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"NOI VI DIAMO LA PAROLA, VOI CI RACCONTATE IL MONDO".


Diario


4 ottobre 2011

Umiliati ed offesi

Scegli la tua vittima, poi un buonavvocato, un buona strategia di comunicazione così da mettere il processo inpiazza e possibilmente in mani più grandi di quella di un’aula giudiziaria edil gioco è fatto. Ecco il messaggio che passa, l’ennesimo, dalla sentenza diAmanda Knox e Raffaele Sollecito e a chi ancora si chiede perché la gente siacosì forcaiola e poco convinta, forse basterebbe rispondergli con il crudorealismo di chi si sente Meredith Kercher o familiare di quell’ingenua vittima,finita nelle mani di chi…non ha commesso il fatto, pur avendovi concorso, dichi era inchiodato da un impianto accusatorio talmente forte in primo grado daessere poi asfitticamente smontato e vanificato nel secondo grado, dove non sipensa più alla scena del crimine, alle persone presenti, alle confessioni di unuomo già condannato, alle strategie difensive sempre più varie degli avvocati esi, diciamolo apertamente, alle pressioni di un paese che non aspettava altroche il momento di dare un ennesimo schiaffo morale alla giustizia ed al sistemaitaliano…E noi gli abbiamo accompagnato la mano, abbiamo preferito passare perincapaci e deboli piuttosto che per carnefici e senza diritto e tutto questo difronte ad un paese che non ha lesinato a condannare a morte pochi giorni fa unuomo condannato senza prove schiaccianti e con diversi testimoni che avevanoritrattato…Ma sì, in fondo all’Italia va bene così. Va bene continuare apensare che se sei colpevole il tuo dramma è solo se la coscienza ti impediscedi esserlo, il resto sono famiglie potenti, avvocati ricchi, pressioni mediaticheche aggiustano il look del colpevole (come hanno fatto i Knox per abbellire l’immaginedi una figlia che al processo rideva e si sbaciucchiava), o la potente famiglia, perfino accusato di voler insabbiare prove (che poi quale bisogno c'è di insabbiare con un figlio innocente, un grande avvocato, per giunta in Commissione Giustizia e tanta strategia di piazza?). E soprattutto piace pensare che la colpa è della giustizia e per chi la vuol vedere sul politico, della Magistratura. E il gioco è fatto e fa felici tutti, chi voleva umiliare in un colpo solo chi indaga e chi giudica. così anche gli italiani sono contenti, loro che sono abituati a dare sempre la colpa agli altri. Non sarà forse la vittima, la vera colpevole, per essersi trovata lì? Forse, la pensano proprio così. 


