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Diario


13 agosto 2011

Meglio il fallimento

Sarebbe stato meglio il fallimento, il default, perché comunque questa manovra è la definitiva fucilazione dello stato sociale, delle garanzie e dei diritti, unicamente per difendere il dorato mondo finanziario, dell’alta politica, delle grandi imprese sovranazionali che, proprio per questo non pagheranno niente, sistemate come sono, in paradisi fiscali e con investimenti piccoli e differiti. E’ una manovra che non c’è, perché non c’è la previsione di ciò che accadrà. Cosa accadrà a tutti i dipendenti di quelle province (peraltro tutte rigorosamente non leghiste) che saranno abolite? E cosa succederà a quelle persone che pagano da sempre salatissime tasse e si ritrovano con un aumento a dover mettere alla porta migliaia di lavoratori? Cosa succederà negli enti locali dove saranno tagliati trasporti, servizi sociali, servizi sanitari, scuole, infrastrutture? Un governo che pensa a tagliare, possibilmente al di fuori della sua parte politica, per lasciarsi una speranza elettorale, ma non pensa alla crescita consegna il paese ad un decennio di crisi nella crisi. Idee obsolete (borgomastro per i comuni da accorpare al di sopra dei 1500 abitanti), privatizzazioni clientelari, nuovo afflusso di dipendenti. E allora perché non il fallimento, gli aiuti, la svalutazione e la chiusura di tutto quel parassitismo da alta finanza che ancora in Italia trova terreno fertile? Forse non è andata meglio all’Argentina che dopo il default iniziò una vera riforma politica, riprese ad esportare, tassò le rendite vere, ridusse le privatizzazioni clientelari? Gramellini sulla Stampa dice che la manovra non colpisce i ricchi, ma il ceto medio. Ma allora perché questo ceto medio (e quello basso) non era ieri a Piazza Montecitorio, invece di fare la spesa per l’arrosto di ferragosto in qualche centro commerciale o perdersi in qualche sagra o lungomare estivo oppure a dannarsi a scrivere minchiate su facebook e twitter? Perché l’Italia è un paese drogato, quasi contento della manovra e della sua impossibilità, un po’ perché spera comunque che non gli tocchi, un po’ perché è convinto di poterla evadere, come sempre…E la storia continua.

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12 agosto 2011

Del ristorante al Senato e di altre illusioni

Basta, smettiamola! Fermate Rizzo e Stella con le loro inchieste da castigatori su vizi e prezzi della politica e con l’illusione che le cose cambino e debbano cambiare. Smettetela con le pubblicazioni su internet dei menù del ristorante del senato, dei compensi di parlamentari e portaborse, dell’elenco dei privilegi. Basta con questa falsa moralizzazione. Se non ci fossero privilegi, nessuno si svenerebbe a fare anni di piaceri, regali, visite, sorrisi, ricerche di clientela unicamente per avere saluto e consenso. Così se non si potesse al tempo stesso svolgere il ruolo di parlamentari in aggiunta a quello professionale e magari con la ciliegina sulla torta di un altro incarico alla regione, o di un posto come presidente della Provincia o sindaco di un comune. Né sarà mai possibile dimezzare il numero di chi concorre a questa lotteria del benessere anche eliminando il benessere stesso. Queste inchieste servono a vendere libri ed acquistare rabbia: sono un’ennesima arma di distrazione di massa. Cosa volete che freghi ad un parlamentare che becca 15mila euro al mese di uscire fuori a mangiare perché il ristorante del Senato chiude? Meglio, sarà un’occasione per una passeggiata in più. E pensate sul serio che nella “situazione argentina” in cui ci troviamo, bastino gli..esempi? Il tempo degli esempi è finito. O la politica decurta tutti i suoi sprechi enormi e numerosi o serve a poco tagliare ristoranti e parrucchieri, perché li pagheranno fuori, anzi li pagheremo noi per loro, come già facciamo. E allora lasciate perdere queste stupide richieste che non avranno mai seguito. Non ho mai visto un nobile diventare plebeo o un riccone lavorare alla catena di montaggio, specialmente in Italia, perché dovrei illudermi? Nel frattempo ciò che c'è da fare non si fa e questo assalto alla casta rischia di penalizzare sempre gli stessi: pensateci caso mai la patrimoniale dovesse concretizzarsi nel ritorno all'ICI sulla prima casa...

