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Diario


28 ottobre 2008

Usa '08: intervista ad Anna Guaita (Il Messaggero)

D. L’ultima critica ad Obama è quella di essere “socialista”, non nel senso sovietico, ma come quello che tasserà la middle-class, i dirigenti, le holding al fine dell’assistenzialismo occupazionale, sanitario…E’ solo un’idea, un’ipotesi.

 

A.G. Nelle elezioni presidenziali bisogna partire da un presupposto: gli Usa sono un paese di centro-destra. Non è possibile per un presidente oggi spostare a sinistra il paese. Basti guardare alla presidenza Clinton che sul fronte fiscale è stata alla fine più conservatrice, nel senso proprio del termine, che non l’attuale amministrazione repubblicana di Bush,. Qualsiasi candidato che entra alla Casa Bianca, tende sempre a moderare la sua posizione e non accadrà ciò che è successo con Bush, giunto come moderato e poi rivelatosi ideologicamente più schierato, sebbene in questo caso l’elemento dirompente dell’11 settembre sia stato decisivo; tuttavia il primo Bush non era affatto così. Obama è da guardare più come una riproduzione della presidenza Clinton, con il senno del poi, perché sappiamo bene che Rubin, il suo ministro del Tesoro, è stato l’iniziatore di una politica finanziaria che, lasciata a sé stessa è degenerata. Obama “socialista”? Nemmeno per idea! Cercherà di far passare, quello che i conservatori definiscono aumento delle tasse come ciò che è realmente, ovvero l’abolizione del taglio delle tasse deciso da Bush e questo non è affatto un pensiero astruso. Il paese sta andando a fondo e da qualche parte Obama dovrà trovare soldi per mandare avanti la macchina dello stato e non di certo per la redistribuzione dei redditi, come lo accusa McCain. E’ una questione dettata dalla realtà. Penso che alcuni progetti di Obama (allargamento dell’assistenza sanitaria, abolizione del taglio delle tasse, ricerca sulle energie alternative), saranno portati avanti, ma se questo è socialismo…allora l’Europa è maoista!

 

D. Quanto all’effetto Bradley. E’ un esempio calzante anche per Obama, ovvero la paura di votare l’uomo di colore dopo averlo dichiarato come successe per il Major di Los Angeles, soprattutto nel Sud dove ci sono molti dubbi?

 

A.G. Al Sud al di là dei dubbi, si può parlare di una chiara tendenza di diffidenza verso i candidati di colore o le minoranze. Quanto all’effetto Bradley, bisogna storicizzarlo. Sono passati ormai decenni da quell’evento (1982) e da allora tanti uomini di colore sono stati eletti o scelti anche fra le alte cariche dello Stato, ad esempio Colin Powell e Condoleeza Rice per citare i più noti. La paura dell’afro-americano nella stanza dei bottoni è molto diminuita e poi in effetti il caso “Bradley” non si potrebbe adattare ad una campagna come questa dove ci sono due candidati validi. Perché qualcuno dovrebbe aver paura di dire di votare per McCain, un repubblicano, eroe di guerra, un uomo di alto livello, rispettato…In fondo l’”Effetto Bradley” fu proprio questo: la paura di dire di voler votare per Deukmeijan, sfidante di Bradley nel governatorato della California, che era palesemente meno preparato. In questa campagna elettorale non c’è tale rischio, quindi chi teme l’afro-americano Obama dichiarerà chiaramente l’appoggio a McCain. Poi, magari, in sede di voto, ci saranno persone che avevano dichiarato di votare Obama per convinzione e si tireranno indietro ma non sarà per una questione di “colore”.

 

D. McCain punta molto sugli aiuti diretti ai mutui, sul taglio delle tasse, sull’attenzione ai pensionati, oltre al cavallo di battaglia della difesa. Eppure è in forte svantaggio. Oggi, a sette giorni dalle elezioni quali carte può ancora giocare McCain?

 

A.G. I suoi punti di forza sono molto diminuiti dalla scelta di Sarah Palin. All’inizio nella prima settimana c’è stato un exploit di stupore, in cui questa scelta gli ha permesso per la prima ed unica volta di scavalcare Obama, nella settimana dopo la Convention di St-Paul. Ora invece la presenza di questa donna al fianco di un uomo che si voleva presentare come “maverick”, un battitore libero che voleva volare alto, indipendente dal partito, capace di un approccio verso la res publica più che verso il partito, non si è adattata a Sarah Palin, perché alla lunga è venuta fuori la sua totale impreparazione. Nelle interviste è stata imbarazzante, ha fatto tante gaffes (sebbene se le gaffes in sé, si perdonino, perché in fondo le fanno tutti in campagna elettorale, soprattutto chi non è stato sotto le telecamere da sempre), ma il vero problema è stata la sua incapacità in questioni banali, come quando ha dichiarato di poter insidiare la Russia perché dall’Alaska si vede il confine della Russia. Dopo questa scelta i punti di forza di McCain sono scemati. Un uomo di forza, di lunga esperienza politica, un uomo sul cui giudizio e capacità di scelta si può avere fiducia, saggiato da dispiaceri, prigionia, carriera politica, di vedute larghe e di polso ferme sceglie una vice e fa già una pessima scelta. Cosa resta? La difesa dei grandi valori repubblicani, del diritto alla vita, dei valori etici (no all’aborto, ai matrimoni gay) ed i valori economici tipici repubblicani ovvero poche tasse, scarso interventismo e polso fermo in politica estera. Basterà? Oggi magari con la nuova avvisaglia di crisi in Siria sì, ma per il resto è tutto troppo poco.

