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Diario


13 agosto 2011

Meglio il fallimento

Sarebbe stato meglio il fallimento, il default, perché comunque questa manovra è la definitiva fucilazione dello stato sociale, delle garanzie e dei diritti, unicamente per difendere il dorato mondo finanziario, dell’alta politica, delle grandi imprese sovranazionali che, proprio per questo non pagheranno niente, sistemate come sono, in paradisi fiscali e con investimenti piccoli e differiti. E’ una manovra che non c’è, perché non c’è la previsione di ciò che accadrà. Cosa accadrà a tutti i dipendenti di quelle province (peraltro tutte rigorosamente non leghiste) che saranno abolite? E cosa succederà a quelle persone che pagano da sempre salatissime tasse e si ritrovano con un aumento a dover mettere alla porta migliaia di lavoratori? Cosa succederà negli enti locali dove saranno tagliati trasporti, servizi sociali, servizi sanitari, scuole, infrastrutture? Un governo che pensa a tagliare, possibilmente al di fuori della sua parte politica, per lasciarsi una speranza elettorale, ma non pensa alla crescita consegna il paese ad un decennio di crisi nella crisi. Idee obsolete (borgomastro per i comuni da accorpare al di sopra dei 1500 abitanti), privatizzazioni clientelari, nuovo afflusso di dipendenti. E allora perché non il fallimento, gli aiuti, la svalutazione e la chiusura di tutto quel parassitismo da alta finanza che ancora in Italia trova terreno fertile? Forse non è andata meglio all’Argentina che dopo il default iniziò una vera riforma politica, riprese ad esportare, tassò le rendite vere, ridusse le privatizzazioni clientelari? Gramellini sulla Stampa dice che la manovra non colpisce i ricchi, ma il ceto medio. Ma allora perché questo ceto medio (e quello basso) non era ieri a Piazza Montecitorio, invece di fare la spesa per l’arrosto di ferragosto in qualche centro commerciale o perdersi in qualche sagra o lungomare estivo oppure a dannarsi a scrivere minchiate su facebook e twitter? Perché l’Italia è un paese drogato, quasi contento della manovra e della sua impossibilità, un po’ perché spera comunque che non gli tocchi, un po’ perché è convinto di poterla evadere, come sempre…E la storia continua.

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28 ottobre 2008

Usa '08: intervista ad Anna Guaita (Il Messaggero)

D. L’ultima critica ad Obama è quella di essere “socialista”, non nel senso sovietico, ma come quello che tasserà la middle-class, i dirigenti, le holding al fine dell’assistenzialismo occupazionale, sanitario…E’ solo un’idea, un’ipotesi.

 

A.G. Nelle elezioni presidenziali bisogna partire da un presupposto: gli Usa sono un paese di centro-destra. Non è possibile per un presidente oggi spostare a sinistra il paese. Basti guardare alla presidenza Clinton che sul fronte fiscale è stata alla fine più conservatrice, nel senso proprio del termine, che non l’attuale amministrazione repubblicana di Bush,. Qualsiasi candidato che entra alla Casa Bianca, tende sempre a moderare la sua posizione e non accadrà ciò che è successo con Bush, giunto come moderato e poi rivelatosi ideologicamente più schierato, sebbene in questo caso l’elemento dirompente dell’11 settembre sia stato decisivo; tuttavia il primo Bush non era affatto così. Obama è da guardare più come una riproduzione della presidenza Clinton, con il senno del poi, perché sappiamo bene che Rubin, il suo ministro del Tesoro, è stato l’iniziatore di una politica finanziaria che, lasciata a sé stessa è degenerata. Obama “socialista”? Nemmeno per idea! Cercherà di far passare, quello che i conservatori definiscono aumento delle tasse come ciò che è realmente, ovvero l’abolizione del taglio delle tasse deciso da Bush e questo non è affatto un pensiero astruso. Il paese sta andando a fondo e da qualche parte Obama dovrà trovare soldi per mandare avanti la macchina dello stato e non di certo per la redistribuzione dei redditi, come lo accusa McCain. E’ una questione dettata dalla realtà. Penso che alcuni progetti di Obama (allargamento dell’assistenza sanitaria, abolizione del taglio delle tasse, ricerca sulle energie alternative), saranno portati avanti, ma se questo è socialismo…allora l’Europa è maoista!

 

D. Quanto all’effetto Bradley. E’ un esempio calzante anche per Obama, ovvero la paura di votare l’uomo di colore dopo averlo dichiarato come successe per il Major di Los Angeles, soprattutto nel Sud dove ci sono molti dubbi?

