Stato e nessuno di loro ha capito una cosa fondamentale: Berlusconi e Bossi e questo intero governo non si riconosce in questa Costituzione e quindi cosa ne sia o meno previsto è un problema secondario, per cui, esclusa Futuro e Libertà, ancora forza governativa bisogna ragionare in termini di vuoto costituzionale. D’altronde se così non fosse non si spiegherebbe l’uso abnorme della fiducia, le gravi accuse di parzialità e di inopportunità al Capo dello Stato ed alla Corte Costituzionale semplicemente per aver svolto le funzioni previste dalla Carta e neppure perché, piuttosto che iniziare una delegittimazione di tutte le cariche dello Stato, per dimostrare che lo Stato va riformato, non si scelga la più facile strada della sfiducia per andare al voto. Il problema è questo: nessuno sfiducerà nessuno ma alle elezioni bisogna andare e l’unico modo per farlo senza addossarsene le colpe è rovesciarle sugli altri e può farlo solo la piazza. O elezioni o piazza, anche perché ormai da anni il premier non risponde a nessuno tranne che al popolo e nel farlo ricorda a tutti che la sovranità popolare è sancita dall’art. 1, pur dimenticandosi il resto dell’articolo. Agitare la piazza, però, in un periodo dove il populismo, l’irrazionalità, il livore raggiungono quasi i 2/3 del paese (ovvero la Lega al 12%, l’Idv al 7%, Grillo al 2%, altre forze di destra e sinistra molto estreme al 5% oltre a quelli che per scelta e costrizione si dicono anti-politici e non votano, circa il 10%), significa rovesciare un paese e destinarlo al conflitto sociale, politico, forse anche peggio. E’ la conclusione logica di una classe politica che non ha saputo sopravvivere ai reali cambiamenti avvenuti in Europa e piuttosto che rinnovare le istituzioni, sta pensando di distruggerle per salvare i pochi che le comandano. In questo la Costituzione non c’entra nulla perché il popolo in ogni momento può essere chiamato a detronizzare e condannare alcuni ed innalzare altri e quando lo fa, perlopiù inconsapevolmente, non si accorge di aver rinunciato, non solo ai simboli della propria identità (Costituzione, bandiera, lingua, identità) che tra l’altro la gran parte della popolazione non conosce o non reputa fondamentali (se così non fosse, non si capirebbe perché la “svolta del predellino” valga più delle elezioni come riconoscimento di potere) ma anche la propria libertà, la vera libertà, quella di scegliere secondo le regole e non secondo gli umori o la rabbia. Ed il popolo, anche quello berlusconiano del 4 ottobre dovrà scegliere fra l’uomo e la sua piazza senza regole e le regole senza uomini, anzi con uomini nuovi, di cui l’Italia ha urgente bisogno più di nuove norme.


6 settembre 2010

Furore ed ansietà

 

Sono mancate due parole nel discorso di Fini a Mirabello, proprio quelle che accendono un popolo e precedono una nuova leadership: partito e voto. Senza quelle, nonostante l’annuncio della morte del Pdl (ma solo dal suo punto di vista), dell’infamia giornalistica ad orologeria, del diritto di dissenso, della destra liberale, idea ahimè troppo abusata, Futuro e Libertà resta solo un embrione, un incidente di percorso parlamentare e Fini resta amareggiato dalla sua mancata leadership ed in cerca di una soluzione per non essere il colpevole del voto anticipato ma neppure l’uomo che ha lanciato il sasso ed ha ritirato la mano. Quale, dunque, la soluzione? Non di certo il “patto di legislatura” che non piace a nessuno. Né a Bossi che vuole numeri certi oltre al federalismo nordista e fai da te nel sacco e sa bene che le urne potrebbero solo giovargli, né Berlusconi che non ci sta a fare il leader insaccato, lui a cui basterebbe un nuovo predellino per sollevare il popolo, il suo popolo. Al voto dunque anche se l’unico timore resta la mossa di Napolitano, la crisi e quindi lo scenario di un mandato esplorativo a Tremonti o Draghi che toglierebbe la gioia e l’imbarazzo delle urne almeno fino alla primavera. E’ certo però che il vantaggio resta dalla parte del premier, l’unico in cui si identifica la destra politica e sociale che ama comandare e che ha abbandonato Fini, il popolo che ama sognare ed il grande stuolo di clientele di cui è piena l’Italia. Nel furore da palco, non paragonabile al furore da predellino, si è vista tutta la mancanza di coraggio di un leader che ha paura del fallimento (che sa bene ricadrebbe solo di lui, ché il premier saprebbe come uscirne in un paese che vota non per credo ma per simpatia) e di staccarsi definitivamente dall’attuale posizione di governante seppur dissidente, ma la strada è segnata e tutti lo sanno bene.

Link al discorso di Fini (da FFWeb Magazine)
http://ffwebmagazine.it/ffw/page.asp?VisImg=S&Art=8103&Cat=1&I=immagini/PERSONAGGI/finimirabello_int.jpg&IdTipo=0&TitoloBlocco=L%27Intervento&Codi_Cate_Arti=40


4 agosto 2010

Il Grande Bluff

 

Alla fine ha rivinto il premier. Tanto rumore per nulla ed il nulla è la mozione di sfiducia a Caliendo che oggi franerà dietro lo scarso coraggio delle diverse opposizioni, quella ufficiale e quella improvvisata di qualche giorno fa, uno scarso coraggio che al momento è la migliore arma per Berlusconi per rimanere a galla e per Bossi e la Lega per guadagnare consensi (anche perché l’unico partito realmente coraggioso è quello delle camicie verdi). Lo spettacolo che si assisterà oggi poteva essere tranquillamente evitato, anche perché gioverà soltanto ad un uomo, il sottosegretario Caliendo, del tutto sconosciuto ai più, il quale si sentirà rincuorato dalla rinnovata fiducia, a credere che organizzare pranzetti per spostare uomini e cariche istituzionali è un gioco facile e non pericoloso. Fini rivendicherà la capacità di essere “alternativo”, ma si asterrà per tenersi incollato alle ultime chance di governo e così faranno Casini, Rutelli e Lombardo, tutti però pronti a smentire qualsiasi ipotesi di “Terzo Polo”, ma in realtà facendo l’occhiolino a Tremonti o, in prospettiva futura, trattandosi di “futuristi”, a Montezemolo. La sinistra tornerà a spaccarsi. Da Di Pietro che chiede le elezioni al Pd, che si accontenterebbe perfino di Tremonti al Governo, terrorizzato dalle urne anticipate e per il quale la mozione è un boomerang che creerà emorragie a sinistra (Vendola) ed al centro (il famigerato Terzo Polo). E’ il prezzo da pagare per una classe politica senza coraggio ed ha avuto ragione a sottolinearlo la CEI e qualche tempo addietro la presidente di Confindustria. Peccato però che Chiesa ed imprenditoria in questo periodo abbiano altre gatte da pelare. E nel frattempo il più sfacciato e provocatorio dei politici resta in sella. Grazie agli altri ed al loro grande bluff (chissà che non sia stata una vecchia idea di Barbareschi).     

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