12 settembre 2011

L'11 settembre dell'Elefante

Il decennale dell’11 settembresarà ricordato per due cose, una che hanno visto tutto ed un’altra che sanno inpochi. Quest’ultima riguarda l’impossibilità americana di risarcire tutti iparenti delle vittime, compresi quelli colpiti da malattia professionale e non,dopo l’11 settembre 2001 ed i veleni sprigionati dal crollo. Negli Usa di Obamache hanno inseguito assistenza finanziaria ed in quelli di Bush che hannoglorificato pompieri e volontari, mancano nomi all’appello e garanzie per chiha perso i propri cari. E' l'America che ricorda, ma sta già andando troppo veloce e pensa più al Memoriale che alla memoria, ad innalzare un vessillo di potenza piuttosto che cercare ancora storie. Eppure, e questo è il secondo punto, l’America che hascelto Obama, che ha chiesto a gran voce il ritiro dei propri ragazzi dall’Iraqe dall’Afghanistan (senza ottenere ancora quest’ultimo), che è arrossita dirabbia e vergogna per le immagini di Guantanamo e per i segreti di Rumsfeld eCheney, ha applaudito accoratamente George Bush, ha preferito il suoriferimento patriottico alla preghiera di Barack Obama…Poco conta che questa crisi sia anche figlia degli ingenti investimenti bellici di Bush e la stanchezza versoil governo repubblicano quattro anni fosse evidente. Oggi, l’America in crisitorna a ripensare al bisogno di sentirsi forte, di scacciare i fantasmi dellarecessione, con i muscoli da superpotenza più che con i calcoli delpallottoliere. Quale sarà la migliore soluzione lo sceglieranno soltanto gliamericani nel 2012, ma se quegli applausi per Bush sono l’antipasto delconsenso di Rick Perry (che in fondo viene dal Texas come Bush ed appartiene aquel Tea Party che Bush, senza saperlo, ha fondato), allora vuol dire che gliUsa a dieci anni dall’incubo ne vogliono esorcizzare un’altra trincerandosi nelmito e nell’orgoglio. Agli americani non interessano le “Primavere” el’ecumenismo obamiano, anzi l’11 settembre risveglia il sospetto islamico, ilnon volersi sentire incalzati da Cina, Brasile, India o minacciati dall’Iran. Vecchieemozioni ma anche vecchie paure, unità ma anche testa alta. La crisi in un certo senso porta sempre a reazioni e ribellioni e la "ribellione" americana non è la piazza, ma la ricerca della superiorità perduta, la convinzione che tutto dovrà andare meglio e che non ci sono dubbi in questo e che non sempre conta la parola "insieme" per realizzarla, in fondo il mondo è il mondo, ma gli Usa sono un'altra cosa. Ecco perché dietro questo 11/09 c'è già un caldo 2012.     


2 agosto 2011

The show must go on

Il premier esce dalla sua letargia estiva e si concede un ennesimo spettacolo da uomo risolutore, peccato però che non ci sia più nulla da risolvere e che ormai i conti si facciano solonell’alta finanza dove l’Italia, grazie alla manovrina ed al terrore di tagli seri e patrimoniali, è ancora a rischio default (lei, si), un rischio che potrebbe concretizzarsi fra settembre ed inizio 2012. Strano ma vero, ma la proposta più intelligente è sembrata quella di Calderoli che ha invitato tuttiad una sorta di campus estivo in cui ponderare le soluzioni e le iniziative da intraprendere per affrontare il duro inverno, ma si sa, il sazio non crede all’affamato e quindi come riuscire a trattenere 1000 recalcitranti parlamentari che non aspettano altro che riposarsi al sole della Sardegna,della Puglia o nelle villette in Toscana o fra i laghi dopo il duro, durolavoro e le enormi spese sostenute! Ci pensa il Cavaliere, per cui tutto fapolitica. Mentre tutto il mondo unisce cervelli dell’economia, mondo produttivo ed opposizione (vedi Usa, ma anche altri paesi europei, la Germania l’ha fattaprima di tutti la Grosse Koalition), il nostro premier non vuole la scena rubata da altri, così domani andrà alle Camere a parlare di investimenti ed infrastrutture (di nuovo e con chissà quali risorse, poi), giovedì incontrerà le parti sociali per ribadire questo ed isolare i comunisti di Fiom e Cgil,mentre l’opposizione non c’è ed in fondo non ne soffre neppure e con la terza mossa il re proverà lo scacco al guastatore Tremonti, in fondo è colpa sua, sequesta crisi è diventata una cosa di cui parlare improvvisamente, in chiave solo italiana. In fondo fino ad un anno e mezzo fa non c’era e quando è spuntata fuori era “globale”, ovvero la colpa era degli altri, come sempre. Bentornato. 


