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Diario


9 agosto 2011

Il paese ad indignazione zero

Ovunque l’ondata di indignazione esplode per i motivi più disparati. Nel Maghreb, ma anche in Medio Oriente, ovvero in Bahrein, Qatar, Siria l’indignazione per l’ottenimento dei diritti umani rasenta la guerra civile e c’è chi lì sta impegnando molto più di uno stipendio mensile, ma la sua stessa vita. Altrove l’indignazione si alza per eliminare le barricate: barricate sociali ed economiche, di redistribuzione di ricchezza, di moralizzazione della politica, di ricambio generazionale. I paesi si svegliano. Qualche tempo fa capitò alla Francia assaporare la rabbia delle banlieues, oggi tocca alla Spagna, alla Grecia, alla Gran Bretagna con un mix di motivazioni sociali e razziali. Ovunque c’è crisi, c’è un movimento di protesta, di risveglio. Perfino dove teoricamente si naviga nel benessere (il Cile, una crescita annua del 6% media da circa 5 anni, stabilità finanziaria e politica, grossi investimenti industriali e minerari), c’è chi chiede educazione migliore e per tutti ed al movimento degli studenti, si sono aggiunti lavoratori, indigeni…In Italia no. L’unico problema italiano di quest’estate è capire come salvare Borse e vacanze. Nelle prime la competenza è di pochi politici, agenzie di rating e finanzieri che giocano al risiko con i soldi altrui, della seconda sono competenti nonni o genitori che finanziano, salvo chi ha scelto Grecia o Egitto per avere mare e sole a prezzi modici. È sempre la solita storia: l’Italia non si muove, resta ferma. L’indignazione si frammenta miseramente in categoria o si politicizza in modo ipocrita, resta isolata e si perde nel pessimismo. Pochi giorni, cartelli colorati, gente radunata e poi via…Non conosciamo i veri blocchi alla francese, la costanza, la caparbietà di chi si ferma, quando ottiene e lo ottiene veramente. Si badi bene, indignazione non vuol dire violenza, ma presa di coscienza. Non ne abbiamo bisogno. Forse stiamo “troppo bene” o più semplicemente siamo un popolo apatico il cui motto “chi si accontenta, gode”, è diventato l’alibi per vivere tranquilli nella beata mediocrità.


8 maggio 2009

Vassallo:"Sull'immigrazione nessun risultato in Europa. La politica italiana provocherà una grave crisi"

 

D. Iniziamo dal caso del Pinar, ma in realtà anche di altri casi che potrebbero ripetersi in futuro con una certa frequenza dopo questo precedente. Al di là delle decisioni e politiche interne, non c’è una violazione netta delle convenzioni internazionali, soprattutto sul diritto nel mare?

 

Certamente, perché al di là della contesa sulla ripartizione delle zone di competenza per il salvataggio, esistono con una valenza gerarchica superiore, le norme di diritto internazionale che impongono a chiunque, mezzo militare o mezzo mercantile, sia nella prossimità di un’imbarcazione che sia affondata e dove ci siano vite umane in pericolo, di intervenire. Questo obbligo non può essere attenuato o escluso da questioni diplomatiche di ripartizione delle zone di competenza per il salvataggio che sono oggetto di accordi internazionali di rango inferiore rispetto a norme primarie come la Convenzione di Montego Bay. Questi obblighi di salvataggio e di conduzione in un “posto sicuro” ormai fanno parte non solo del diritto internazionale ma anche consuetudinario. Salvare vite umane a mare e condurle in un porto sicuro  è principio assodato ed intangibile e non si può limitare in base alle esigenze di contrasto dell’immigrazione clandestina. Purtroppo molti legislatori in Europa ed in Italia, in particolari su molti aspetti di diritto internazionale e di diritto interno, si stanno abituando all’idea che invece la vita in mare dei migranti “ clandestini” sia un valore relativo.

 

D. Non le chiedo di entrare nel merito di processi ancora in corso, come quello per il caso Cap Anamur o ai pescatori tunisini accusati di favoreggiamento all’immigrazione clandestina, ma che idea si è fatto sulla fattispecie di reato suindicata in una situazione di soccorso?

