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Diario


22 agosto 2011

"Presidente non abbia memoria corta"

Il Capo dello Stato che apre ilMeeting di Rimini con il classico discorso da “colpo al cerchio ed alla botte”sembra quasi agire per protocollo più che reale convinzione, come se in questomomento anche lui volesse difendere la politica dal fuoco di fila che leproviene dal popolo, dalla stampa, dall’estero. Glielo impone la suaprerogativa di rappresentante dell’unità nazionale, di uomo “inter pares” (nonsuper-partes, si badi, il Capo dello Stato ha comunque un colore ed una fedepolitica ed in ogni caso non sarebbe stato lì se non lo avesse votato propriola sua parte politica mentre i partiti dell’attuale governo lo osteggiarono),ma così sembra aver dimenticato ciò che è accaduto in questi anni. Si può certoattaccare l’opposizione per la sua sterilità di idee, per la sua confusione e questo è scontato, ma non si può dimenticare che indemocrazia i numeri dettano legge e questi numeri sono stati difesi dal governoper resistere nel suo fortino, sempre e comunque, nel modo più spregiudicato,promettendo ministeri e cariche o provvedimenti ad hoc, difendendol’indifendibile, sfruttando a dismisura lo strumento della fiducia e per giuntausata per le leggi pro-premier, per riforme a metà e controproducenti(federalismo, varie revisioni giudiziarie). Non c’è politica che tenga difronte all’individualismo di un parlamentare che cambia faccia e partito soloper tornaconto economico e personale. E non c’è opposizione che possa farenulla di fronte a chi ha negato la crisi per anni ed ha avuto i numeri perfarlo ed oggi con quegli stessi numeri si prepara ad una clava sociale. È ilCapo dello Stato, l’unico che può dettare legge con la sua firma, che puòminacciare lo scioglimento delle Camere per l’impossibilità di gestione seriadi un Parlamento…Non lo ha fatto. Più che legittimo, ma non è più tempo perfare l’arbitro. Il paese ha bisogno di coraggio e credibilità e chi nonrisponde a questi canoni deve essere smascherato ed esautorato. Basta condialoghi finti di cui si conosce l’impossibilità.   


2 agosto 2011

The show must go on

Il premier esce dalla sua letargia estiva e si concede un ennesimo spettacolo da uomo risolutore, peccato però che non ci sia più nulla da risolvere e che ormai i conti si facciano solonell’alta finanza dove l’Italia, grazie alla manovrina ed al terrore di tagli seri e patrimoniali, è ancora a rischio default (lei, si), un rischio che potrebbe concretizzarsi fra settembre ed inizio 2012. Strano ma vero, ma la proposta più intelligente è sembrata quella di Calderoli che ha invitato tuttiad una sorta di campus estivo in cui ponderare le soluzioni e le iniziative da intraprendere per affrontare il duro inverno, ma si sa, il sazio non crede all’affamato e quindi come riuscire a trattenere 1000 recalcitranti parlamentari che non aspettano altro che riposarsi al sole della Sardegna,della Puglia o nelle villette in Toscana o fra i laghi dopo il duro, durolavoro e le enormi spese sostenute! Ci pensa il Cavaliere, per cui tutto fapolitica. Mentre tutto il mondo unisce cervelli dell’economia, mondo produttivo ed opposizione (vedi Usa, ma anche altri paesi europei, la Germania l’ha fattaprima di tutti la Grosse Koalition), il nostro premier non vuole la scena rubata da altri, così domani andrà alle Camere a parlare di investimenti ed infrastrutture (di nuovo e con chissà quali risorse, poi), giovedì incontrerà le parti sociali per ribadire questo ed isolare i comunisti di Fiom e Cgil,mentre l’opposizione non c’è ed in fondo non ne soffre neppure e con la terza mossa il re proverà lo scacco al guastatore Tremonti, in fondo è colpa sua, sequesta crisi è diventata una cosa di cui parlare improvvisamente, in chiave solo italiana. In fondo fino ad un anno e mezzo fa non c’era e quando è spuntata fuori era “globale”, ovvero la colpa era degli altri, come sempre. Bentornato. 