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E per i curiosi ecco uno stralcio del menù del Senato...Presto sarà abolito. Ma durerà poco...

Il menu del ristorante del Senato


9 agosto 2011

Il paese ad indignazione zero

Ovunque l’ondata di indignazione esplode per i motivi più disparati. Nel Maghreb, ma anche in Medio Oriente, ovvero in Bahrein, Qatar, Siria l’indignazione per l’ottenimento dei diritti umani rasenta la guerra civile e c’è chi lì sta impegnando molto più di uno stipendio mensile, ma la sua stessa vita. Altrove l’indignazione si alza per eliminare le barricate: barricate sociali ed economiche, di redistribuzione di ricchezza, di moralizzazione della politica, di ricambio generazionale. I paesi si svegliano. Qualche tempo fa capitò alla Francia assaporare la rabbia delle banlieues, oggi tocca alla Spagna, alla Grecia, alla Gran Bretagna con un mix di motivazioni sociali e razziali. Ovunque c’è crisi, c’è un movimento di protesta, di risveglio. Perfino dove teoricamente si naviga nel benessere (il Cile, una crescita annua del 6% media da circa 5 anni, stabilità finanziaria e politica, grossi investimenti industriali e minerari), c’è chi chiede educazione migliore e per tutti ed al movimento degli studenti, si sono aggiunti lavoratori, indigeni…In Italia no. L’unico problema italiano di quest’estate è capire come salvare Borse e vacanze. Nelle prime la competenza è di pochi politici, agenzie di rating e finanzieri che giocano al risiko con i soldi altrui, della seconda sono competenti nonni o genitori che finanziano, salvo chi ha scelto Grecia o Egitto per avere mare e sole a prezzi modici. È sempre la solita storia: l’Italia non si muove, resta ferma. L’indignazione si frammenta miseramente in categoria o si politicizza in modo ipocrita, resta isolata e si perde nel pessimismo. Pochi giorni, cartelli colorati, gente radunata e poi via…Non conosciamo i veri blocchi alla francese, la costanza, la caparbietà di chi si ferma, quando ottiene e lo ottiene veramente. Si badi bene, indignazione non vuol dire violenza, ma presa di coscienza. Non ne abbiamo bisogno. Forse stiamo “troppo bene” o più semplicemente siamo un popolo apatico il cui motto “chi si accontenta, gode”, è diventato l’alibi per vivere tranquilli nella beata mediocrità.


4 agosto 2011

La vacanza governativa

Niente di nuovo sotto il sole.Né da Silvio Berlusconi e le sue ennesime programmazioni da giovane rampante appena lanciato nella politica, né da Lega e Pdl (che lancia Alfano, chiaramente in dissenso con il suo premier ed ormai leader di partito), né da Bersani che propone l'inutile quadriglia dei passi in avanti ed indietro, né da Casini che filosofeggia alla maniera democristiana. L’unico messaggio è arrivato da Di Pietro, snobbato per la sua solita irriverenza "fuori luogo in un momento così difficile per l'Italia" (parole della Giorgia, il ministro Giorgia Meloni, che in un momento così terribile, aveva già il trolley pronto e parlava di vacanze intransatlantico, quelle fatte e quelle da fare), il che fa capire quanto la politica si prenda tremendamente sul serio. Il leader dell’IdV ha letto ledichiarazioni di Marchionne, svelando solo alla fine il suo autore e gelando difatto il Cavaliere che sino ad allora aveva considerato divertente l’intervento del suo avversario di sempre. “Sono d’accordo con il Capo dello Stato…L’Italia ha bisogno di una leadership nuova e forte…Altri si sarebbero dimessi”. Che colpo! Sergio Marchionne, l’uomo che ha potuto ricattare per due anni gli operai Fiat, smontare le fabbriche di Termini Imprese e Arese, portarsi tutto o quasi a Detroit, mentre il Governo gli dava ragione, pur di affossare sinistra e sindacati che spara a zero sul suo difensore…Di Pietro ha sottolineato in un colpo solo, quanto le grandi imprese siano ormai disinteressate alle noiose trattative fra parti sociali e governo e quanto questo governo non gestisca più l’economia se non a livello volatile di finanza teorica senza che il mondo produttivo, quello vero, dia peso alle parole del premier. Il problema è Silvio Berlusconi e lo sanno anche gli scaldapoltrone della Lega, scappati tutti via dopola recita a soggetto del Cavaliere. E’ iniziata da tempo la “vacanza governativa”…e fa più terrore della crisi.