1 luglio 2011

incastrato

Peccato non chiamarsi Dagospia o Wittgenstein e non essere Beppe Grillo, altrimenti avremmo già fatto notizia, perché se il NY Times dice la verità su una presunta voce interna alla polizia di New York che vorrebbe Dominique Srauss Kahn libero oggi, noi che ci eravamo già chiesti qui, a chi desse fastidio, avremmo sollevato un quesito cruciale che comunque sarà presto sui giornali di tutto il mondo. La cameriera che ha denunciato lo stupro, tra l’altro connessa anche con il narcotraffico, si sarebbe contraddetta numerose volte, cosa che farebbe pensare ad una bugia e ad una grossa montatura per far fuori il capo dell’economia mondiale, visto che il rapporto, pur essendoci stato, sarebbe stato consensuale. Che DSK fosse un donnaiolo incallito, era ben noto, ma che lo volessero fuori dai giochi dell’FMI non era così evidente, ma le piste che abbiamo proposto lo scorso 19 maggio restano sempre tali: la destra francese ansiosa di liberarsi di un candidato scomodo, sicuramente vincente e credibile per la sinistra e per la Francia; qualche potente lobby finanziaria che non guardava molto all’europeismo ed alla smania di salvataggio dell’ex leader del Fondo in ambito europeo o forse quegli stessi potentati americani che miravano a spostare l’asse occidentalista dell’istituzione e che, con la nomina di Lagarde, ci sono comunque riusciti, tanto che la nuova direttrice dell’FMI è stata perfino votata dal BRICS e dagli Usa nonostante la candidatura alternativa del messicano Augustin Carstens. Ed ora in attesa che la giustizia faccia la sua parte, meglio chiedersi se l’Europa ha ancora voglia di dormire e limitarsi ad inscenare manifestazioni di piazza o cortei femministi.


19 maggio 2011

A chi dava fastidio DSK?

 

E’ l’ennesimo fulmine che cade sulla fragile economia internazionale e soprattutto europea: Dominique Strass-Kahn arrestato ed umiliato ed oggi dimissionario non è solo un colpo alla Francia che perde il suo candidato più accreditato alla presidenza con Sarkozy non riesce a tirare un sospiro di sollievo visto che Marine Le Pen lo sopravanza nei risultati e che l’immagine del paese sta subendo un duro contraccolpo) ma anche alla sinistra francese ed europea priva di personaggi che uniscano esperienza e carisma e soprattutto all’economia internazionale che si ritrova nell’ennesimo vuoto di idee e di persone. Ma la grana più grande appartiene all’Europa, ma non alla Germania ed al Benelux e neppure agli Usa ed allora viene da chiedersi: come mai tutto oggi? Come mai accade tutto questo nei giorni in cui la Germania rinuncia definitivamente alla BCE dando il suo placet alla nomina di Mario Draghi che è sostanzialmente un “americano” sia per mentalità che per carriera? Come mai questo nei giorni in cui di discute un nuovo ennesimo prestito per la Grecia ed il Portogallo a cui molti paesi europei sono fortemente contrari? E come mai proprio nel momento in cui il fuoco incrociato contro l’euro fa comodo al dollaro che è la valuta che più ha risentito della forza della supermoneta europea? Non stiamo facendo dell’inutile complottismo, tanto più che se DSK dovesse risultare colpevole (ed il modo in cui è trattato negli Usa dovrebbe far riflettere su quanto sono garantisti i nostri magistrati affiliati alle BR), non ci sarebbe nulla da dire. Eppure c’è da riflettere sul peso sempre più grande del cosiddetto BRIC negli organismi internazionali, sul sostanziale indebolimento politico dell’Europa e sul fatto che DSK fosse l’ultimo baluardo dell’FMI, un’altra istituzione che rischia di precipitare nell’anarchia, solo che in questo caso non ci sono chiacchiere ma soldi, e tanti, ad essere in ballo.


3 novembre 2010

Le tre piaghe di Obama

 

