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Diario


6 settembre 2011

Un colpo nel vuoto

Moody’s sta tagliando ormai scontatamente il rating dopo gli ultimi fallimenti finanziaria, la BCE ha capito di non potersi fidare di un paese che pensa di fare crescita rinviando le decisioni importanti e tagliando feste patronali e posti di lavoro in modo ideologico e quindi ha annunciato sanzioni e stop all’acquisto dei titoli italiani, il Capo dello Stato si dispera dietro una richiesta di efficacia ed unità che lui stesso riconosce come impossibile…Ed il governo? Per il governo va tutto bene. Anzi non c’è manovra migliore (ma dov’è la manovra?), si sta aiutando l’Italia ad uscire dal peggio e soprattutto si sta arrivando in sella al 2013. Per un presidente ancora costretto a difendersi dall’accusa di essere finanziatore di bulli e pupe l’obiettivo è arrivare al 2013, con i suoi pretoriani da tea party improvvisati e pazienza che il Bounty sia sotto ammutinamento con Formigoni che cerca sponda in Casini e nei cattolici, Tremonti che attende il colpo di spugna (comunque tardivo) della Lega, il fronte del Sud guidato da Alemanno, da siciliani e campani che tirano per la giacca Alfano. In questo scenario disarmante lo sciopero di oggi è una grande occasione. Il mondo infatti ancora una volta aspetta non solo risposte finanziarie ma anche umane e sociali e continua a chiedersi se sia possibile che uno stato sull’orlo del baratro possa permettersi un popolo rassegnato, un’alternativa in stato di coma, forze sociali che brindano col governo al fallimento, mentre in altre parti d’Europa e del mondo già monta l’indignazione costruttiva e la scelta del futuro (la Spagna in questo è precorritrice, visto che si è messa nelle condizioni di tranquillizzare i mercati, favorendo subito, da novembre l’avvio di una nuova stagione politica). Lo sciopero generali di oggi è più necessario di quanto si pensi, se sveglia coscienze e porta alla giusta indignazione e di questo liberali e progressisti, di destra e di sinistra non possono non essere convinti. Finalmente si batte un colpo...Altro che scelta sbagliata.   

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30 agosto 2011

L'economia del consenso

E alla fine Silvio Berlusconi riuscì nella sua ultima grande impresa, stravolgere le leggi dell’economia perassoggettarle a quelle del consenso, cosa possibile soltanto in Italia, dove a fronte del buonsenso non può che prevalere l’istinto di conservazione dell’estabilishment. Ecco che una manovra già di per sé teorica viene svuotataanche della teoria e praticamente si trasforma nel sogno tutto berlusconiano didifendere i suoi adepti, la sua immagine di “uomo che non chiede soldi” (li prende direttamente senza che la gente, perlopiù pensionati, se ne accorga, impegnata com’è, a dare la colpa all’euro). Nella nuova manovra non c’è aumento dell’IVA, sparisce l’odiatissima patrimoniale, la tassa per i ricchi che inrealtà poi non erano poi nemmeno così ricchi, spariscono eventuali ritocchiall’Irpef, sparisce la tassa sui colossi statali energetici. Non c’è traccia di tassazione delle rendite, di incompatibilità fra cariche istituzionali, tutti possono essere contenti. La tasca dei signori della politica è salva. Poi nel più classico dei tormentoni berlusconiani arriva la “grande promessa”: l’abolizione di tutte le province ed il dimezzamento dei parlamentari, soloperò con legge costituzionale, così che non si possa dire che la colpa sia solo del governo…Quando accadrà. Forse fra un anno o forse fra dieci, chi può dirlo. Basti per ora che la macchina del convincimento sia partita. E chi pagherà tutto ciò? Pensionati, cooperative, organizzazioni sociali, la gente comune. Perfino i laureati sconteranno, come è tradizione di questo governo, più delle veline, visto che non potranno più riscattare nulla. Eh già, perché tutto è stato tolto meno i tagli al pubblico, i ticket, ladilazione dei Tfr e la mannaia dei licenziamenti facili e dei contratti aziendali che tanto fa godereConfindustria e Marchionne, ora più uniti che mai. Mentre il popolo aspetta chepassi la nottata, Berlusconi prepara un posto al Quirinale per sé ed uno aPalazzo Chigi per il suo fido Alfano. Ed è riuscito a far credere, grazie a gente come Penati e Tedesco, che la questione morale appartenga alla sinistra e non dicerto a lui.      