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2 agosto 2011

The show must go on

Il premier esce dalla sua letargia estiva e si concede un ennesimo spettacolo da uomo risolutore, peccato però che non ci sia più nulla da risolvere e che ormai i conti si facciano solonell’alta finanza dove l’Italia, grazie alla manovrina ed al terrore di tagli seri e patrimoniali, è ancora a rischio default (lei, si), un rischio che potrebbe concretizzarsi fra settembre ed inizio 2012. Strano ma vero, ma la proposta più intelligente è sembrata quella di Calderoli che ha invitato tuttiad una sorta di campus estivo in cui ponderare le soluzioni e le iniziative da intraprendere per affrontare il duro inverno, ma si sa, il sazio non crede all’affamato e quindi come riuscire a trattenere 1000 recalcitranti parlamentari che non aspettano altro che riposarsi al sole della Sardegna,della Puglia o nelle villette in Toscana o fra i laghi dopo il duro, durolavoro e le enormi spese sostenute! Ci pensa il Cavaliere, per cui tutto fapolitica. Mentre tutto il mondo unisce cervelli dell’economia, mondo produttivo ed opposizione (vedi Usa, ma anche altri paesi europei, la Germania l’ha fattaprima di tutti la Grosse Koalition), il nostro premier non vuole la scena rubata da altri, così domani andrà alle Camere a parlare di investimenti ed infrastrutture (di nuovo e con chissà quali risorse, poi), giovedì incontrerà le parti sociali per ribadire questo ed isolare i comunisti di Fiom e Cgil,mentre l’opposizione non c’è ed in fondo non ne soffre neppure e con la terza mossa il re proverà lo scacco al guastatore Tremonti, in fondo è colpa sua, sequesta crisi è diventata una cosa di cui parlare improvvisamente, in chiave solo italiana. In fondo fino ad un anno e mezzo fa non c’era e quando è spuntata fuori era “globale”, ovvero la colpa era degli altri, come sempre. Bentornato. 


11 luglio 2011

Nessun problema

Noc ‘è pericolo per l’Italia, eppure se ne parla troppo. Ogni giorno ciascuna istituzione socio-economica europea o agenzia di rating mondiale dice la sua sul nostro paese mentre il governo non dice nulla. Perfino il presidente Napolitano ha affermato che non c’è da preoccuparsi a patto di essere seri, ma anche la serietà sembra un traguardo irraggiungibile mentre il premier cerca come un Lupin qualsiasi di sfuggire ai commissari di turno, i membri del governo se le suonano e la Lega gioca all’apertura dei ministeri a Monza il 23 luglio. Con quali soldi e quale serietà, appunto? Spiace dirlo ma la nostra situazione non è così dissimile da quella della Grecia di fine 2009 dove un premier che aveva falsificato qualunque dato, con ministri indagati e cavalcando un esagerato populismo nel pieno della vergogna si ostinava a dire in campagna elettorale:”Se mi votate, usciremo dalla crisi più forti di prima”. Nel frattempo il deficit era arrivato al 12,7% del PIL (e non nei limiti del 3% come stabilito dall’Europa e riferito dal governo greco) e con le spalle al muro il ministro dell’economia greco di sinistra nel maggio 2010 ammise l’impossibile di coprire il debito pubblico. Oggi tutti se la prendono con il Pasok, mentre Karamanlis dorme nel suo letto. Tutti conosciamo il debito dell’Italia. L’unica cosa che ci salva è il nostro risparmio che però banche e tasse stanno già erodendo in modo eccellente. La bomba sociale ben addormentata dal meteo e dal gossip dei tg è già in atto: 30% disoccupazione giovanile (che vuol dire poco ricambio e quindi anche poche pensioni coperte), 8,1%, disoccupazione ordinaria, 40% di inattività. Importiamo tutto ed a prezzi altissimi e produciamo sempre meno. E stiamo iniziando le svendite e venerdì in Borsa lo si è capito. La solfa dell’Italia come la Grecia potrà annoiare ma è sempre più vero, visto che di questa manovra e dei relativi conti non si sono capiti né numeri, né obiettivi ed anzi molti provvedimenti sembrano alquanto aleatori e punitivi, mentre la politica si permette ancora viaggi e matrimoni a cinque stelle. Chi è il nostro Karamanlis?.