 

A.G. Al Sud al di là dei dubbi, si può parlare di una chiara tendenza di diffidenza verso i candidati di colore o le minoranze. Quanto all’effetto Bradley, bisogna storicizzarlo. Sono passati ormai decenni da quell’evento (1982) e da allora tanti uomini di colore sono stati eletti o scelti anche fra le alte cariche dello Stato, ad esempio Colin Powell e Condoleeza Rice per citare i più noti. La paura dell’afro-americano nella stanza dei bottoni è molto diminuita e poi in effetti il caso “Bradley” non si potrebbe adattare ad una campagna come questa dove ci sono due candidati validi. Perché qualcuno dovrebbe aver paura di dire di votare per McCain, un repubblicano, eroe di guerra, un uomo di alto livello, rispettato…In fondo l’”Effetto Bradley” fu proprio questo: la paura di dire di voler votare per Deukmeijan, sfidante di Bradley nel governatorato della California, che era palesemente meno preparato. In questa campagna elettorale non c’è tale rischio, quindi chi teme l’afro-americano Obama dichiarerà chiaramente l’appoggio a McCain. Poi, magari, in sede di voto, ci saranno persone che avevano dichiarato di votare Obama per convinzione e si tireranno indietro ma non sarà per una questione di “colore”.

 

D. McCain punta molto sugli aiuti diretti ai mutui, sul taglio delle tasse, sull’attenzione ai pensionati, oltre al cavallo di battaglia della difesa. Eppure è in forte svantaggio. Oggi, a sette giorni dalle elezioni quali carte può ancora giocare McCain?

 

A.G. I suoi punti di forza sono molto diminuiti dalla scelta di Sarah Palin. All’inizio nella prima settimana c’è stato un exploit di stupore, in cui questa scelta gli ha permesso per la prima ed unica volta di scavalcare Obama, nella settimana dopo la Convention di St-Paul. Ora invece la presenza di questa donna al fianco di un uomo che si voleva presentare come “maverick”, un battitore libero che voleva volare alto, indipendente dal partito, capace di un approccio verso la res publica più che verso il partito, non si è adattata a Sarah Palin, perché alla lunga è venuta fuori la sua totale impreparazione. Nelle interviste è stata imbarazzante, ha fatto tante gaffes (sebbene se le gaffes in sé, si perdonino, perché in fondo le fanno tutti in campagna elettorale, soprattutto chi non è stato sotto le telecamere da sempre), ma il vero problema è stata la sua incapacità in questioni banali, come quando ha dichiarato di poter insidiare la Russia perché dall’Alaska si vede il confine della Russia. Dopo questa scelta i punti di forza di McCain sono scemati. Un uomo di forza, di lunga esperienza politica, un uomo sul cui giudizio e capacità di scelta si può avere fiducia, saggiato da dispiaceri, prigionia, carriera politica, di vedute larghe e di polso ferme sceglie una vice e fa già una pessima scelta. Cosa resta? La difesa dei grandi valori repubblicani, del diritto alla vita, dei valori etici (no all’aborto, ai matrimoni gay) ed i valori economici tipici repubblicani ovvero poche tasse, scarso interventismo e polso fermo in politica estera. Basterà? Oggi magari con la nuova avvisaglia di crisi in Siria sì, ma per il resto è tutto troppo poco.

 

D. C’è chi dice che la Palin è una donna del popolo, vicina al popolo. In tanti pensano sia una donna forte che può fare molto, basta che non apra bocca…E’ un prospetto del partito repubblicano che può aspirare alla successione di McCain?

 

Non penso che la Palin possa essere un avvicendamento ideale per il GOP. Ripeto: gli Usa sono un paese di centro-destra o di centro-sinistra, né di sinistra, né di destra, ma soprattutto ha una grossa pancia di centristi che possono oscillare dall’uno all’altro partito in base ai momenti ed alle proposte. In questo paese con posizioni estreme non si vince e non può prevalere la Palin che ha posizione estreme ad esempio sull’aborto, dove la maggioranza degli americani crede che la donna abbia il diritto di scegliere se avere o no un’aborto, in caso di stupro, violenza carnale, malattia grave della donna, grave malformazione del feto, cose escluse dalla Palin, la cui posizione è quella dell’obbligo a partorire. Questa posizione appartiene solo a frange estreme, anche nel suo partito, così come anche la posizione di non sedersi a trattare con alcun nemico, è assurda, fuori dalla tradizione americana, perché tutti i presidenti negoziano prima o poi con i dittatori; perfino Bush lo sta facendo con l’eterno leader della Corea del Nord Kim Jong-Il. Dunque la Palin ha dalla sua lo zoccolo duro del partito, ma non le basterà per la leadership, perché nel GOP ci sono ampie frange conservatrici nell’area economica ma tolleranti sul piano etico e morale. E’ capitato così con Huckabee che ha ottenuto solo il 12% alle primarie, esattamente corrispondente a quella stessa “ala destra” che ora sta conquistando la Palin.