4 agosto 2011

La vacanza governativa

Niente di nuovo sotto il sole.Né da Silvio Berlusconi e le sue ennesime programmazioni da giovane rampante appena lanciato nella politica, né da Lega e Pdl (che lancia Alfano, chiaramente in dissenso con il suo premier ed ormai leader di partito), né da Bersani che propone l'inutile quadriglia dei passi in avanti ed indietro, né da Casini che filosofeggia alla maniera democristiana. L’unico messaggio è arrivato da Di Pietro, snobbato per la sua solita irriverenza "fuori luogo in un momento così difficile per l'Italia" (parole della Giorgia, il ministro Giorgia Meloni, che in un momento così terribile, aveva già il trolley pronto e parlava di vacanze intransatlantico, quelle fatte e quelle da fare), il che fa capire quanto la politica si prenda tremendamente sul serio. Il leader dell’IdV ha letto ledichiarazioni di Marchionne, svelando solo alla fine il suo autore e gelando difatto il Cavaliere che sino ad allora aveva considerato divertente l’intervento del suo avversario di sempre. “Sono d’accordo con il Capo dello Stato…L’Italia ha bisogno di una leadership nuova e forte…Altri si sarebbero dimessi”. Che colpo! Sergio Marchionne, l’uomo che ha potuto ricattare per due anni gli operai Fiat, smontare le fabbriche di Termini Imprese e Arese, portarsi tutto o quasi a Detroit, mentre il Governo gli dava ragione, pur di affossare sinistra e sindacati che spara a zero sul suo difensore…Di Pietro ha sottolineato in un colpo solo, quanto le grandi imprese siano ormai disinteressate alle noiose trattative fra parti sociali e governo e quanto questo governo non gestisca più l’economia se non a livello volatile di finanza teorica senza che il mondo produttivo, quello vero, dia peso alle parole del premier. Il problema è Silvio Berlusconi e lo sanno anche gli scaldapoltrone della Lega, scappati tutti via dopola recita a soggetto del Cavaliere. E’ iniziata da tempo la “vacanza governativa”…e fa più terrore della crisi.

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20 luglio 2011

Tutti sono disuguali davanti alla...Lega

Il trucco c’è, ma non si vede, come nel migliore voto occulto o nel peggiore gioco  pericoloso fra bambini. Le Lega Nord spalleggia l’arresto del deputato Pdl Papa alla Camera ed acconsente al diniego di arresto per Tedesco del Pd e così in un colpo solo si vendica dell’alleato di governo e scarica colpe e vergogne chissà quanto meritate sul Pd, accusandolo di “aver salvato” il suo candidato e mettendolo in difficoltà dopo che Tedesco aveva addirittura acconsentito al suo arresto. Chi mai del Pd sarebbe stato così stupido da votare contro la volontà del deputato stesso? E’ chiaro che la Lega ha architettato tutto per ricollegarsi alla base, riprendere il consenso del popolo e toglierlo agli altri: a Berlusconi che ormai non ha più influenza neppure fra i suoi candidati; a Bersani ed al Pd, così da metterli alla berlina e dare un piccolo assist ai feltriani e sallustiani, gli unici ancora rimasti al fianco del Cavaliere; a Vendola, si proprio a lui, perché solo con un Tedesco implicato e scomodo si potrà attaccare Vendola per lo scandalo ed il buco della sanità. Resta da chiarire chi è il fine stratega della Lega? Maroni e la sua “base” anti-disonestà o l’asse Bossi-Calderoli che vuole frustare Berlusconi dall’interno ma comunque restare in sella? E’ questa la domanda decisiva per capire se il governo potrà cadere già al rientro estivo (nel primo caso) oppure resistere e vivacchiare sulle sue macerie e su quelle dell’Italia. Perché presto Tremonti ribusserà e saranno dolori per tutti.