12 novembre 2010

Il re detronizzato ed i tre uomini chiave

E’ la prima volta che Berlusconi torna da un summit senza rilasciare conferenze stampa, senza parlare e far parlare di sé. Sebbene non molli ancora la poltrona che tutti vorrebbero indirizzare verso altri lidi, egli stesso si è accorto di non essere più un personaggio chiave ed è la cosa che più gli fa male. E’ un destino che condivide con il capo dell’opposizione in un’Italia bipolare per stanchezza e costrizione e non per convinzione, ma a lui abituato a comandare, gestire, attirare l’attenzione questi giorni di disastro, protesta dove anche chi lo difende non lo fa più per la sua figura ma solo per il proprio posto, devono aver fatto proprio male se l’unica confidenza è stata espressa ad un collega vietnamita. Ed ora? Fini tirerà fuori i ministri dall’esecutivo, continuerà a dissanguare il governo fino a quando, in mancanza di elezioni, impossibili prima della finanziaria ed ormai, prima di marzo, la scelta spetterà agli uomini chiave, non Fini, né Casini e neppure Bossi, decisivo solo in chiave elettorale, ma il presidente Napolitano, il fido Gianni Letta ed il superministro Tremonti. Il primo sta resistendo alla tentazione di una convocazione per invitare il premier a presentarsi di nuovo alle Camere, ma potrebbe farlo, il popolo lo approverebbe e lo scossone politico sarebbe immediato. Il secondo è l’unico che può convincere il premier alle dimissioni per premere sulle elezioni, cercando al tempo stesso di allontanare Tremonti dalle sirene di un governo tecnico di cui sembra essere il candidato eccellente, per la Lega, come per Fini, il centro e perfino per il Pd. Dietro la sua alea da tecnico a vita, anche Tremonti è chiamato a scegliere: entrare in campo da vero politico e proporsi per un premierato d’emergenza o rimanere fedele a Berlusconi e sognare futuri scenari internazionali, come il FMI? Nella prossima settimana questi uomini chiave si muoveranno e per la prima volta Berlusconi non sarà fabbro del suo destino.  


8 novembre 2010

Teatrino d'inverno

Ci risiamo. Riprende una nuova settimana e riparte il gioco delle parti dopo l’ennesimo fine settimana passato ad arringare le folle. Prima era il premier ora è Fini ad improvvisarsi caudillo d’alto bordo pronto a rimpolpare quel misero 5% del suo neo-partito con una nuova richiesta fatta a chi non potrà mai esaudirla. E’ vero che il potere logora chi non ce l’ha. E’ vero per Fini, che agisce per logorare, ma è a sua volta logorato dal dilemma di addossarsi le colpe della crisi e mentre accenna abbandoni di governo dei suoi gendarmi, continua ad appoggiare il governo ed a stare seduto sullo scranno della Camera (per la serie, andate avanti voi…) e pur sperando nell’appoggio esterno di Montezemolo, nell’italiano stanco di Berlusconi, preferisce attendere invano. E’ vero per il Pd che nell’aspettare chi, a sua volta, aspetta, vede crollare il fortino con le spallate di Vendola, di Renzi, altro uomo che pensa di vincere, battendo i suoi stessi colleghi di partito e parlando più forte e dei centristi sempre più verso Rutelli o l’Udc. E’ vero per Casini, ancora pentito di non aver trovato un buon accordo con Berlusconi. Ma è vero anche per il governo. Non per il premier ma per il suo governo, dove ormai gli unici ministri a contare sono le camicie verdi e l’intoccabile Tremonti capace di mettere in riga tutta la compagnia. Ma dal governo al premier, il passo è breve e se la spalla supera l’attore principale, è difficile che questi abbia ancora applausi. Il teatro prosegue mentre gli spettatori sbadigliano o fischiano e lo faranno fino a febbraio quando il premier farà una proposta che Fini non potrà non rifiutare ed allora sapremo chi ha fatto sbadigliare di più.   