 

D. Abbiamo visto Obama chiamare a sua fianco nomi come Hagel, Gates, McCain avere come primo sostenitore il democratico Lieberman. Alla luce anche delle elezioni per il Congresso e metà del Senato, dobbiamo attenderci amministrazioni bipartisan?

 

E’ una tradizione consolidata quella di avere, soprattutto nel partito repubblicano, qualche esponente dell’opposizione nell’amministrazione, ma non la chiamerei una tendenza bipartisan, perché ci vorrebbe molto di più qualche semplice presenza. Obama ha puntato sul concetto di stendere la mano “al di là del corridoio” (che materialmente separa democratici e repubblicani alla Camera ed al Senato) sin dall’inizio della campagna, anzi da un anno fa, quando ancora non si sapeva nulla della sua possibile candidatura e c’è da sperare che mantenga quanto promesso. E’ vero che si parla ancora di Gates al Pentagono ed anche di Paulson al Tesoro, sebbene egli abbia declinato e deciso di farsi da parte. Vedremo in futuro…Anche McCain ha impostato la sua campagna in termini di collaborazione con il partito d’opposizione, ma lo ha fatto solo quando è stato sicuro della sua nomination. E comunque per McCain sarà addirittura indispensabile tale collaborazione, se vorrà portare avanti il suo programma, dando per scontata la maggioranza democratica alla Camera ed al Senato.

 

D. Gli equilibri di Camera e Senato sono dunque definiti e tutti a vantaggio dei democratici…?

 

Sì, è sicuramente così. Bisognerà vedere unicamente se al Senato i democratici riusciranno a superare la soglia dei 60 senatori, la cosiddetta “supermaggioranza”, che impedisce il “filibustering”, la pre-tattica dei senatori per bloccare il voto di una legge.

 

D. In ultimo proviamo a guardare ai due candidati, oltre il tema dominante per cui saranno maggiormente giudicati ed esaminiamo anche le altre questioni. Alla luce di tutti gli argomenti, come saranno i primi cento giorni del nuovo presidente, partendo da Obama, per poi passare a McCain?

 

I primi “cento giorni” di Obama e McCain saranno abbastanza simili, nel senso che ciò che è necessario in questo momento, addirittura vitale, per dirla all’americana “Swink or Swim”, “Affonda o Nuota”, è lanciare un pacchetto di stimolo per l’economia che sia profondo e di lunga scadenza. Entrambi punterebbero immediatamente su un progetto per la ricerca di energia alternativa, partendo da investimenti infrastrutturali, simbiotici nei piani dell’uno e dell’altro. Tutto ciò perché il momento è tale, e la crisi così lunga, da rendere fondamentali e suscettibili di essere abbracciati da ambedue i candidati, gli interventi sulle infrastrutture, che sono di solito lunghi ed hanno poco effetto su crisi brevi e non vengono favorite come forme di stimolo. Obama cercherà di investire sulle energie alternative, poi cercherà di favorire le proroghe dei sussidi di disoccupazione, poi applicare il taglio delle tasse per le classi medio-basse, sarà invece più difficile al momento elevare le tasse agli alti dirigenti ed infine, come detto, entrambi punteranno su energie alternative e risparmio energetico.

 

Anna Guaita, corrispondente per Il Messaggero da New York, E’ stata assistente di Lingua e Letteratura Italiana alla Rutgers University del New Jersey ed ha insegnato Italiano e Latino al Liceo Italiano di New York. Cura sulla versione on-line del quotidiano romano la rubrica “Quest’America”.


A cura di Angelo M. D'Addesio (realizzata il 26 ottobre).


27 ottobre 2008

Usa ’08: intervista a Marco Bardazzi

 

D. La notizia di questi giorni è l’endorsement di Colin Powell a Barack Obama.  Fa così stupore questo appoggio se si considera che Powell in fondo è sempre stato una “colomba”, a volte molto distante dalla linea tipicamente repubblicana di Bush e Rumsfeld?

 

M.B. In effetti non sono così convinto che si tratti di una stupefacente novità che cambi il corso delle elezioni e sono altrettanto convinto del fatto che non sposterà così tanti voti. Che Colin Powell fosse orientato ad appoggiare Obama lo si sapeva da agosto e c’erano voci che comparisse addirittura alla convention democratica, poi smentite; di certo non aveva alcuna intenzione di supportare McCain, con cui non è mai stato in ottimi rapporti. Anzi la vera sorpresa è stata vederlo schierarsi così tardi e c’è infatti chi lo ha accusato di aver aspettato che la campagna elettorale si spostasse a favore di Obama per fare questo passo. Un punto decisivo però lo mette a segno questo intervento, perché toglie definitivamente su Obama qualunque dubbio sull’inesperienza in politica internazionale, sempre rinfacciatagli dai repubblicani. Quando un segretario di stato, generale e diplomatico come Powell scende in campo apertamente dando fiducia  alla figura di Obama come presidente, è difficile smentirlo.