13 luglio 2011

La palla al piede

La fretta fece i figli ciechi ed è anche il caso di questa manovrina. Basta unicamente per rassicurare in modo temporaneo la grande finanza europea ed italiana e dare sollievo a Borsa, banche e titoli di stato. In questa manovra c’è invece un “rinvio dei problemi” a data da destinarsi e ciò significa che tra qualche mese ci ritroveremo di nuovo nelle medesime condizioni, con un governo che tira a campare e che tornerà alle priorità di sempre ovvero la giustizia a misura di indagato o condannato e varie riforme di natura economica comunque penalizzanti verso i cittadini, dalle università alle pensioni. E questo purtroppo non lo ha sottolineato neppure l’opposizione che oggi si tura il naso e da il via libera ad un testo di cui non condivide nulla, se non l’urgenza e l’invito del Capo dello Stato. Mai scelta fu più incoerente. Non si esce insieme ad una persona rimanendo con il broncio e magari litigando a fine serata solo perché lo ha detto papà! E non si può continuare a prendere decisioni sulla pelle dei cittadini solo per accontentare l’economia volatile e teorica, quella che, per intenderci, ha portato a questa crisi epocale. Nessun taglio alle spese serie e pazze della politica, nessun taglio ai redditi alti e dormienti, nessuna scelta coraggiosa su produttività, pensioni, enti inutili, nessun programma preciso di liberalizzazioni. L’immagine di quest’Italia d’estate è fatta di strade vuote e spiagge altrettanto vuote e di un Ministro dell’Economia che torna da Bruxelles con un compito imposto dall’esterno ma senza più la fiducia della sua squadra come una palla al piede. Tutti a casa, tutti fermi, tutti in silenzio, compreso un governo che è ben consapevole di essere alla fine di un ciclo ed in cui poco contare giocare al risiko su chi resta e chi va. Le elezioni anticipate (che pure non sono la soluzione) restano all’orizzonte.


12 luglio 2011

Governo forte per manovra forte

Se c’è qualcuno che ancora crede nella tesi del complotto internazionale, prego, si accomodi nella grande e già piena sala delle dietrologie e dell’ingenuità italiane. Perché l’attacco, di cui si sta parlando da giorni, non può definirsi attacco un giorno e legge del mercato un altro giorno. Gli speculatori attaccano i nostri titoli e godono della loro debolezza, frutto di superficialità, di scarsa crescita, di povero impegno imprenditoriale. Nel frattempo ogni paese ed ogni governo corre ai ripari per salvare la propria posizione, tranne il nostro. Siamo il paese che avrebbe più bisogno di un governo forte per una manovra forte ed invece si ritrova con una politica litigiosa, provinciale che si copre dietro la tesi del complotto per portare avanti una manovrina debole con i forti e forte con i deboli e sostanzialmente priva delle chiavi che occorrerebbero. Una manovra per dirsi tale dovrebbe prevedere progressivamente, ma in tempi brevi, uno smantellamento degli istituti inutili (arrivando sino alle province), una patrimoniale per chi può e deve dare e ne sono tanti in Italia, né lavora ed un forte incentivo alla concorrenza ed alle professioni che può arrivare solo da una seria liberalizzazione, purché non dei servizi essenziali. Per farlo servirebbe un governo di unità nazionale, senza liti, con un ampio ventaglio di partiti, con un ministro dell’economia capace di muoversi non solo nel campo dei tagli ma anche in quello della crescita ed un premier meno attaccato ai suoi personali problemi. Unità e coraggio che fanno difetto ad una classe politica poco responsabile, ancorata alle sue poltrone e dove non è possibile chiedere a nessuno di farsi da parte per ridare credibilità al nostro paese