6 settembre 2010

Furore ed ansietà

 

Sono mancate due parole nel discorso di Fini a Mirabello, proprio quelle che accendono un popolo e precedono una nuova leadership: partito e voto. Senza quelle, nonostante l’annuncio della morte del Pdl (ma solo dal suo punto di vista), dell’infamia giornalistica ad orologeria, del diritto di dissenso, della destra liberale, idea ahimè troppo abusata, Futuro e Libertà resta solo un embrione, un incidente di percorso parlamentare e Fini resta amareggiato dalla sua mancata leadership ed in cerca di una soluzione per non essere il colpevole del voto anticipato ma neppure l’uomo che ha lanciato il sasso ed ha ritirato la mano. Quale, dunque, la soluzione? Non di certo il “patto di legislatura” che non piace a nessuno. Né a Bossi che vuole numeri certi oltre al federalismo nordista e fai da te nel sacco e sa bene che le urne potrebbero solo giovargli, né Berlusconi che non ci sta a fare il leader insaccato, lui a cui basterebbe un nuovo predellino per sollevare il popolo, il suo popolo. Al voto dunque anche se l’unico timore resta la mossa di Napolitano, la crisi e quindi lo scenario di un mandato esplorativo a Tremonti o Draghi che toglierebbe la gioia e l’imbarazzo delle urne almeno fino alla primavera. E’ certo però che il vantaggio resta dalla parte del premier, l’unico in cui si identifica la destra politica e sociale che ama comandare e che ha abbandonato Fini, il popolo che ama sognare ed il grande stuolo di clientele di cui è piena l’Italia. Nel furore da palco, non paragonabile al furore da predellino, si è vista tutta la mancanza di coraggio di un leader che ha paura del fallimento (che sa bene ricadrebbe solo di lui, ché il premier saprebbe come uscirne in un paese che vota non per credo ma per simpatia) e di staccarsi definitivamente dall’attuale posizione di governante seppur dissidente, ma la strada è segnata e tutti lo sanno bene.

Link al discorso di Fini (da FFWeb Magazine)
http://ffwebmagazine.it/ffw/page.asp?VisImg=S&Art=8103&Cat=1&I=immagini/PERSONAGGI/finimirabello_int.jpg&IdTipo=0&TitoloBlocco=L%27Intervento&Codi_Cate_Arti=40


29 ottobre 2008

Usa '08: intervista ad Alberto Pasolini Zanelli (Il Giornale)

 

D. Iniziamo dallo sconfinamento americano in Siria contro Al Qaeda. Può essere questa o simile a questa, la sorpresa di ottobre che può far svoltare i sondaggi e far scemare il vantaggio di Obama in favore di McCain…?

 

A.P.Z. Ci ho pensato non appena ho sentito la notizia, ma l’evento in sé non è sufficiente, però potrebbe essere o l’inizio di altri incidenti o comunque un richiamo per spostare l’attenzione dell’elettorato americano dalla crisi economica alla security che è il cavallo vincente di McCain.

 

D. Si è detto molto più di Sarah Palin che non di McCain. Nonostante le gaffes, gli sperperi in vestiti e trucco c’è chi continua a vederla come la donna che aspira alla guida dei repubblicani, una strong-woman, il cui unico errore è quello di aprire bocca. E’ stata un boomerang o un arma in più per McCain?