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11 luglio 2011

Nessun problema

Noc ‘è pericolo per l’Italia, eppure se ne parla troppo. Ogni giorno ciascuna istituzione socio-economica europea o agenzia di rating mondiale dice la sua sul nostro paese mentre il governo non dice nulla. Perfino il presidente Napolitano ha affermato che non c’è da preoccuparsi a patto di essere seri, ma anche la serietà sembra un traguardo irraggiungibile mentre il premier cerca come un Lupin qualsiasi di sfuggire ai commissari di turno, i membri del governo se le suonano e la Lega gioca all’apertura dei ministeri a Monza il 23 luglio. Con quali soldi e quale serietà, appunto? Spiace dirlo ma la nostra situazione non è così dissimile da quella della Grecia di fine 2009 dove un premier che aveva falsificato qualunque dato, con ministri indagati e cavalcando un esagerato populismo nel pieno della vergogna si ostinava a dire in campagna elettorale:”Se mi votate, usciremo dalla crisi più forti di prima”. Nel frattempo il deficit era arrivato al 12,7% del PIL (e non nei limiti del 3% come stabilito dall’Europa e riferito dal governo greco) e con le spalle al muro il ministro dell’economia greco di sinistra nel maggio 2010 ammise l’impossibile di coprire il debito pubblico. Oggi tutti se la prendono con il Pasok, mentre Karamanlis dorme nel suo letto. Tutti conosciamo il debito dell’Italia. L’unica cosa che ci salva è il nostro risparmio che però banche e tasse stanno già erodendo in modo eccellente. La bomba sociale ben addormentata dal meteo e dal gossip dei tg è già in atto: 30% disoccupazione giovanile (che vuol dire poco ricambio e quindi anche poche pensioni coperte), 8,1%, disoccupazione ordinaria, 40% di inattività. Importiamo tutto ed a prezzi altissimi e produciamo sempre meno. E stiamo iniziando le svendite e venerdì in Borsa lo si è capito. La solfa dell’Italia come la Grecia potrà annoiare ma è sempre più vero, visto che di questa manovra e dei relativi conti non si sono capiti né numeri, né obiettivi ed anzi molti provvedimenti sembrano alquanto aleatori e punitivi, mentre la politica si permette ancora viaggi e matrimoni a cinque stelle. Chi è il nostro Karamanlis?.


8 febbraio 2011

17 marzo: Durnwalderizzazione d'Italia

E’ proprio vero che 17 non è un numero fortunato…anzi. Non è un caso che l’unità d’Italia sia avvenuta proprio in un giorno così nefasto e in un paese dove il tasso di disoccupazione teorico è al 9% (ma quello sostanziale raggiunge il 20%), dove l’a.d. della Fiat chiede a tutti di tagliarsi i diritti e dopo aver avuto ragione, taglia ugualmente la corda e soprattutto dove le feste nazionali sono meno che in altri stati, improvvisamente c’è questa grande voglia di lavoro e di produttività. E’ l’ennesima provocazione! Le camicie verdi sembrano quasi soffrire questo 17 marzo, che avrebbero voluto festeggiare a suon di Va’ Pensiero e proclami federalisti, quasi come Berlusconi e Storace soffrono il 25 aprile. Niente festa, dunque, anche gli industriali che tanto stanno investendo nel nostro paese a suon di CIG sono d’accordo, perché si perderebbe troppo. Peccato che il danno sia già stato fatto e forse ci si accorge solo ora dell’ennesimo buco lasciato dagli enormi finanziamenti concessi a comuni piccoli e grandi, province, associazioni culturali, privati che si sono inventati manifestazioni piccole e grandi in tema sull’Unità d’Italia, su ciascun patriota nato nella propria terra, a spese dello Stato, pur di avere soldi e visibilità. Sarebbe bastato festeggiare bene ed in modo serio una sola data e lì accomunare tutte le manifestazioni. La festa sarebbe stata più sentita, più economica e soprattutto vera. Invece no, il 17 marzo tutti al lavoro, tanto per ricordare che siamo uniti ed accomunati dalla stessa qualità l’indifferenza e allora se proprio deve essere così ci sentiamo di appoggiare le parole di Durnwalder che ha annunciato: “Noi ci sentiamo una minoranza austriaca e non siamo stati noi a scegliere di far parte dell’Italia. Anche per questo motivo non abbiamo grande interesse a parteciparvi”. D’altronde se non partecipano gli italiani alla festa, perché dovrebbero farlo loro?