 

D. Obama adesso ha ricevuto il consenso di 55 quotidiani, fra cui il Ny Times, il La Times, il Washington Post, grandi nomi iniziano ad uscire allo scoperto. Non rischia adesso di sembrare più vicino al “palazzo” e meno alla gente che è stata la sua arma vincente e che in modo diverso è anche la nota positiva, magari un po’ più populista, della Palin?

 

M.B. Senza dubbio. Queste sono le elezioni presidenziali più interessanti e più divertenti. Ho visto anche le precedenti e non ricordo nessun endorsement di quotidiani influenti che abbia fatto la differenza. Anzi questi appoggi danno ulteriori armi a McCain per poter dire che Obama è il candidato prediletto dai media e non così vicino alla gente ed a tutto questo si aggiunge anche la ricerca dell’appoggio del popolo, su cui gioca lo stesso McCain, personificata in questi giorni dalla figura di “Joe the Plumber”. Il messaggio repubblicano è quello di un Obama distante dalla gente, che vuole tartassare la piccola e media impresa. Gli appoggi di media e giornali non danno un vantaggio reale durante la campagna, sebbene quando tendano a spostarsi tutti o in molti verso una direzione, vuol dire che stanno scegliendo, pesando l’umore della gente sempre più con Obama e sempre meno con McCain.

 

D. Nella logica della scelta dei vice, Sarah Palin è stata prima una sorpresa e poi un boomerang per McCain. Questa scelta può aver influito in modo negativo più di quella di Obama verso Biden che è stato assolutamente assente in questa campagna elettorale?

 

M.B. Non sono d’accordo che Sarah Palin sia stata un boomerang per McCain. Sarah Palin è un politico che avrebbe avuto bisogno di alcuni anni di esperienza, prima di giungere a questo ruolo sulla scena nazionale. E’ stata senza dubbio protagonista di alcune gaffes, di alcuni passaggi incerti all’inizio della sua candidatura, ma negli ultimi giorni della campagna elettorale si è dimostrata un candidato più solido, anche se forse ormai troppo tardi. Penso che senza la Palin, McCain sarebbe stato molto più indietro di quanto non lo sia oggi, perché la governatrice dell’Alaska ha provocato una scossa nella base dell’elettorato repubblicano, quella base che è sempre stata il punto forte di Obama. Nessuno aveva voglia di andare in giro a distribuire slogan e volantini per McCain, non c’era entusiasmo attorno a questo candidato. Sarah Palin ha fatto sì che questo entusiasmo si alimentasse, fra gli evangelici, fra le organizzazioni di volontariato e per un candidato che non ha avuto una macchina organizzativa enorme e ben collaudata come quella di Obama, è stata una mossa utile per McCain molto più di quanto lo sia stato Biden per Obama.

 

D. Nonostante il grande vantaggio di Obama, McCain ed i repubblicani restano sempre sugli scudi quando si parla di difesa, di sicurezza, di politica estera e quindi delle crisi con l’Iran, con la Russia. In fondo se si guarda all’influenza di Bush, il divario di 6 punti non sembra essere poi così pesante…

 

M.B. McCain ha preso le distanze, per quanto ha potuto, da Bush soprattutto sull’economia che è il tema che ha segnato la svolta di questa campagna in settembre (quest’anno non c’è stata la sorpresa di ottobre, ma la sorpresa di settembre), con il crollo di Wall Street. Sui temi come l’Iraq e gli scenari internazionali, McCain ha cercato di presentarsi per quello che lui è e per il profilo che ha; su tante cose non è in totale disaccordo con Bush, come d’altronde non lo è neppure Obama. Il vero problema è che in questa campagna elettorale, la politica estera non interessa agli americani, cui invece importa il crollo dei mutui, il calo dei posti di lavoro ed infatti tutti stanno andando alle urne con questa situazione in mente e non di certo pensando a quello che succede in Iraq, piuttosto che in Pakistan o altrove.

 

D. Abbiamo anticipato il tema dell’economia. Gli scenari dei politologi parlano di Obama paladino della classe media e di McCain uomo forte delle imprese, delle holding del petrolio e del nucleare. In questo momento chi teme di più il crollo totale, la società rappresentata da banche, assicurazioni, industrie o l’americano medio, alla luce anche di una presunta crisi che si ripercuoterà perfino sulle carte di credito?