 

Esiste nel codice penale l’art. 54 che tratta dello “stato di necessità” che esclude la rilevanza penale di un fatto che altrimenti sarebbe riconducibile ad una chiara fattispecie di reato. Specificamente abbiamo poi nel diritto sull’immigrazione, l’art. 12 comma 2 del Testo Unico sull’immigrazione che afferma la non punibilità degli interventi di assistenza in favore di immigrati irregolari. La norma specifica “interventi nel territorio dello Stato”, ma è sicuramente territorio dello Stato, la zona di acque territoriali, ma anche la zona contigua che si estende a 12 miglia dalle acque territoriali ed oltre questa zona  le acque internazionali in cui la nostra Marina esercita un potere di imperio, tutte queste sono zone che rientrano nella competenza dell’intervento delle nostre navi militari. Nel caso di intervento di salvataggio di mercantili civili, anche in assenza di una  autorizzazione delle autorità amministrative nazionali,  è esonerato da responsabilità penali chi salva naufraghi e li conduce in un porto sicuro. Nel caso dei pescat che sulla base dei tracciati consegnati dalle autorità ai magistrati dimostrano come sia mancato un intento di agevolazione di ingresso clandestino. Nel caso dei pescatori tunisini l’avvicinamento a Lampedusa fu consentito dai mezzi italiani che fecero scorta fino al limite delle acque territoriali, dove poi arrivò il divieto di ingresso. Contraddizioni altrettanto evidenti sono emerse nel 2004 nel caso della nave Cap Anamur un caso complicato dalla estenuante  trattativa, protrattasi oltre due settimane, che riguardava tre governi, italiano, tedesco e maltese. A seguito di queste lunghe trattative e perfino dopo diverse interrogazioni parlamentari, con giornalisti a bordo della nave, la stessa approdò poi nel limite delle acque territoriali, non si può certo parlare per questo di agevolazione dell’ingresso di “clandestini”, perchà mai sbarco risultò essere meno clandestino di quello dei naufraghi salvati dalla Cap Anamur. Su questo ci sono anche testimonianze di giornalisti, fra questi Francesco Viviano di Repubblica che possono confermare l’assoluta mancanza di un intento di eludere la normativa italiana sull’immigrazione clandestina e confermare la volontà di salvataggio e l’intervento di carattere umanitario della Cap Anamur. Ci auguriamo che il 20 maggio quando ci sarà la sentenza, la magistratura sappia con equilibrio apprezzare tutte le testimonianze e fornire una valutazione che tenga conto della ricostruzione dei fatti che è emersa durante tutto il processo.

 

D. La normativa però sembra molto confusa, soprattutto laddove si parla di zone di salvataggio o di zone contigue che sembrano quasi un escamotage o un limbo dove gli stati possono rivalersi l’un l’altro nelle loro competenze…

 