14 dicembre 2010

Missione compiuta

La missione impossibile è compiuta. Il paese è ancora di Berlusconi ed il Parlamento pure. Si badi, non “con Berlusconi”, ma “di Berlusconi”, perché quello che accadrà nelle prossime ore è l’ennesima vittoria del sistema Berlusconi, fatto di sostanza, di conquista di voti, con gioco duro, a volte sporco ma politicamente efficace e coraggioso, quel coraggio che manca ai finiani per dare la spallata decisiva, che manca alla sinistra per unirsi e mobilitare piazze, fabbriche, università e centri di potere. E si sbaglia anche chi pensa che il pugno di voti di domani (alla fine saranno tre o quattro i voti in più per il premier senza contare assenze ed astenuti) non possa servire per governare, anzi…Se si esclude l’Udc che è il partito più forte, essendo stato all’opposizione ormai da due anni ed ancora speranzoso di rilanciare con l’Mpa, i partiti del Sud ed i futuri fuorisciti del Pd quel sogno del terzo polo in cui Fini è un ospito inatteso ed un po’ imbarazzato, tutti hanno capito che la fiducia ci sarà, dallo sconsolato Di Pietro a Bersani che ora si guarda le spalle da Vendola mentre le colombe sono ormai rondini che volano verso i lidi caldi berlusconiani, verso nuovi incarichi del futuro e necessario rimpasto di governo. Moffa, Bongiorno, Catone perfino Calearo sono i nomi nuovi per gli incarichi che verranno, sostituendo sia i posti lasciati vuoti da Ronchi, Urso ed altri sottosegretari, sia i nomi un po’ indeboliti del governo, primi fra tutti Bondi e Carfagna che saranno lanciati nelle prossime amministrative. Le elezioni sono rinviate, forse a maggio o forse addirittura nell’autunno 2011, quando la Lega capirà di non poter sottostare al neo-moderatismo del premier e perdere l’occasione di invadere il nord ed imporre Maroni come futuro premier. Ma questa è già la seconda repubblica e mezzo.    


8 novembre 2010

Teatrino d'inverno

Ci risiamo. Riprende una nuova settimana e riparte il gioco delle parti dopo l’ennesimo fine settimana passato ad arringare le folle. Prima era il premier ora è Fini ad improvvisarsi caudillo d’alto bordo pronto a rimpolpare quel misero 5% del suo neo-partito con una nuova richiesta fatta a chi non potrà mai esaudirla. E’ vero che il potere logora chi non ce l’ha. E’ vero per Fini, che agisce per logorare, ma è a sua volta logorato dal dilemma di addossarsi le colpe della crisi e mentre accenna abbandoni di governo dei suoi gendarmi, continua ad appoggiare il governo ed a stare seduto sullo scranno della Camera (per la serie, andate avanti voi…) e pur sperando nell’appoggio esterno di Montezemolo, nell’italiano stanco di Berlusconi, preferisce attendere invano. E’ vero per il Pd che nell’aspettare chi, a sua volta, aspetta, vede crollare il fortino con le spallate di Vendola, di Renzi, altro uomo che pensa di vincere, battendo i suoi stessi colleghi di partito e parlando più forte e dei centristi sempre più verso Rutelli o l’Udc. E’ vero per Casini, ancora pentito di non aver trovato un buon accordo con Berlusconi. Ma è vero anche per il governo. Non per il premier ma per il suo governo, dove ormai gli unici ministri a contare sono le camicie verdi e l’intoccabile Tremonti capace di mettere in riga tutta la compagnia. Ma dal governo al premier, il passo è breve e se la spalla supera l’attore principale, è difficile che questi abbia ancora applausi. Il teatro prosegue mentre gli spettatori sbadigliano o fischiano e lo faranno fino a febbraio quando il premier farà una proposta che Fini non potrà non rifiutare ed allora sapremo chi ha fatto sbadigliare di più.   


