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Diario


22 novembre 2010

Ed il premier benedisse il Tea Party

Il Pdl non esiste più. Lo aveva anticipato Fini, lo conferma uno dei ministri più fedeli del premier, Mara Carfagna e Berlusconi per la prima volta ci mette la firma sotto, dichiarando apertamente di poter fare a meno di chi non ci sta al prossimo progetto elettorale. Il parto doloroso e cruento che si consuma in questi giorni genererà due gemelli, uno ben noto, un revival di Alleanza Nazionale condito da posizioni centriste, neoliberali e l’altro completamente originale nel panorama italiano, una scommessa nuova per un ennesimo tentativo di rilancio berlusconiano: il Tea Party italiano. E’ difficile dire quale dei due gemelli risulterà il più forte, ma se guardiamo alla mobilitazione berlusconiana, da quella sotterranea a livello locale, iniziata già con il “partito laziale” che ha portato alla vittoria Polverini ed Alemanno ed oggi proseguita da quello campano (Casentino, Mussolini, Cirielli) e siciliano (Nania, Musumeci) fino alle manovre governative, ma soprattutto se studiamo il fenomeno nei blog e su facebook, possiamo dire che il Tea Party è un’idea che convince e che pesca una buona fetta dell’elettorato. Nel Tea Party ci sono i delusi del centro come Cuffaro e Mannino, gli ultra-cattolici, tuttora maggioranza nella Chiesa, (gli stessi che hanno storto il muso alle parole di Benedetto XVI sulla contraccezione, pur pronti a condannare Boffo e difendere Berlusconi), i grandi signori locali, le star rinate del jet-set politico dalla Santanché alla De Girolamo, una sorta di Christine O’Donnell all’italiana anch’essa da lanciare nella sfida di Napoli, sacrificando le colombe. E non è un caso che la partita si giochi sui luoghi del più grande guaio (i rifiuti a Napoli) e del più grande evento economico (l’Expo a Milano) dei prossimi anni dove un ruolo decisivo lo avranno colo che sono stati i precursori perfino del Tea Party americano, la Lega sempre più forte e vincente al Nord ed, a sorpresa, Casini, timoroso di trovarsi come il vaso di coccio fra l’egemonia finiana e la diaspora dei duri e puri verso il Pdl. Insomma un nuovo progetto che avrebbe già da solo il 45% dei consensi. Berlusconi finito? O poveri illusi!     

Il Paroliere.


16 novembre 2010

La politica sul trono e sotto la gru

I quattro immigrati di Brescia sono scesi dalla gru, sfiancati dalla fame e dalla pioggia e presto toccherà anche a quelli di Milano. Il loro momento in prima pagina finisce qui. Dopo essere stati gabbati dalla legge colf (che naturalmente è stata aggirata da molti e molte) e dai loro datori di lavoro, oggi sono in questura e devono conquistarsi fiducia, permesso di soggiorno e mediazione legale senza telefonate esterne, anche perché nonostante uno sia egiziano, sembra che non abbia legami con Mubarak. Ruby, invece, ha già capito tutto. A 18 anni grazie ad una telefonata ha già accumulato il conto in banca che un operaio ha con sei mesi di lavoro, è la reginetta incontrastata di gossip e discoteche, ha amicizie importanti e chissà quante come lei resteranno alla ribalta. Ma sarebbe facile sparare su una coniglietta dei potenti, fermata per furto, per giunta ex minorenne, spacciatasi per bisognosa. La verità è che mentre da Ruby c’era l’assembramento di buona parte della classe politica, o per offesa indiretta al premier o per vanto nei suoi confronti, sotto quella gru non c’era nessuno a parte militanti dei centri sociali o di organizzazioni no profit additati come “estremisti”. Né un esponente della “nuova destra”, né della vecchia e nuova sinistra. Troppo imbarazzo, troppo impegno. Più facile andare in tv ed elencare i valori (gli stessi) della destra e della sinistra, nei quali non rientra né la difesa dell’immigrato, né quella di una minore facilmente attirata alla prostituzione televisiva. La politica del trono vale più di quella sotto una gru? E allora meglio i valori di Cetto Laqualanque, almeno sappiamo che sono un reale ed ostentato programma di civiltà e di governo messo in pratica in ogni momento, non una fiction, quella vissuta in solitudine da sette immigrati senza nome su una gru di Brescia e da tante gente che sente raccontare ideali senza metterli in pratica.
 