In realtà la normativa internazionale è chiara, ciò che non è chiaro è come operino gli stati. Il problema non è la suddivisione geografica di zone con delle linee, ma il problema è dove vengono portate le persone che le unità navali soccorrono. In un momento in cui gli stati sono coalizzati per interventi di blocco dell’immigrazione clandestina, mettendo anche a rischio la salute e la vita dei migranti, in gran parte fuggitivi provenienti dalla Libia che approdano in Europa, il problema è che se c’è una pattuglia di Frontex con un mezzo spagnolo, un mezzo italiano, un mezzo greco, un mezzo maltese, a secondo di chi effettua il salvataggio, si definisce dove questa persona deve essere accolta, magari è un richiedente asilo, ma se si tratta di una pattuglia congiunta con equipaggio libico, il Regolamento Frontex non dice niente e l’Unione Europea non ha mai chiarito nulla ed invece dovrebbe farlo. Altra cosa è invece quando si verificano interventi di salvataggio al di fuori di Frontex, l’agenzia europea, perché in quel caso il conflitto fra stati viene regolato sulla base del diritto internazionale e delle norme di cui abbiamo parlato prima. In realtà nessun mezzo militare o mercantile può essere considerato un mezzo sicuro ed il salvataggio si completa soltanto con lo sbarco a terra e la regola dovrebbe essere che se interviene un mezzo italiano, questo dovrebbe poi portare le persone in Italia (come è capitato peraltro lo scorso anno), anche se l’intervento è avvenuto in acque libiche o maltesi. Io non penso che lo scorso anno, dei 33mila salvataggi operati dalla nostra Marina, la medesima non abbia violato nessuna legge, anzi, ha coniugato rigore ed umanità. Quest’anno invece un malinteso senso di rigore verso l’immigrazione clandestina ha fatto saltare tutte le regole d’ingaggio, ha riportato di fronte a Lampedusa i mezzi militari italiani impedendo loro di operare salvataggi più a sud, e questo per decisione del Ministero dell’interno che ha innescato una serie di incidenti diplomatici (già a marzo è stata respinta una motovedetta italiana a Malta, adesso il caso Pinar ed infine il caso della motovedetta maltese respinta a Lampedusa dove aveva diritto di entrare e sbarcare le persone, perché era il posto più sicuro e più vicino. Pertanto questa nuova scelta politica che imposto nuove regole di organizzazione delle azioni della Marina Militare avrà delle conseguenze sul piano delle vite che si perderanno a mare nei prossimi mesi. Spero di sbagliarmi, ma fino ad ora i fatti mi danno ragione.

 

D. Italia e Malta hanno ottenuto che sia rispettato il principio dell’equa distribuzione dell’immigrazione in sede Ue. Non pensa che realmente c’è stata questa mancanza di distribuzione e che l’Italia ad oggi è un paese con Malta, Cipro che sconta il prezzo più alto?

 

Sì questo è sicuro, però dobbiamo pensare che sulla distribuzione degli oneri soprattutto per quanto riguarda l’accoglienza dei richiedenti asilo perché gli altri per definizione vanno in espulsione e non sono suddivisibili, siamo ancora alle dichiarazioni di principio, non c’è nulla di certo, non c’è nessuna decisione operativa che preveda il passaggio di una quota di persone che arrivano a Malta o in Italia verso altri paesi europei, anche perché gli altri paesi europei, quando si affronta questo tema fanno notare, come nel caso della Germania, che lì arrivano profughi richiedenti asilo dalla Cecenia o da altri paesi dell’ex Urss sfaldata e che rispetto agli 80mila immigrati che ricevono in totale,ogni anno, paesi dell’Europa mediterranea, i paesi dell’Europa centrale e settentrionale ricevono centinaia di migliaia di immigrati provenienti da est in condizioni tragiche se non per il viaggio, ma per quello che lasciano alle spalle. E’ bene insomma che l’opinione pubblica sappia che questo discorso non è stato mai affrontato in modo conclusivo a livello comunitario, dunque risulta evasivo appellarsi all’Europa come fa tutti i giorni il governo italiano. Ad ogni vertice europeo c’è sempre un paese che tira fuori il problema del “burden sharing”, soprattutto tra gli stati comunitari del  Mediterraneo, ma tra questo e le decisioni operative ed i relativi finanziamenti per questa distribuzione di oneri ( e di persone) c’è realmente “il mare”.  Infatti non c’è nessun impegno da parte dell’Unione Europea di finanziare gli spostamenti di immigrati che dovessero arrivare nei prossimi mesi in Italia verso altri stati europei. Diverso è il discorso per Malta e Cipro perché la loro posizione geografica rende prioritarie le loro richieste di dislocazione rispetto all’Unione Europea e si sa già di programmi di finanziamento consistenti che si stanno rivolgendo verso questi due paesi per permettere il trasferimento da Malta e Cipro di immigrati verso altri paesi europei. Per l’Italia in questo campo non si prevede nulla di concreto.

 

D. Ultimamente l’Italia ha improntato la propria politica sull’immigrazione nel senso di una collaborazione, anche gravosa, ma ritenuta utile, con i paesi del Maghreb. Come valuta questa decisione?