 

A.P.Z. Nel complesso a McCain non ha giovato la scelta della Palin, anzi dall’avventura esce peggio lui della sua stessa vice che non aveva niente da perdere, era una sconosciuta e adesso è molto nota. Se i repubblicani perdessero con poco margine lei potrebbe avanzare un’eventuale candidatura, se non per la presidenza, almeno per un’alta carica; qualora invece dovessero perdere con ampio margine, allora sarebbe ingoiata anche lei. Non so quando l’elettorato lo abbia percepito, ma questa campagna è stata la prova della sua incapacità e se è vero che McCain ha visto questa persona una sola volta e l’ha caricata di una responsabilità come la vicepresidenza, allora c’è da dubitare anche della sua capacità di riflessione, a meno che non sia stato spinto a questa scelta, dal non sentirsi indietro nella ricerca di qualche forma di novità. D’altra parte c’è chi dice che non sia stata colpa di McCain, perché egli avrebbe voluto Lieberman per fare un “union ticket”, ma che si sarebbe dovuto piegare alla destra repubblicana, in particolare alla destra religiosa, che non avrebbe mai accettato un uomo democratico e su posizioni molto liberal su aborto, sull’omosessualità e simili. Non è stata però una buona mossa perché ha solidificato la base della destra e sappiamo bene che negli Usa non conta strapparsi i voti, ma portare alle urne i propri. Gli Usa sono un paese che ha il massimo del 60% di affluenza, con il partito repubblicano che ha 32 milioni di elettori registrati contro i 41 milioni dei democratici ed è chiaro che più si mobilita il proprio popolo, più si va avanti.

 

D. C’è stata una grande corsa alle promesse economiche in questi giorni. McCain ha annunciato l’aumento dei posti di lavoro, aumento delle deduzioni fiscali, da 3mila a 5mila dollari, per le perdite di capitale, aiuti diretti sui mutui, Obama è stato definito “socialista”, per i suoi aiuti per assistenza sanitaria, disoccupati, classe medio-bassa…Troppa spesa per così pochi soldi nel Tesoro…?

 

A.P.Z. Per prima cosa definire Obama “socialista” è una cosa assurda. Non ha nulla di socialista ma è semplicemente il candidato del partito democratico e l’America non tollera neppure nel pensiero ciò che noi definiamo socialismo. Qualche giorno fa un intervistatore della Fox è stato più preciso, sebbene fazioso e polemico, nel dire: “Se votiamo Obama diventeremo un paese socialista come la Francia”…Per lui la Francia è socialista, noi siamo più portati a pensarlo per Cuba….In ogni caso Obama porta avanti idee più europee, ma credo che sia proprio la crisi economica che stia spingendo gli Usa verso un’impostazione più europea. Altrimenti socialista dovrebbe risultare in misura maggiore proprio Bush, visto che praticamente ha reinventato l’IRI, ha nazionalizzato banche ed assicurazioni ed ha utilizzato il governo in un modo che i repubblicani definirebbero una bestemmia. Quanto alla fattibilità delle promesse degli uni e degli altri e quindi sulla realizzazione dei loro programmi, c’è da essere molto scettici perché mancano i soldi e se McCain ed Obama vogliono ridurre le tasse in diverso modo ed aumentare la spesa, è facile pensare che non ci sia in realtà alcuna possibilità di ridurre le tasse. Al massimo Obama potrebbe realizzare il contenuto del suo slogan “Spread the wealth”, peraltro tradotto male, perché è stato interpretato come una “redistribuzione dei redditi”, ma non è così; è più da considerare come una “spalmata dei debiti” che è la traduzione letterale, ma io direi piuttosto “un’espansione dei redditi”, ovvero quello che c’è, rimane tale al momento ed in futuro si dovrà convogliare in diverso modo ed a diverse categorie le prossime ondate di ricchezza.

 

D. Dopo le banche, le assicurazioni, ora c’è chi paventa una crisi delle carte di credito. E’ credibile? E soprattutto alla fine chi subirà più di tutti questa dura stagione di recessione americana e globale?

 

A.P.Z. Chiaramente chi soffrirà di più è la classe media o i meno abbienti. Il caso delle carte di credito è interessante perché penso che la diffusione e l’uso delle carte di credito sia una buona parte della malattia americana. Circa un anno fa leggevo fra le divisioni in scaglioni di reddito, che l’ultimo scaglione di reddito americano, una quota pari a circa al 15%, è costituito da famiglie con un reddito di circa 10.000 dollari (e ci si chiede come faccia una famiglia a vivere con così pochi soldi!) ed il punto è che esse spendono il doppio di ciò che guadagnano ed il resto è debito. Esiste una cultura del debito che ormai è come una droga. Ho sempre pensato che se la famiglie americane della classe media smettessero di comprare cose nuove con le carte di credito e pagassero invece le loro rate, evitando la corsa continua all’acquisto, l’economia potrebbe risanarsi, ma comunque si verificherebbe poi una recessione ancora più grande perché se togli la droga a qualcuno, quello non sta sicuramente bene.