 

M.B. C’è una situazione molto particolare che non è mai avvenuta durante le elezioni presidenziali. In questo momento hanno paura sia le grandi corporations americane, che normalmente sono vicine ai repubblicani, perché sono state travolte dalla crisi finanziaria e necessitano dell’aiuto del governo, che in un altro momento non avrebbero chiesto. Le banche ad esempio hanno bisogno di continue iniezioni di liquidità. Le piccole e medie imprese hanno paura, perché vedono restringere i rubinetti del credito e quindi devono ridurre il personale ed i posti di lavoro, rivedere i progetti in una prospettiva di forte crisi economica e di disfacimento. Di fronte a questo McCain perde uno dei vantaggi che i repubblicani hanno sempre avuto, ovvero la rassicurazione di parte degli elettori di alto reddito che temono l’aumento delle tasse, che i democratici portano con sé, o le stesse corporations, perché proprio questi ultimi credono che ci sia bisogno di un governo forte e quindi non disdegnano il cambiamento ed anche il vantaggio di Obama. La grande battaglia si gioca soprattutto sulla classe media, e questo, McCain lo ha capito troppo tardi ed ha cominciato a cavalcare il tasto in maniera populista con immagini perfette come quella dell’idraulico dell’Ohio.

 

D. In questo disastro economico, è difficile ora poter parlare di riforma dell’assistenza sanitaria, della scuola e dell’istruzione, aiuti ed incentivi alle imprese per motivi occupazionali…I candidati stanno rilanciando, ma come faranno al momento in cui bisognerà amministrare senza spendere?

 

M.B. E’ il grosso dubbio del momento sul quale tutti gli economisti si sono divisi. E’ chiaro che il 20 gennaio chiunque entri alla Casa Bianca, si troverà nella situazione di dover ridimensionare di molto i programmi e le promesse elettorali fatte in questi giorni. Le casse del Tesoro americano sono esauste, la guerra è costato ormai quasi un migliaio di miliardi di dollari, le riserve sono sempre più basse e si è dovuto tirare fuori una somma pari a 700 miliardi per il programma di salvataggio di Wall Street. Ci sono sempre meno soldi per quello che soprattutto Obama vorrebbe fare e quindi per tentare quell’intervento di ampio respiro sulla sanità, sull’occupazione e sull’incisività dello stato sociale, che da sempre è uno dei cavalli di battaglia della sua campagna. Come potrà fare conciliare tutto ciò con un’America sempre più a corto di crediti e di fondi sarà un test dei primi cento giorni della sua presidenza.

 

D. E’ iniziata la ridda di nomi per le possibili amministrazioni dei due candidati. Per Obama si parla di nomi come Hagel, come l’attuale segretario alla difesa Robert Gates, mentre McCain punterebbe su Liebermann e Zoellick. Dobbiamo abituarci a questa inedita commistione fra partiti per il comune scopo di superare la crisi oppure dopo le elezioni, i partiti torneranno sulle loro posizioni abituali?

 

M.B. La promessa dell’apertura all’avversario è sempre molto forte nella campagna presidenziale americana, come lo è nelle campagne elettorali di tutto il mondo. E’ una promessa che è stata fatta anche da Bush durante la corsa per il mandato di quattro anni fa ed è stata un promessa non mantenuta. I candidati di oggi sono entrambi candidati con un profilo bipartisan ed è vero per McCain che è sempre stato una spina nel fianco del suo partito ed è vero per Obama che riesce a raccogliere repubblicani insoddisfatti e Powell è uno di questi, così come anche Chuck Hagel. Per la prima volta potremmo vedere la sorpresa di esponenti del partito avversario in posizioni importanti nelle file dell’amministrazione democratica o di quella repubblicana.

 

D. A pochi giorni dal fatidico 4 novembre, mentre si sta già votando, se si dovesse indicare un punto forte ed un punto debole per ciascuno dei candidati, cosa si potrebbe dire?

 

M.B. Il punto forte di Obama è quello di aver creato intorno a sé un entusiasmo ed una macchina organizzativa che quasi sicuramente lo porteranno alla Casa Bianca. Essere riuscito a dare uno slancio agli americani in un periodo di generale pessimismo del paese sul futuro dell’idea stessa di America. Il punto debole di Obama è legato al fatto che resta in buona parte un candidato sconosciuto o quantomeno un’incognita. Io personalmente sono convinto che se al posto di Obama ci fosse stata Hillary Clinton, in questo momento e con tutto ciò che si è verificato, il suo vantaggio su McCain sarebbe stato di almeno 20 punti. Il fatto che Obama non abbia ancora chiuso la partita è insomma il suo vero punto debole ed è connesso ai tanti dubbi che gli americani hanno su di lui. Il punto forte di McCain di contro è l’essere arrivato fin qui battendosi praticamente contro due avversari: Obama e Bush. Ha fatto una doppia sfida elettorale perché essere il candidato repubblicano sulla scia del presidente meno popolare della storia, con una situazione pesante creatasi nell’ultimo mese è sicuramente difficilissimo. Il suo punto debole sta nel non essere riuscito a trovare un messaggio coerente, dopo averne cambiati tanti nel giro di queste settimana e la chiarezza e la coerenza sono un valore fondamentale in una campagna elettorale.