27 ottobre 2010

Il paese bloccato e l'errore della Marcegaglia

Facciamola finita! Andiamo a votare e subito, anche con questa legge, perché con le forze politiche in Parlamento sarebbe impossibile approvarne un’altra che sia coerente e buona per tutti. Quanto ancora dovrà durare questa falsa commedia degli equivoci, questa farsa in cui un premier è costretto prima a fingere di voler rifiutare uno scudo protettivo per i processi per poi affermare due giorni dopo, che è costretto a chiederlo per colpa della magistratura eversiva (come se la magistratura fosse cambiata in un solo giorno) e dove l’opposizione accusa il governo di non affrontare temi come il lavoro, lo sviluppo produttivo ma fa altrettanto a meno di parlarne e fare proposte per non trovarsi nell’imbarazzo di dover accusare o giustificare la Fiom o di dover appoggiare o rifiutare gli enormi sprechi delle università e quindi dividersi. Così l’Italia è sospesa fra un partito locale e populista che tiene sotto scacco un paese intero, cavalcando latente xenofobia e falsi miti federalisti ed il grande partito della vacua rivoluzione, da Beppe Grillo e Vendola fino a Di Pietro che ormai tacciato di giustizialismo (un altro reato politico esistente solo in Italia) è condannato al 7% fisso.

Sbaglia la Marcegaglia ad allontanare ipotesi elettorali, prestando il fianco agli speculatori italiani e stranieri sull’economia debole (banche e fondazioni, vedi il caso Profumo), a chi sputa nel piatto in cui mangia (Marchionne), a chi aggredisce, stanco di questa eterna sospensione e soprattutto ha chi ormai ha una sola priorità da risolvere: lo scudo giudiziario e basta. In un altro paese con un parlamento bloccato ed in tale crisi sociale, si andrebbe alle urne, qui dobbiamo solo sperare che la Corte Costituzionale dichiari infondata la questione di legittimità sul “legittimo” impediemento. Così almeno avremo un premier contento a cui, forse, tornerà la voglia di lavorare.


21 ottobre 2010

Libertà senza futuro

 

Era prevedibile ed è accaduto. E’ appena nato e Futuro e Libertà si ritrova già senza popolo, senza potenziali elettori ed immaginabile che il 7% di cui era accreditato il partito di Fini, frutto perlopiù di entusiasmi facili e confusione, si dimezzerà. Votare in commissione un Lodo Alfano retroattivo dopo un enorme battaglia sulla legalità, dopo aver accertato che le priorità del premier restano quelle personali e non l’economia, il lavoro e neppure la giustizia, quella vera (procure in disarmo senza impiegati, con pochi magistrati senza protezione e sotto minaccia della malavita a giorni alterni, una seria riduzione e perentorietà dei termini), ieri si è vista tutta la paura di Fini di andare alle elezioni, la sua incertezza negli accordi con il centro (leggi Udc, ed API), l’Mpa, il movimento Io Sud (che pure è rappresentato da Poli Bortone) per aprile e con il centro-sinistra per la riforma elettorale. Fini ha perso l’attimo. A Mirabello, alle parole sarebbero dovuti seguire i fatti ed invece è stato ancora il premier con la Lega seppure in minoranza a dettare l’agenda di governo. Oggi Fini si ritrova fuori da un partito, all’interno di un altro che si ostina a chiamare “movimento”, sotto lo scacco dei suoi militanti che non vogliono più aspettare, incastrato da Tulliani e vittima della solita paura italiana: quella di dire le cose come stanno. Avrebbe potuto ricominciare dal Sud, prendere esempio da Lombardo, invece, come se le elezioni fossero una colpa imperdonabile, persegue nel difendere “il programma che non c’è” e si autocondanna ad una libertà senza futuro. Questo dire e non dire e fare e non fare di dalemiana memoria ha due sole soluzioni: le dimissioni dalla presidenza della Camera ed una decisa leadership di partito e di coalizione elettorale (e non di un…movimento o peggio ancora del nulla) oppure il ritorno indietro ed il riassorbimento con tanto di scuse a Silvio Berlusconi, perché in fondo, votargli l’immunità a vita, per le conseguenze che provocherebbe ciò agli italiani ed alla Costituzione è perfino peggio.

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