 

D. Obama è in vantaggio molto forte in questo momento. Perché Obama rischia di stravincere. Forza del personaggio, la crisi economica che spinge verso il democratico di turno, la voglia di cambiamento in generale…?

 

A.P.Z. E’ giovato ad Obama l’essere un personaggio in sé, nelle prime fasi, prima ancora delle primarie ha solleticato la curiosità, poi vista la benevolenza, l’affabilità è riuscito a fare breccia nei giovani, negli immigrati, nelle città e quindi anche nell’elìte del paese. Tutto ciò non sarebbe bastato, come abbiamo visto nelle primarie, dove Obama ha ottenuto il 50,3% contro il 49,7% di Hillary Clinton, se Obama non avesse prevalso nella tecnica superiore che ha messo in campo, soprattutto nei caucus dove c’era grande partecipazione dei giovani che gli ha permesso di ottenere la nomination, conquistando delegati. Poi gli ha giovato anche la coincidenza con l’anticipo delle primarie. Normalmente le primarie cominciano a gennaio e febbraio e si concludono con le ultime in giugno e la scelta del candidato è in agosto, con la convention. Quest’anno grossi stati come la California hanno anticipato molto e quindi anche la raccolta fondi è iniziata l’anno scorso, quando il tema più sentito era la guerra in Iraq, su cui Obama si era da sempre schierato contro mentre la Clinton aveva votato a favore ed allora c’è stata la scelta verso Obama. Oggi la situazione irachena interessa poco, sia perché la situazione è obiettivamente migliorata, sia perché già prima del crac l’economia è finita al centro dei pensieri dell’elettorato. Obama è arrivato ad un punto morto, perché nel momento in cui i temi retorici e filosofici su cui puntava hanno perso peso ed è stato sottoposto al fuoco di fila personale dei repubblicani che non è basato sulla razza, sulle sue vaghe associazioni all’Islam, sui dubbi sulle sue origini. Infatti McCain lo ha superato per un determinato periodo a settembre fin quando non è scoppiata la grana economica ed allora Obama ha recuperato, soprattutto perché democratico. E’ chiaro che come partito, i democratici alla Camera ed al Senato avranno un grosso successo e l’incertezza alla Casa Bianca, è legata essenzialmente alla scelta di un nome. Se ci fossero state le elezioni sul modello europeo, i democratici avrebbero vinto a mani basse ed Obama con loro. La crisi economica ha convinto gli elettori democratici che erano ancora indecisi o per il colore della pelle, o per l’eccessiva intellettualità di Obama, a votare essenzialmente, come accade in tutti i paesi, a votare contro il governo.

 

D. Immaginiamo i primi cento giorni (in modo simbolico, naturalmente essendo il periodo molto breve) dei due candidati, partendo da Obama e passando a McCain.

 

A.P.Z. Obama imposterebbe la sua politica sulla base dei progetti e della compattezza del partito democratico e questa si palesa soprattutto sulle questioni sociali. Cento giorni, sono pochi a meno che non agisce con decreti urgenti, come ha fatto Bush. La tendenza è chiaramente quella di un politico che mette sul tavolo il discorso della salute e della sanità, una riforma fiscale ovvero lo sgravio fiscale per quelli che guadagnano meno di 250.000 dollari l’anno, parlare di ecologia, quanto alla politica estera, aspettiamoci una politica meno belligerante. Il ritiro dall’Iraq sarebbe notevolmente anticipato, maggiore diplomazia con gli stati nemici, con l’unica eccezione della caccia ad Osama Bin Laden e quindi la cattura del leader o in Afghanistan o in Pakistan, dove sarebbe possibile l’incremento di truppe…A meno che non si venga a sapere che Bin Laden è stato catturato o è morto la classica sorpresa d’ottobre…McCain, al contrario, non è un “bushista”, non appartiene all’ortodossia repubblicana, ma ha dovuto fondersi necessariamente con la base del suo partito e quindi avremo un presidente che fa forti pressioni sull’Iran ed attivo in politica estera e sulla politica economica meno enfasi e meno interventismo statale. Se McCain viene eletto perché eroe e non perché economista. Idem Obama viene eletto non di certo perché economista, ma perché rappresenta il nuovo grande sogno americano.