 

D. C’è chi dice che la Palin è una donna del popolo, vicina al popolo. In tanti pensano sia una donna forte che può fare molto, basta che non apra bocca…E’ un prospetto del partito repubblicano che può aspirare alla successione di McCain?

 

Non penso che la Palin possa essere un avvicendamento ideale per il GOP. Ripeto: gli Usa sono un paese di centro-destra o di centro-sinistra, né di sinistra, né di destra, ma soprattutto ha una grossa pancia di centristi che possono oscillare dall’uno all’altro partito in base ai momenti ed alle proposte. In questo paese con posizioni estreme non si vince e non può prevalere la Palin che ha posizione estreme ad esempio sull’aborto, dove la maggioranza degli americani crede che la donna abbia il diritto di scegliere se avere o no un’aborto, in caso di stupro, violenza carnale, malattia grave della donna, grave malformazione del feto, cose escluse dalla Palin, la cui posizione è quella dell’obbligo a partorire. Questa posizione appartiene solo a frange estreme, anche nel suo partito, così come anche la posizione di non sedersi a trattare con alcun nemico, è assurda, fuori dalla tradizione americana, perché tutti i presidenti negoziano prima o poi con i dittatori; perfino Bush lo sta facendo con l’eterno leader della Corea del Nord Kim Jong-Il. Dunque la Palin ha dalla sua lo zoccolo duro del partito, ma non le basterà per la leadership, perché nel GOP ci sono ampie frange conservatrici nell’area economica ma tolleranti sul piano etico e morale. E’ capitato così con Huckabee che ha ottenuto solo il 12% alle primarie, esattamente corrispondente a quella stessa “ala destra” che ora sta conquistando la Palin.

 

D. Abbiamo visto Obama chiamare a sua fianco nomi come Hagel, Gates, McCain avere come primo sostenitore il democratico Lieberman. Alla luce anche delle elezioni per il Congresso e metà del Senato, dobbiamo attenderci amministrazioni bipartisan?

 

E’ una tradizione consolidata quella di avere, soprattutto nel partito repubblicano, qualche esponente dell’opposizione nell’amministrazione, ma non la chiamerei una tendenza bipartisan, perché ci vorrebbe molto di più qualche semplice presenza. Obama ha puntato sul concetto di stendere la mano “al di là del corridoio” (che materialmente separa democratici e repubblicani alla Camera ed al Senato) sin dall’inizio della campagna, anzi da un anno fa, quando ancora non si sapeva nulla della sua possibile candidatura e c’è da sperare che mantenga quanto promesso. E’ vero che si parla ancora di Gates al Pentagono ed anche di Paulson al Tesoro, sebbene egli abbia declinato e deciso di farsi da parte. Vedremo in futuro…Anche McCain ha impostato la sua campagna in termini di collaborazione con il partito d’opposizione, ma lo ha fatto solo quando è stato sicuro della sua nomination. E comunque per McCain sarà addirittura indispensabile tale collaborazione, se vorrà portare avanti il suo programma, dando per scontata la maggioranza democratica alla Camera ed al Senato.

 

D. Gli equilibri di Camera e Senato sono dunque definiti e tutti a vantaggio dei democratici…?

 

Sì, è sicuramente così. Bisognerà vedere unicamente se al Senato i democratici riusciranno a superare la soglia dei 60 senatori, la cosiddetta “supermaggioranza”, che impedisce il “filibustering”, la pre-tattica dei senatori per bloccare il voto di una legge.

 

D. In ultimo proviamo a guardare ai due candidati, oltre il tema dominante per cui saranno maggiormente giudicati ed esaminiamo anche le altre questioni. Alla luce di tutti gli argomenti, come saranno i primi cento giorni del nuovo presidente, partendo da Obama, per poi passare a McCain?

 

I primi “cento giorni” di Obama e McCain saranno abbastanza simili, nel senso che ciò che è necessario in questo momento, addirittura vitale, per dirla all’americana “Swink or Swim”, “Affonda o Nuota”, è lanciare un pacchetto di stimolo per l’economia che sia profondo e di lunga scadenza. Entrambi punterebbero immediatamente su un progetto per la ricerca di energia alternativa, partendo da investimenti infrastrutturali, simbiotici nei piani dell’uno e dell’altro. Tutto ciò perché il momento è tale, e la crisi così lunga, da rendere fondamentali e suscettibili di essere abbracciati da ambedue i candidati, gli interventi sulle infrastrutture, che sono di solito lunghi ed hanno poco effetto su crisi brevi e non vengono favorite come forme di stimolo. Obama cercherà di investire sulle energie alternative, poi cercherà di favorire le proroghe dei sussidi di disoccupazione, poi applicare il taglio delle tasse per le classi medio-basse, sarà invece più difficile al momento elevare le tasse agli alti dirigenti ed infine, come detto, entrambi punteranno su energie alternative e risparmio energetico.

 

Anna Guaita, corrispondente per Il Messaggero da New York, E’ stata assistente di Lingua e Letteratura Italiana alla Rutgers University del New Jersey ed ha insegnato Italiano e Latino al Liceo Italiano di New York. Cura sulla versione on-line del quotidiano romano la rubrica “Quest’America”.


A cura di Angelo M. D'Addesio (realizzata il 26 ottobre).

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