 

Nessuno di questi accordi è vincolante per il futuro. Sono sempre punti di compromesso che hanno una validità di qualche mese, poi tutto dipende dai rapporti politici che sussistono fra diversi paesi e da come vengono gestiti questi rapporti. Ad esempio, nel caso della Tunisia, l’Italia aveva concordato il rimpatrio di un certo numero di tunisini giunti a Lampedusa nei mesi scorsi e quindi di un certo quantitativo a settimana. In realtà l’Italia avendo difficoltà ad identificare le persone appena sbarcate, ha rinviato in Tunisia, in prevalenza, persone che uscivano dal carcere, tossicodipendenti e sieropositivi. Questo ha alterato un po’ il quadro di riferimento creatosi quando a gennaio Maroni è andato a Tunisi per la firma dell’accordo e la Tunisia per ora, in segno di protesta, ha bloccato completamente i rimpatri verso questo paese, perché l’Italia in un certo senso ha sbagliato, inviando una tipologia di immigrati diversa da quella per la quale era stato stipulato l’accordo. In questi accordi bilaterali dovrebbero esserci delle clausole in questi accordi che prevedano la salvaguardia dei diritti della persona, come il diritto all’asilo, alla salute, anche di chi deve essere rimpatriato. Invece, come nel caso della Libia, l’Italia ha un accordo che non prevede alcuna garanzia concreta per il pieno rispetto dei diritti umani, con particolare riferimento ai soggetti più vulnerabili come donne, minori e richiedenti asilo. Dagli accordi ratificati a febbraio dal parlamento con voto bipartisan non era comunque prevista la riammissione in Libia di persone arrivate in Italia, o bloccate in acque internazionali ma soccorse da unità militari italiane

Si  prevedeva però il pattugliamento congiunto delle acque territoriali e quindi il respingimento verso la Libia di persone, subito dopo la loro partenza, persone che in gran parte sono richiedenti asilo, diretti verso l’Italia, i quali se respinti in Libia normalmente sono messe in detenzione ed esposte a violazioni che numerosi rapporti internazionali documentano fino allo scorso anno. Pertanto gli accordi per essere realmente efficaci, dovrebbero prevedere il rispetto dei diritti umani dei paesi confinanti, dovrebbero garantire l’esercizio effettivo del diritto di asilo o di protezione internazionale, e garantire controlli sulla corruzione delle forze di polizia nei paesi di transito.  Se tutto si limita ad un trasferimento di funzioni di polizia rispetto ai migranti di paesi terzi, anche la Libia che subisce una forte immigrazione dall’interno, non ha interesse a riprendersi tutti gli immigrati rispediti dall’Italia, salvo qualche operazione di pura facciata, ed infatti anche le recenti operazioni poste in essere dalla polizia libica e disponibili sui filmati in www.repubblica.it, raccolti da Francesco Viviano, sono perlopiù tentativi di giustificare gli ingenti contributi che la Libia incassa dall’Italia e dall’Europa per contrastare l’immigrazione clandestina..

Peggiora sempre di più la condizione dei migranti. La Libia continua far partire persone solo che sono costrette a viaggi più lunghi, ad attese più atroci nei lager e capannoni dove sono nascoste e stipate. Ciò ne condiziona anche la salute e veniamo che giungono persone con problemi sempre più frequenti di Tbc, di scabbia o come successo recentemente a Caltanissetta addirittura a meningite.

 

D. Che cosa va rivisto nella politica sull’immigrazione del Governo italiano, alla luce anche della situazione di chiara emergenza dei CIE al collasso e dell’esasperazione della gente di fronte a qualsiasi paventato tentativo di accoglienza?