Il Paroliere


15 novembre 2010

La sindrome di Salò

 

Altro che declino e pazzia. Berlusconi è entrato in pieno clima da campagna elettorale come solo lui sa fare. Egli sa bene di non poter chiedere lo scioglimento di una Camera (cosa avvenuta paradossalmente solo nel 1953 e per permettere, anzi, di equiparare le elezioni per entrambe le camere, vista la diversa durata delle medesime), né di poter pretendere elezioni limitate e d’altronde che motivo ne avrebbe se fosse sicuro di avere il 60% dei consensi. La verità è quel 60% è tutto da ricreare e dopo tante sconfitte si può farlo solo scatenare l’”ansia da popolo” ovvero l’istigazione nata dal 1994 fino a S. Babila, che “il popolo italiano è sempre truffato e risponde alla rabbia per la truffa con Berlusconi”. In questo scenario una normale sfiducia parlamentare diventa “ribaltone”, la caduta del governo o un governo tecnico sono “un rinnegamento della volontà dei cittadini”, la proposta di elezioni totali sono “una truffa per impedire la governabilità”, le opposizioni sono “traditori” ed il popolo pur prigioniero di una situazione politica che ha un solo responsabile, finisce con il solidarizzare con il sequestratore. Ecco come si concretizza la quarta rinascita del Cavaliere, uguale alle precedenti, il solito referendum sulla sua persona che ha già annichilito le sinistre in anni passati e potrebbe fare lo stesso con Fini. Una devozione aiutata da un linguaggio (“guerra civile”, “traditori”) che fa sentire il popolo in un perenne ’43 e quindi portato a preferire lo status quo, piuttosto che l’incerto futuro. Non è un caso che l’Italia non sappia ancora se fossero più traditori i disordinati partigiani o le camicie nere, proprio come oggi fra Berlusconi ed il suo carrozzone e le disordinate opposizioni. Una sindrome di Stoccolma, anzi di Salò che non premia con la storia, ma con la vittoria sì.   

Il Paroliere.


12 novembre 2010

Il re detronizzato ed i tre uomini chiave

E’ la prima volta che Berlusconi torna da un summit senza rilasciare conferenze stampa, senza parlare e far parlare di sé. Sebbene non molli ancora la poltrona che tutti vorrebbero indirizzare verso altri lidi, egli stesso si è accorto di non essere più un personaggio chiave ed è la cosa che più gli fa male. E’ un destino che condivide con il capo dell’opposizione in un’Italia bipolare per stanchezza e costrizione e non per convinzione, ma a lui abituato a comandare, gestire, attirare l’attenzione questi giorni di disastro, protesta dove anche chi lo difende non lo fa più per la sua figura ma solo per il proprio posto, devono aver fatto proprio male se l’unica confidenza è stata espressa ad un collega vietnamita. Ed ora? Fini tirerà fuori i ministri dall’esecutivo, continuerà a dissanguare il governo fino a quando, in mancanza di elezioni, impossibili prima della finanziaria ed ormai, prima di marzo, la scelta spetterà agli uomini chiave, non Fini, né Casini e neppure Bossi, decisivo solo in chiave elettorale, ma il presidente Napolitano, il fido Gianni Letta ed il superministro Tremonti. Il primo sta resistendo alla tentazione di una convocazione per invitare il premier a presentarsi di nuovo alle Camere, ma potrebbe farlo, il popolo lo approverebbe e lo scossone politico sarebbe immediato. Il secondo è l’unico che può convincere il premier alle dimissioni per premere sulle elezioni, cercando al tempo stesso di allontanare Tremonti dalle sirene di un governo tecnico di cui sembra essere il candidato eccellente, per la Lega, come per Fini, il centro e perfino per il Pd. Dietro la sua alea da tecnico a vita, anche Tremonti è chiamato a scegliere: entrare in campo da vero politico e proporsi per un premierato d’emergenza o rimanere fedele a Berlusconi e sognare futuri scenari internazionali, come il FMI? Nella prossima settimana questi uomini chiave si muoveranno e per la prima volta Berlusconi non sarà fabbro del suo destino.  