 

D. E sempre a pochi giorni, con distacchi abbastanza definiti e concordi, possono ancora avere un ruolo decisivo come negli altri anni, stati come la Florida, l’Ohio, il Colorado, la North Carolina per un eventuale rush finale?

 

M.B. Se dobbiamo credere ai sondaggi gli stati nominati non sono più in sospeso, ma Obama avrebbe addirittura dei vantaggi incolmabili in luoghi in cui sarebbe stato impensabile vincere, come la Florida e la Virginia, entrambe orientate a suo favore, così come anche l’Ohio, senza il quale nessun repubblicano si è mai insediato alla Casa Bianca. Il “se” è d’obbligo innanzitutto perché i sondaggi non tengono conto della popolarità del fenomeno Obama, la novità legata poeticamente alla sua figura ancora sconosciuta e non legata al passato nazionale, ma anche al suo essere afro-americano e non sappiamo se ciò potrà essere un fattore determinante al momento del voto. Insomma i sondaggisti non possono dirci quello che potrà succedere realmente sul campo. Obama porterà al voto un’enorme massa di giovani e di minoranze che altrimenti non avrebbero votato e sono fasce sociali che i sondaggisti leggono male, perché i sondaggi vengono fatti a campione sulla base della linea telefonica fissa, ma i giovani comunicano tutti con cellulari e con internet. Se dobbiamo, considerare tutti dubbi del caso, che i sondaggi siano veri, gli stati incerti sono pochissimi e la notte elettorale potrebbe essere molto breve e chiudersi prima ancora che chiudano i seggi nel Midwest.


Marco Bardazzi è corrispondente per l’Ansa da Washington dal 2000. Negli Usa si è occupato tra l’altro di tre campagne elettorali per la Casa Bianca, dell’11 settembre 2001 e delle guerre in Afghanistan e in Iraq, seguendo quest’ultima dallo
US Central Command (CentCom) a Doha, in Qatar. Nel febbraio 2007 ha realizzato un ampio reportage multimediale nella base di Guantanamo Bay. Il suo ultimo lavoro è “l’America che non ti hanno mai detto” edito da Società Editrice Fiorentina.

    


13 ottobre 2008

Usa '08: intervista a Gianna Pontecorboli

 

D. Partiamo dall’ultimo confronto a Nashville. Come è accaduto ad Oxford si è detto:”Obama ha vinto, ma non ha sferrato il colpo finale”. C’è chi dice che in questo momento di crisi economica gli americani stanno scegliendo il male minore ovvero sceglieranno Obama solo in quanto democratico e quindi teoricamente più competente in chiave economica…E’vero questo ridimensionamento?

 

P. McCain ha sempre ammesso di non intendersi molto di economia e si è sempre trincerato dietro la ricetta classica dei repubblicani, ovvero sgravi fiscali e scarso intervento del governo ed anche adesso si è mosso ugualmente, promuovendo gli aiuti per supportare i mutui non coperti delle banche, ma facendolo in maniera molto superficiale.  Gli americani a tutto ciò hanno reagito e qualcuno lo ha accusato di voler soltanto aiutare le banche.  Durante il dibattito Obama è stato molto più preciso, anche se non ha convinto del tutto. Anche lui è rimasto necessariamente nel superficiale, ha ripetuto ricette già espresse altre volte, ha detto più volte i medesimi concetti.

 

D. Ancora sulla crisi finanziaria. E’ stato votato il piano Paulson di salvataggio da 700 miliardi di dollari, appoggiato da entrambi i candidati, che è molto pesante ed impopolare. Come incide questa “impopolarità” delle recenti decisioni sui due candidati e soprattutto in cosa si differenziano i due a questo punto su tali temi?

 

P. La differenza nei loro piani economici in concreto è soprattutto a livello fiscale. Ma per quanto riguarda il salvataggio sono stati tutti e due a favore. E’ vero che il piano di salvataggio da 700 miliardi di dollari è stata una mossa molto impopolare, ma poi la gente si è resa conto che tale passo era necessario, altrimenti il sistema finanziario sarebbe crollato totalmente, anche se per la verità è crollato ugualmente. Tuttavia la gente in America ha metabolizzato abbastanza il piano; ora ciò che si aspettano dal futuro presidente  e le ragioni per cui faranno la loro scelta è la capacità e la volontà che avrà nell’aiutare la singola famiglia, l’”americano medio” ed Obama ha promesso di farlo in maniera più sensibile, promettendo da sempre di non premiare il grande capitale, di non premiare le banche e le società di assicurazioni che hanno preso dei rischi eccessivi ed hanno contribuito al tracollo che si sta verificando. 