 

La popolazione presto si accorgerà che questa mano dura porterà al disastro sociale, provocherà ancora maggiore insicurezza e criminalità, perché se il Governo pensa di poter fermare totalmente l’immigrazione regolare, per esempio abolendo le quota dei flussi annuali di ingresso e poi si rafforzano le misure di contrasto dell’immigrazione irregolare, che è poi l’unica politica attuata dal governo finora, in realtà si trasmette un messaggio rassicurante per i prossimi mesi e fino alle prossime elezioni all’opinione pubblica, ma si creano condizioni che, fra due, tre o quattro anni determineranno una bomba sociale ad orologeria. Tutto ciò perché quelle persone che non potranno entrare regolarmente o che perderanno il permesso di soggiorno e non potranno rinnovarlo perché non hanno più un contratto di lavoro, tutti coloro che nel tempo ottenevano la regolarizzazione e non la otterranno più, resteranno sul territorio clandestinamente e nessun paese al mondo può permettersi un numero di immigrati clandestini superiore a un quarto del numero di tutti gli immigrati. Perfino gli Usa hanno affrontato questo problema con sanatorie, più volte negli anni, e penso che anche l’Italia e questo Governo di fronte a questa bomba sociale sarà costretto ad adottare un provvedimento di parziale regolarizzazione, magari lontano da scadenze elettorali.

 

D. Si è parlato di aumentare il numero dei CIE e di estenderli in tutto il territorio italiano. Può essere una soluzione condivisa?

 

Il governo parla di un raddoppio di questi centri. Attualmente questi centri consentono di detenere circa 1000-1100 persone per 60 giorni. Noi abbiamo al momento 900mila immigrati che potrebbero potenzialmente finire in queste strutture per essere accompagnate in frontiera. Sappiamo che per la scarsa collaborazione dei paesi di provenienza, anche quelli che hanno stipulato accordi con l’Italia, appena il 40% di chi va in un Cpt viene poi accompagnato al paese di provenienza. Sappiamo ancora, e questo lo confermano anche i sindacati di polizia, che se una persona non viene identificata nei primi due mesi, difficilmente lo sarà, restando ad occupare quel posto altri quattro mesi. In realtà, se sarà prolungato il periodo di detenzione amministrativa ed ammesso che si inizino a costruire anche cento nuovi Cpt o CIE, l’effettiva capacità esplosiva dell’Italia verso i paesi di provenienza resterebbe esattamente la stessa o potrebbe per assurdo anche diminuire. Non si capisce che il punto di partenza è favorire forme di innesco della legalità e chiudere accordi con i paesi di transito o di provenienza che rispettino i diritti della persona e comunque trovare forme di cooperazione economica con questi paesi come ha fatto la Spagna in anni passati e sottolineo questo esempio perché tale modello ha raggiunto risultati tangibili in diminuzione dell’immigrazione clandestina, ma forme di ingresso nella legalità di persone che riuscivano ad essere regolarizzate, anche dopo il loro ingresso irregolare in Spagna. L’Italia sta invece seguendo la strada della criminalizzazione, ingolfando i CIE, poi si ingolferanno i tribunali, le carceri ed esploderà il sistema, perché il tempo di maturazione di questi problemi saranno molto più rapidi del tempo necessario a costruire 10 o 50 CIE per gli stranieri da espellere come va promettendo l’attuale governo in carica. Una promessa ( a nostro avviso una minaccia)che si ripete da un anno senza essere mantenuta.. E poi parlano di risultati concreti. L’unico risultato concreto finora è costituito dal raddoppio degli immigrati irregolari che sono arrivati in Sicilia nei primi quattro mesi del 2009, l’aumento dei morti e dei dispersi nel Canale di Sicilia, il peggioramento delle condizioni di salute dei migranti, la distruzione del sistema di accoglienza di Lampedusa, e da ultimo le pratiche disumane ed illegali di respingimento in alto mare verso i porti della Llibia.. Nessuna svolta storica, ma solo un cammino a ritroso sulla via della democrazia e dello stato di diritto. Altro che sicurezza e contrasto delle organizzazioni criminali che sfruttano l’immigrazione clandestina. Gli ultimi provvedimenti del governo, il proibizionismo delle migrazioni, faranno soltanto aumentare i profitti dei criminali.  

 

Angelo M. D'Addesio.

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