8 novembre 2010

Teatrino d'inverno

Ci risiamo. Riprende una nuova settimana e riparte il gioco delle parti dopo l’ennesimo fine settimana passato ad arringare le folle. Prima era il premier ora è Fini ad improvvisarsi caudillo d’alto bordo pronto a rimpolpare quel misero 5% del suo neo-partito con una nuova richiesta fatta a chi non potrà mai esaudirla. E’ vero che il potere logora chi non ce l’ha. E’ vero per Fini, che agisce per logorare, ma è a sua volta logorato dal dilemma di addossarsi le colpe della crisi e mentre accenna abbandoni di governo dei suoi gendarmi, continua ad appoggiare il governo ed a stare seduto sullo scranno della Camera (per la serie, andate avanti voi…) e pur sperando nell’appoggio esterno di Montezemolo, nell’italiano stanco di Berlusconi, preferisce attendere invano. E’ vero per il Pd che nell’aspettare chi, a sua volta, aspetta, vede crollare il fortino con le spallate di Vendola, di Renzi, altro uomo che pensa di vincere, battendo i suoi stessi colleghi di partito e parlando più forte e dei centristi sempre più verso Rutelli o l’Udc. E’ vero per Casini, ancora pentito di non aver trovato un buon accordo con Berlusconi. Ma è vero anche per il governo. Non per il premier ma per il suo governo, dove ormai gli unici ministri a contare sono le camicie verdi e l’intoccabile Tremonti capace di mettere in riga tutta la compagnia. Ma dal governo al premier, il passo è breve e se la spalla supera l’attore principale, è difficile che questi abbia ancora applausi. Il teatro prosegue mentre gli spettatori sbadigliano o fischiano e lo faranno fino a febbraio quando il premier farà una proposta che Fini non potrà non rifiutare ed allora sapremo chi ha fatto sbadigliare di più.   


27 ottobre 2010

Il paese bloccato e l'errore della Marcegaglia

Facciamola finita! Andiamo a votare e subito, anche con questa legge, perché con le forze politiche in Parlamento sarebbe impossibile approvarne un’altra che sia coerente e buona per tutti. Quanto ancora dovrà durare questa falsa commedia degli equivoci, questa farsa in cui un premier è costretto prima a fingere di voler rifiutare uno scudo protettivo per i processi per poi affermare due giorni dopo, che è costretto a chiederlo per colpa della magistratura eversiva (come se la magistratura fosse cambiata in un solo giorno) e dove l’opposizione accusa il governo di non affrontare temi come il lavoro, lo sviluppo produttivo ma fa altrettanto a meno di parlarne e fare proposte per non trovarsi nell’imbarazzo di dover accusare o giustificare la Fiom o di dover appoggiare o rifiutare gli enormi sprechi delle università e quindi dividersi. Così l’Italia è sospesa fra un partito locale e populista che tiene sotto scacco un paese intero, cavalcando latente xenofobia e falsi miti federalisti ed il grande partito della vacua rivoluzione, da Beppe Grillo e Vendola fino a Di Pietro che ormai tacciato di giustizialismo (un altro reato politico esistente solo in Italia) è condannato al 7% fisso.

Sbaglia la Marcegaglia ad allontanare ipotesi elettorali, prestando il fianco agli speculatori italiani e stranieri sull’economia debole (banche e fondazioni, vedi il caso Profumo), a chi sputa nel piatto in cui mangia (Marchionne), a chi aggredisce, stanco di questa eterna sospensione e soprattutto ha chi ormai ha una sola priorità da risolvere: lo scudo giudiziario e basta. In un altro paese con un parlamento bloccato ed in tale crisi sociale, si andrebbe alle urne, qui dobbiamo solo sperare che la Corte Costituzionale dichiari infondata la questione di legittimità sul “legittimo” impediemento. Così almeno avremo un premier contento a cui, forse, tornerà la voglia di lavorare.


21 ottobre 2010

Libertà senza futuro

 

Era prevedibile ed è accaduto. E’ appena nato e Futuro e Libertà si ritrova già senza popolo, senza potenziali elettori ed immaginabile che il 7% di cui era accreditato il partito di Fini, frutto perlopiù di entusiasmi facili e confusione, si dimezzerà. Votare in commissione un Lodo Alfano retroattivo dopo un enorme battaglia sulla legalità, dopo aver accertato che le priorità del premier restano quelle personali e non l’economia, il lavoro e neppure la giustizia, quella vera (procure in disarmo senza impiegati, con pochi magistrati senza protezione e sotto minaccia della malavita a giorni alterni, una seria riduzione e perentorietà dei termini), ieri si è vista tutta la paura di Fini di andare alle elezioni, la sua incertezza negli accordi con il centro (leggi Udc, ed API), l’Mpa, il movimento Io Sud (che pure è rappresentato da Poli Bortone) per aprile e con il centro-sinistra per la riforma elettorale. Fini ha perso l’attimo. A Mirabello, alle parole sarebbero dovuti seguire i fatti ed invece è stato ancora il premier con la Lega seppure in minoranza a dettare l’agenda di governo. Oggi Fini si ritrova fuori da un partito, all’interno di un altro che si ostina a chiamare “movimento”, sotto lo scacco dei suoi militanti che non vogliono più aspettare, incastrato da Tulliani e vittima della solita paura italiana: quella di dire le cose come stanno. Avrebbe potuto ricominciare dal Sud, prendere esempio da Lombardo, invece, come se le elezioni fossero una colpa imperdonabile, persegue nel difendere “il programma che non c’è” e si autocondanna ad una libertà senza futuro. Questo dire e non dire e fare e non fare di dalemiana memoria ha due sole soluzioni: le dimissioni dalla presidenza della Camera ed una decisa leadership di partito e di coalizione elettorale (e non di un…movimento o peggio ancora del nulla) oppure il ritorno indietro ed il riassorbimento con tanto di scuse a Silvio Berlusconi, perché in fondo, votargli l’immunità a vita, per le conseguenze che provocherebbe ciò agli italiani ed alla Costituzione è perfino peggio.