 

D. Entrambi i candidati si sono proposti come candidati del cambiamento, soprattutto Obama, il cui slogan “Change” è stato il leit-motiv della campagna elettorale. C’è stato un passo indietro nelle dichiarazioni di riforma sanitaria, scolastica sociale oppure i candidati hanno rilanciato?

 

P. Non si sono affatto tirati indietro, anche perché i programmi di entrambi erano abbastanza cauti con differenza molto sostanziali, perché McCain, ad esempio, nel settore dell’assistenza sanitaria, promuove il canonico sgravio fiscale mentre Obama cerca di portare l’assistenza medica ad un livello di obbligatorietà per tutti, ovvero non proprio la nazionalizzazione ma un sistema che somigli sempre di più agli standards di mutualità canadese ed europeo. Ci sono dunque grosse differenze in questo senso ma nessuno dei due ha fatto grandi rilanci sui piani iniziali, anche perché necessariamente entrambi i progetti sono molto costosi ed in una fase di recessione, sarà molto difficile trovare soldi in bilancio per mandarli avanti ed al tempo stesso trovare la volontà politica nel Congresso di attivarsi in questo modo.

 

D. Ultima riflessione sul piano economico. E’ di questi giorni la proposta di intervenire anche per salvare le imprese automobilistiche ed elettriche. Si passa dalla finanza all’operaio o impiegato. In che modo il destino delle holding bancarie può risultare legato a quello della grande fabbrica?

 

P. Le due vicende vanno esaminate contemporaneamente e da questo punto di vista non ci sono molte differenze fra i due candidati, perché dare liquidità alle imprese automobilistiche o altre grandi aziende, significa salvare la forza lavoro, non costringere le medesime a fare dei licenziamentidi massa che sarebbero devastanti. E’ una strada abbastanza comune, come lo è stata quella utilizzata per salvare le banche ed i capitali delle banche e dei soggetti finanziari. Forse l’unica differenza è nel fatto che Obama, qualora fosse eletto, probabilmente imporrà al capitale delle garanzie, ovvero si batterà per una regolamentazione piu’ stringente e per un limite agli stipendi degli alti funzionari e dei dirigenti e su questo McCain è stato molto più prudente.   

 

D. Anche dopo Nashville al pari di Oxford, i sondaggi hanno rivelato che McCain e quindi i repubblicani continuano a convincere, nonostante l’ombra di Bush, su temi quali l’Iraq, l’Afghanistan, la Russia. Come spiega questa “egemonia” repubblicana nel settore esteri ed in quello della difesa?

 

P. Il motivo è nel fatto che i repubblicani hanno sempre privilegiato, nei loro temi centrali, quello della sicurezza e Bush, seppure con i suoi tanti limiti, è riuscito a farla diventare un argomento prioritario. Gli americani sono abituati a considerare la sicurezza come uno dei problemi principali di cui il futuro presidente dovrà occuparsi. Effettivamente i repubblicani hanno sempre finanziato volentieri il Pentagono, hanno sempre privilegiato una linea dura, per esempio nei confronti dell’Iran, hanno in un gran parte appoggiato la guerra in Iraq portata avanti dal presidente Bush . In questo modo hanno fatto della necessita’ di sicurezza dell’America  una priorità. Anche Obama non si e’ sottratto, ma ha parlato anche di dialogo, di diplomazia, perfino con l’Iran.  Tutto ciò ha il suo peso in un’America di provincia che considera la soluzione di Obama come la più rischiosa.

 

D. Negli esteri ci sono due nodi importanti da sciogliere e quindi due crisi da sbrogliare. Da un lato l’Iran, dall’altro la Russia. Trattare o non trattare. Qual è l’orientamento della gente, alla luce delle diverse vedute dei due candidati?

 

P. Credo che ci sia una certa stanchezza nei confronti della politica unilateralista di Bush. Gli americani oggi hanno voglia di partner con cui parlare, come li hanno avuti in passato anche presidenti repubblicani che comunque riuscivano a proporre forme di dialogo. Esiste un’esasperazione verso la politica “imperiale” che hanno adottato gli Usa in questi otto anni.

 

D. Possiamo essere pronti ad immaginare la futura America, soprattutto quella di Obama, sempre meno presente nelle vicende e nei conflitti internazionali e quindi neppure così convinta del partenariato con gli altri continenti e quindi anche con l’Unione Europea, ma più attenta alle sue vicende interne?

 

P. Il tema del partenariato con l’Europa è stato trattato pochissimo se non per nulla dai due candidati. D’altra parte la distanza fra l’America e l’Europa non è una novità e non è imputabile solo a Bush. Era già vero venti anni fa, adesso le cose sono soltanto peggiorate. C’e’ sicuramente un’America che ha teso e tenderà a guardare sempre più sé stessa e per cui l’Europa e il resto del mondo hanno un’omportanza marginale.