 

D. I sondaggi vanno presi sempre con le molle. Gli ultimi sondaggi danno in vantaggio Obama dai 4 punti ai 10 punti e si parla continuamente di una lotta serrata su Florida, Ohio e nel Sud (Colorado, Nevada)…Ci sono i margini per un colpo di McCain?

 

A.P.Z. Tecnicamente sì. E’ difficile che McCain superi Obama nel voto popolare, ma questo non è decisivo, ma se recupera negli stati, ha buone possibilità di farcela. C’è una strategia precisa di MCain che è abbastanza chiara e piuttosto ragionevole su tre stati, anche perché McCain dispone di meno soldi di Obama e questa è un'altra in usualità della storia americana visto che i fondi dei repubblicani sono sempre stati prevalenti su quelli dei democratici. I tre stati sono Ohio, Florida e Pennsylvania che nel 2004 ha votato per Kerry, mentre degli altri può fare anche a meno, ma non di questi tre. Credo che il più repubblicano di questi stati sia l’Ohio che dovrebbe rimanere a McCain. La Florida è un mistero perché secondo il mio istinto, tale stato dovrebbe rimanere repubblicano perché c’è il voto cubano chiaramente anti-sinistra, c’è una forte presenza ebraica, mobilitabile verso chi può garantire maggiore attenzione ad Israele. Questo è in contrasto con i sondaggi, perché mentre in Ohio i due candidati sono in parità, in Florida Obama è in vantaggio ed il voto ebraico per il 70% è tutto per Obama. In questo caso la Florida repubblicana potrebbe cambiare. McCain deve poi conquistare la Pennsylvania, cosa difficile però un motivo nella scelta di questo stato, ovvero la debolezza di Obama verso i “blue collars”, la difficoltà avuta contro Hillary Clinton, c’è uno stato in buona parte rurale e bianco, molto religioso ed è possibile una mobilitazione contro l’uomo delle grandi città, liberale, di cui non si conosce la religiosità e che è andato in Pennsylvania a sminuire la preoccupazione dei cittadini, dicendo che quando la gente è preoccupata tende a rifugiarsi nelle armi da fuoco e nella religione e qualora tali frasi non siano dimenticate, risulterebbero le ultime carte per McCain.

 

Alberto Pasolini Zanelli, giornalista e saggista, è commentatore di politica americana da Washington per Il Giornale. E’ stato inviato anche in Asia Orientale. Ha dedicato agli Usa numerosi libri tra cui “Dalla parte di Lee” (Facco 2006) ed “Imperi” (Settecolori 2007) ed “Imperi II. Russia e Cina nel mondo degli americani”.        

A cura di Angelo M. D'Addesio (realizzata il 27 ottobre).

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* LA SETTIMANA DEI NOBEL. TUTTI I NOMI LATINI E NON DEI FAVORITI     AL RICONOSCIMENTO PER LA LETTERATURA E LA PACE
* ARGENTINA SEMPRE PIU' LEADER DEL VIRTUALE, ENTRA NEL GRANDE MERCATO DEI VIDEOGIOCHI E DELL'INTERATTIVITA' 
 
ARCHIVIO
 
L'ITALIA COME L'ARGENTINA DEL 2001?
 
DIBATTITO SULLA CRISI FINANZIARIA ITALIANA
 
 
LA RIVOLUZIONE DEI GIOVANI CILENI: UN ESEMPIO PER L'ITALIA
 
NE PARLIAMO CON LA GIORNALISTA ITALIANA PATRICIA MAYORGA
 
 
 
 
 
 
 

LA VIGNETTA DI FRANGI (Ettore Frangipane)

 


di Ettore Frangipane (www.frangipane.it) 

  

  

 

 

LA LANTERNA ACCESA (se sorge il sole, c'è ancora qualcosa da dire)

per questo ogni mattina ci siamo anche noi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  
 

 

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