La scontata sconfitta di Barack Obama negli Usa, sia alla Camera che al Senato (i dem tengono solo grazie a candidati che hanno preso fortemente le distanze dal presidente) rispecchia fedelmente lo scenario italiano. Ma come è possibile, direte voi, ma se noi abbiamo avuto per venti anni lo stesso presidente ed un’emorragia di partiti? Semplice, la sconfitta di Obama è frutto di elementi: la crisi, l’assenza di un partito, il deboscio culturale e queste sono caratteristiche ancora limitate nello scenario americano rispetto all’Italia. Obama perde perché non sa gestire la crisi e questo significa e non per carenza di genialità economica, ma semplicemente perché ha scelto la strada più difficile, quella sociale invece di buttarsi a capofitto, come stanno facendo i vari Tremonti e Brunetta, ai tagli di soldi e risorse umane, al condono verso i ricchi imbroglioni che portano capitale, aiutare le lobbies amiche ed ostentare ottimismo (ovvero mai parlare di crisi) e se questo funziona in un paese senza mercato, figuriamoci negli Usa…In secondo luogo Obama è solo. Ha vinto lui solo ed ha trascinato i democratici, ma quando doveva accadere il contrario in tanti lo hanno mollato. Un po’ come capitò a Prodi, un po’ come capiterà a qualunque leader di sinistra, sopraffatto dall’invidia o dall’indifferenza dei suoi vicini. E’ un leader orfano mentre i repubblicani hanno perso un leader ma non hanno mai perso un partito che infatti è rinato dall’ala più dura. Infine il deboscio, rappresentato dall’ascesa del Tea Party, un misto di ignoranza, populismo, razzismo, bigottismo che è un pericolo anche per il GOP, ma pagherà sempre di più. E’ un po’ come il fenomeno Lega da noi, supportato da gente delusa da tasse, insicurezza e con la voglia di protestare e dare la colpa a qualcuno, inventandosi le solite favole: dai bombardamenti alla Mecca all’immigrazione pericolosa e se riesce bene in un paese che ha costruito la propria fortuna sugli immigrati…


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25 ottobre 2010

Le mezze verità di Marchionne

 

Quando Sergio Marchionne, oggi contestato da tutti gli italiani che sono tali solo quando gli conviene ed acclamato da tutti i soloni dell’alta finanza, parla dell’Italia come palla al piede della Fiat dice solo una metà della verità, non quella intera, più sconveniente. Marchionne ci dice che l’Italia non garantisce ricavi ma solo perdite ma dovrebbe chiedersi se ha investito allo stesso modo che in Brasile, Messico, Argentina, India, dove non ci sono “fabbriche” ma veri e propri distretti produttivi e commerciali e si fa marketing, promozione, ricerca scientifica e non solo produzione minima, dove da tempo sono state messe sul mercato le auto a biodiesel ed idrogeno che qui sono una chimera. Ci dice che in Italia non ha ricevuto incentivi e finanziamenti, ma li ha ricevuti negli anni scorsi e questa è una prerogativa solo italiana e non di certo americana. Ci dice che gli incentivi alla fine hanno favorito la concorrenza, ma forse è un ammissione della scarsa competitività Fiat che ha prodotto in questi anni solo due modelli di riconosciuto successo internazionale (la Punto e la Panda oltre alla nuova 500, modello comunque troppo piccolo per il grande mercato), dopo anni di pessime idee, senza produrre ancora un SUV, né creare progetti con maggiore affidabilità e risparmio. Ci dice che i sindacati lo osteggiano e che i salari sono alti, ma non pensa che molto presto tutto ciò accadrà anche in Polonia, Brasile ed Argentina dove non saranno disposti ad accontentarsi del lavoro, ma aumenteranno le pretese sindacali ed operaie (e dove comunque non esistono ammortizzatori sociali forti a copertura delle aziende). Ed allora cosa succederà? Marchionne pensa che basterà trovare un altro Brasile in Asia o Africa? Non ci dice il perché della scelta di separare Fiat auto dai veicoli commerciali e dai camion (un settore tradizionalmente forte in Italia), segno che una metà della barca sta già andando via, lasciando affondare, né il perché di una scarsa sinergia con una classe operaia che è sempre stata critica ma laboriosa e neppure perché in tempo di crisi e sobrietà continua ad essere il manager più pagato al mondo. E’ sicuro però che quando sarà finito il tempo delle fusioni e della crisi e delle relative speculazioni finanziarie ed anche gli Usa guarderanno alle proprie aziende con autosufficienza, la Fiat si ritroverà senza identità, più sola e meno ricca e non so Marchionne potrà proseguire a fare l’americano alla Sordi che rifiutava gli spaghetti per il panino con la mostarda, salvo ricredersi.