 

D. Restano comunque due gravi crisi da risolvere: quella in Georgia con la Russia e quella in Iraq ed Afghanistan. Cosa si prospetta nel breve periodo?

 

P. Dipende da molte cose. L’atteggiamento di Obama e di McCain e’ sicuramente diverso in questo campo. McCain farebbe la voce più dura nei confronti di Putin, più di quando non la farebbe Obama. Tuttavia la vera differenza si vedrà nei rapporti in seno al Consiglio di Sicurezza dell’Onu. L’impressione è che gli Usa non vogliano rinunciare al dialogo con la Russia, anche se ci potranno essere ancora molte tensioni. Un caso emblematico delle variabili che possono influire su tale rapporto è dato dal ricorso della Serbia alla Corte di Giustizia Internazionale dell’Aia, per la decisione di autonomia del Kosovo che la Serbia, con l’appoggio della Russia, considera secessione. Il giudizio della Corte avrà il suo peso, anche sui comportamenti della Russia stessa e della Georgia, sull’aspetto delle secessioni territoriali. Ci vorrà tempo ma si giungerà ad un dialogo fra le due potenze. Quanto all’Iraq, molto anche in questo caso dipende da chi sarà il presidente, sebbene sia che vinca l’uno o l’altro, il ritiro dall’Iraq ci sarà. Il nodo dell’Afghanistan è invece più cruciale e distintivo perché Obama ha puntato molto su questo tema rispetto a McCain. Obama ha sempre detto che la radice della lotta e della vittoria sul terrorismo è in Afghanistan. Gli ultimi rapporti sulla sicurezza nel paese sono molto allarmanti. Obama rimarrà molto dialogante ma al tempo stesso insisterà per aumentare le forze della Nato e coinvolgere sempre più paesi, più di quando non ha fatto Bush, per stabilizzare l’Afghanistan e risolvere una questione che ha definito basilare per la sicurezza mondiale.

 

D. Ad un mese dalle elezioni, in che modo sta influendo la diversità di vedute dei due candidati sulla questione energetica?

 

P. I candidati ne hanno parlato molto, hanno posizioni differenti, perché McCain vuole puntare decisamente su nuove trivellazioni e sul nucleare, mentre Obama insiste sul fatto che al di là delle trivellazioni e del nucleare, ci vuole una politica di sensibilizzazione e responsabilizzazione sul risparmio energetico che coinvolga tutti gli americani. E’ difficile dire chi sia favorito in questo discorso. Obama è forse più vicino all’idea della gente comune, ma la posizione di McCain soddisfa molti interessi, cioè quelli dell’industria energetica, di stati come Alaska o Texas e Florida, dove le trivellazioni offshore sarebbero maggiormente possibili. Sono entrambe posizioni di calcolo politico che solleticano diverse tipologie di elettorato e che coinvolgono molti interessi, fermo restando che il presidente eletto dovrà cercare comunque di unificare le due anime in una politica comune. 

 

D. Obama e McCain, candidati sui generis, diversi dal solito, si circonderanno di indipendenti, saranno presidenti di convergenza. Insomma dobbiamo abituarci ad un’America dalle differenze smussate oppure democratici e repubblicani resteranno ancorati ai loro vecchi retaggi?

 

P. Le posizioni non cambieranno. E’ caratteristico dell’America che, in occasione di periodi di crisi o dopo che un periodo è arrivato alla fine del suo ciclo naturale, storicamente giunge un cambiamento “dal basso” e questo periodo coincide con quel cambiamento storico. Tuttavia le linee direttrici di ciò che vogliono i democratici e i repubblicani non cambiano, così come non cambiano i settori di popolazioni a cui ciascuno dei due partiti si può rivolgere. Esistono delle sovrapposizioni ma sono molto limitate. La base dei partiti resterà uguale e i due candidati si circonderanno di persone che le rappresentano.

 

Al momento Obama è in vantaggio in tutti i sondaggi. Esiste ancora una percentuale di indecisi pari a circa il 10% e ci sono stati toss-up come Ohio, Florida, N. Carolina, Colorado, Nevada, ancora in ballo. Quanto tutto ciò può ancora cambiare il destino della corsa alla Casa Bianca?

 

P. Sembra che Obama stia marciando verso il successo. In campagna elettorale un periodo pari ad un mese resta lungo e può ancora succedere di tutto; nessun commentatore serio scommetterebbe adesso su una vittoria sicura di Obama. Io penso che probabilmente vincerà ma le cose possono cambiare da un momento all’altro.

 

Gianna Pontecorboli, corrispondente da New York di Lettera 22 e collaboratrice di Il Riformista. In passato e’ stata a lungo corrispondente della Quotidiani Associati e ha collaborato per Il Secolo XIX ed il Gazzettino.

 

Angelo M. D’Addesio

(Pubblicato oggi su Libmagazine)

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