Il Paroliere.


8 settembre 2010

Costituzione o piazza

 

Un grande equivoco sta coinvolgendo frotte di editorialisti e costituzionalisti che si stanno sbizzarrendo sulle ipotesi di crisi istituzionale e sull’opportunità di chiedere le dimissioni del presidente della Camera non sfiduciabile né dal Parlamento, né dal Capo dello Stato e nessuno di loro ha capito una cosa fondamentale: Berlusconi e Bossi e questo intero governo non si riconosce in questa Costituzione e quindi cosa ne sia o meno previsto è un problema secondario, per cui, esclusa Futuro e Libertà, ancora forza governativa bisogna ragionare in termini di vuoto costituzionale. D’altronde se così non fosse non si spiegherebbe l’uso abnorme della fiducia, le gravi accuse di parzialità e di inopportunità al Capo dello Stato ed alla Corte Costituzionale semplicemente per aver svolto le funzioni previste dalla Carta e neppure perché, piuttosto che iniziare una delegittimazione di tutte le cariche dello Stato, per dimostrare che lo Stato va riformato, non si scelga la più facile strada della sfiducia per andare al voto. Il problema è questo: nessuno sfiducerà nessuno ma alle elezioni bisogna andare e l’unico modo per farlo senza addossarsene le colpe è rovesciarle sugli altri e può farlo solo la piazza. O elezioni o piazza, anche perché ormai da anni il premier non risponde a nessuno tranne che al popolo e nel farlo ricorda a tutti che la sovranità popolare è sancita dall’art. 1, pur dimenticandosi il resto dell’articolo. Agitare la piazza, però, in un periodo dove il populismo, l’irrazionalità, il livore raggiungono quasi i 2/3 del paese (ovvero la Lega al 12%, l’Idv al 7%, Grillo al 2%, altre forze di destra e sinistra molto estreme al 5% oltre a quelli che per scelta e costrizione si dicono anti-politici e non votano, circa il 10%), significa rovesciare un paese e destinarlo al conflitto sociale, politico, forse anche peggio. E’ la conclusione logica di una classe politica che non ha saputo sopravvivere ai reali cambiamenti avvenuti in Europa e piuttosto che rinnovare le istituzioni, sta pensando di distruggerle per salvare i pochi che le comandano. In questo la Costituzione non c’entra nulla perché il popolo in ogni momento può essere chiamato a detronizzare e condannare alcuni ed innalzare altri e quando lo fa, perlopiù inconsapevolmente, non si accorge di aver rinunciato, non solo ai simboli della propria identità (Costituzione, bandiera, lingua, identità) che tra l’altro la gran parte della popolazione non conosce o non reputa fondamentali (se così non fosse, non si capirebbe perché la “svolta del predellino” valga più delle elezioni come riconoscimento di potere) ma anche la propria libertà, la vera libertà, quella di scegliere secondo le regole e non secondo gli umori o la rabbia. Ed il popolo, anche quello berlusconiano del 4 ottobre dovrà scegliere fra l’uomo e la sua piazza senza regole e le regole senza uomini, anzi con uomini nuovi, di cui l’Italia ha urgente bisogno più di nuove norme.