27 ottobre 2010

Il paese bloccato e l'errore della Marcegaglia

Facciamola finita! Andiamo a votare e subito, anche con questa legge, perché con le forze politiche in Parlamento sarebbe impossibile approvarne un’altra che sia coerente e buona per tutti. Quanto ancora dovrà durare questa falsa commedia degli equivoci, questa farsa in cui un premier è costretto prima a fingere di voler rifiutare uno scudo protettivo per i processi per poi affermare due giorni dopo, che è costretto a chiederlo per colpa della magistratura eversiva (come se la magistratura fosse cambiata in un solo giorno) e dove l’opposizione accusa il governo di non affrontare temi come il lavoro, lo sviluppo produttivo ma fa altrettanto a meno di parlarne e fare proposte per non trovarsi nell’imbarazzo di dover accusare o giustificare la Fiom o di dover appoggiare o rifiutare gli enormi sprechi delle università e quindi dividersi. Così l’Italia è sospesa fra un partito locale e populista che tiene sotto scacco un paese intero, cavalcando latente xenofobia e falsi miti federalisti ed il grande partito della vacua rivoluzione, da Beppe Grillo e Vendola fino a Di Pietro che ormai tacciato di giustizialismo (un altro reato politico esistente solo in Italia) è condannato al 7% fisso.

Sbaglia la Marcegaglia ad allontanare ipotesi elettorali, prestando il fianco agli speculatori italiani e stranieri sull’economia debole (banche e fondazioni, vedi il caso Profumo), a chi sputa nel piatto in cui mangia (Marchionne), a chi aggredisce, stanco di questa eterna sospensione e soprattutto ha chi ormai ha una sola priorità da risolvere: lo scudo giudiziario e basta. In un altro paese con un parlamento bloccato ed in tale crisi sociale, si andrebbe alle urne, qui dobbiamo solo sperare che la Corte Costituzionale dichiari infondata la questione di legittimità sul “legittimo” impediemento. Così almeno avremo un premier contento a cui, forse, tornerà la voglia di lavorare.


16 luglio 2010

L'"Honduregnizzazione" italiana

Complottismi interni, opposizioni deboli o troppo oltranziste, premier titubanti e “sotto-premier” che contrattano, ad un anno di distanza è lecito chiedersi se non somigliamo all’Honduras.

E’ un paradosso, un gioco al paragone azzardato trattandosi di un paese, l’Honduras, dove la democrazia è molto fragile e lo si è visto, dove le violenze contro giornalisti, manifestanti, ambientalisti, operatori sociali sono pesanti ed arrivano a conseguenze estreme. Eppure l’Honduras nel giugno 2009 era un paese alla vigilia di un importante referendum su un progetto di revisione costituzionale, soffocato da sempre più pesanti problemi socio-economici, guidato da un presidente, Manuel Zelaya, sempre più accentratore e per questo sempre più antipatico, manovrato da forti lobbies economiche ed istituzionali deluse dell’andamento del paese e del loro ridotto potere e comunque convinte di poter fare ancora di più per alimentare i propri interessi. Nel paese Zelaya era circondato perlopiù da notabili o militari non sempre inclini alla fedeltà. L’opposizione rappresentata dal Partito Liberale che aveva ben poco di liberale, era debole ed inconcludente oppure rappresentata dalle aree più oltranziste e movimentiste prive però di un progetto di governo. C’è un’altra destra, che dovrebbe essere più moderata e che dopo aver rosicchiato Zelaya e Micheletti ha posizionato Porfirio Lobo, uomo duro e puro alla testa del paese.

Vorrei farvi riflettere sul fatto che stiamo parlando di Honduras.

Eppure a moltissimi chilometri di distanza un presidente appariscente ed accentratore sta cadendo vittima dei suoi stessi uomini ed intrallazzi, fra invidie e proteste interne. C’è un’ala, non militare per carità, ma molto militante, in giacca nera ma cravatta verde che si sta incontrando con un “traghettatore” di turno, un Micheletti, tranquillo borghese, candidato a salvatore di un paese altrimenti destinato allo sbando. C’è un opposizione che non riesce a venir fuori dalla sua crisi di identità, non ha candidato credibili e sicuramente non vincerebbe le elezioni anticipate. C’è una tv, una stampa, un’opinione pubblica sempre più controllata da politici ed elite economiche, con pochi uomini confinati con paventati licenziamenti o perdite progressive di credibilità. E poi c’è un futuro candidato elettorale che dovrebbe essere espressione di una destra moderata, paradossalmente, apprezzato anche a sinistra.

Vorrei farvi riflettere sul fatto che stiamo parlando dell’Italia.    

E sul fatto che le somiglianze iniziano ad essere tante.

 

Pubblicato su www.andinamedia.com

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