6 settembre 2010

Furore ed ansietà

 

Sono mancate due parole nel discorso di Fini a Mirabello, proprio quelle che accendono un popolo e precedono una nuova leadership: partito e voto. Senza quelle, nonostante l’annuncio della morte del Pdl (ma solo dal suo punto di vista), dell’infamia giornalistica ad orologeria, del diritto di dissenso, della destra liberale, idea ahimè troppo abusata, Futuro e Libertà resta solo un embrione, un incidente di percorso parlamentare e Fini resta amareggiato dalla sua mancata leadership ed in cerca di una soluzione per non essere il colpevole del voto anticipato ma neppure l’uomo che ha lanciato il sasso ed ha ritirato la mano. Quale, dunque, la soluzione? Non di certo il “patto di legislatura” che non piace a nessuno. Né a Bossi che vuole numeri certi oltre al federalismo nordista e fai da te nel sacco e sa bene che le urne potrebbero solo giovargli, né Berlusconi che non ci sta a fare il leader insaccato, lui a cui basterebbe un nuovo predellino per sollevare il popolo, il suo popolo. Al voto dunque anche se l’unico timore resta la mossa di Napolitano, la crisi e quindi lo scenario di un mandato esplorativo a Tremonti o Draghi che toglierebbe la gioia e l’imbarazzo delle urne almeno fino alla primavera. E’ certo però che il vantaggio resta dalla parte del premier, l’unico in cui si identifica la destra politica e sociale che ama comandare e che ha abbandonato Fini, il popolo che ama sognare ed il grande stuolo di clientele di cui è piena l’Italia. Nel furore da palco, non paragonabile al furore da predellino, si è vista tutta la mancanza di coraggio di un leader che ha paura del fallimento (che sa bene ricadrebbe solo di lui, ché il premier saprebbe come uscirne in un paese che vota non per credo ma per simpatia) e di staccarsi definitivamente dall’attuale posizione di governante seppur dissidente, ma la strada è segnata e tutti lo sanno bene.

Link al discorso di Fini (da FFWeb Magazine)
http://ffwebmagazine.it/ffw/page.asp?VisImg=S&Art=8103&Cat=1&I=immagini/PERSONAGGI/finimirabello_int.jpg&IdTipo=0&TitoloBlocco=L%27Intervento&Codi_Cate_Arti=40


3 settembre 2010

Mirabello ultima chiamata

 

Perché Gianfranco Fini ha preferito rimanere separato in casa con i figli in affido e fra gli strali d’odio del coniuge e relativi contigui? Evidentemente, a differenza di altri, non ha superato la “sindrome del secondo”, ormai così disabituato al comando, da pensare che basti fare opposizione costruttiva interna ed aspettare…Altri hanno superato questa fase, anche perché il passaggio di consegne al secondo prima o poi arriva o naturalmente (vedi Medvedev in Russia o Rousseff in Brasile) o meno, con una spintarella in più al capo di turno (vedi Brown nel logorio, seppur lungo, di Blair o Sarkozy in quello di Chirac). E’ previsto anche il caso del tradimento, come quello di Julio Cobos, vicepresidente dei potenti Kirchner in Argentina che ha scelto un bel giorno di votare contro un sacrificante provvedimento in tema di agricoltura, un pretesto per  lanciarsi alla candidatura alternativa nel 2011. Nella disfida di Mirabello dove Berlusconi ha già giocato le sue carte, puntando sui cinque punti irremovibili e non mollando sulla demolizione finiana ed il populismo personalista e leghista, il leader di Futuro e Libertà è rimasto a guardare, anzi peggio, sinora ha mandato avanti i suoi comprimari, da Granata a Bocchino, perfino più coraggiosi di lui nell’affermare una necessaria alternativa. Ed a Mirabello più di uno attende la mossa decisiva: il nuovo partito, la crisi di governo, la nuova destra sociale, non necessariamente personalistica o nazionalista, ma liberista ed al tempo stesso cattolica, con buone alleanze in stile 1994 e le elezioni. Nessuno potrebbe sopportare che il coniuge comandi in una casa che non riesce più a gestire, né che un Verdini pluri-indagato o La Russa ex militante di fiamma ed ora istituzionalizzato dettino l’agenda della nuova destra e ne decidano le epurazioni. Insomma se Fini perdesse anche quest’altra occasione finirebbe peggio di Brown, che sebbene logorato da un governo e da un partito non più suo, almeno è arrivato a giocarsi il premierato alle elezioni. Fini ha il grande vantaggio di avere già una destra che nasce per espulsione o evoluzione dall’egocentrismo del Cavaliere ed un centro che attende di essere accolto da un uomo più dialogante, ma con la consapevolezza del leader. Basterebbe la metà del  coraggio avuto a Fiuggi e quel 6% si moltiplicherebbe nel paese. L’Italia in fondo è stato un paese che alle proposte di pace ed alle supreme cause nazionali di unità nazionale come economia, lavoro e moralità, ha preferito sempre le grandi emozioni, gli schiaffi in faccia e le dichiarazioni eclatanti. “La destra o è coraggio o non è, è libertà o non è, è nazione o non è” disse Almirante e Fini dovrebbe conoscerlo bene.  

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