Il Paroliere


9 luglio 2009

Il G8 per l’Africa? No per noi!

Il G8 per l’Africa? No per noi!

 

Non volevamo pensarlo, un po’ per orgoglio, un po’ per l’impensabilità della cosa, ma è vero. Il G8 ha un programma ed un calendario sostanzialmente preparato di getto, soprattutto in questa prima giornata, perché essenzialmente l’obiettivo del G8 siamo noi, in particolare il terremoto dell’Aquila, la ricerca a tutti i costi di fondi per evitare che questa piaga ancora irrisolta cada ancora di più sul bilancio dello Stato. Così si spera che gli Usa rinnoveranno la loro promessa di recuperare e ricostruire le opere d’arte, la Germania ha già offerto una congrua somma di 140mila euro per inviare esperti della Protezione Civile e prepara uno stanziamento di 3 milioni di euro per Onna. La Russia si appresta ad aiutare le aziende agricole e piccole e medie imprese abruzzesi. Anche la Francia collaborerà sugli aspetti culturali…Importanti sovvenzionamenti…per noi. Soltanto tre mesi fa il presidente Berlusconi diceva al mondo:”Non abbiamo bisogno di aiuti dagli altri paesi. Siamo in grado di farcela da soli”. Oggi no. Non ce la facciamo più. Non sono bastati i concerti di Bocelli e della Pausini, le raccolte fondi da parte di tutti, giornali, tv, chiese, comuni, protezione civile…Lo Stato italiano non ce la fa da solo e quelle case promesse per settembre arriveranno sì, ma grazie ad un Piano Marshall ed a continui ricorsi all’aiuto internazionale, anche per vie traverse, con gli accordi con la Cina e la Russia. Non so se gli aquilani potranno essere contenti, ma io mi sento, da italiano, molto debole, vulnerabile e se qualcuno ha paventato un’Italia fuori dal G8 è forse proprio per l’incapacità di fronteggiare situazioni standard, dagli allagamenti alle esplosioni in stazione…figuriamoci i terremoti.

 

Il Paroliere.

 


8 luglio 2009

Tutti gli illustri dimenticati (aquilani compresi) dal Gran Cerimoniale

Tutti gli illustri dimenticati (aquilani compresi) dal Gran Cerimoniale

 

Ogni volta che giunge il momento del Vertice G8, il primo desiderio riposto in questo noioso appuntamento è che finisca subito. Da quando esiste, ovvero dal 1973 (diventando G6 con l0Italia nel 1975, G7 col Canada nel 1976 e G8 nel 1995 con la Russia che mantiene due piedi in una scarpa), la montagna non ha partorito neppure il topolino. L’incontro è stato il pretesto per scambi economici e diplomatici, per creare un fronte unito nella Nato e nell’Occidente, quanto di peggio potesse accadere, perché così il resto del mondo, rimasto fuori, ha pensato bene di ingrossare le file dell’estremismo islamico (Medio Oriente), del totalitarismo (Cina, Corea del Nord), del liberismo selvaggio ed incontrollato (India e Corea del Sud) e del socialismo di impronta statalista (Sud America). Oggi che il primo mondo inizia a pensare al secondo mondo ed al terzo mondo (e lo fa solo per aprirsi altri mercati, non a caso l’ultimo mercato da aprire a tutti i costi resta l’Africa), il secondo mondo lo snobba ed il terzo mondo non ne ha più alcuna fiducia. In questo G8, spero solo che gli aquilani abbiano l’orgoglio di ignorare l’evento, di non lasciarsi andare ad esternazioni di sconforto, a ricerca di commiserazione e a ringraziamenti su sfuggevoli promesse d’aiuto. Prima di loro un mondo intero è stato tradito da otto grandi che non sono più tali, perché non sono rappresentanti più dell’ 80% della popolazione mondiale e neppure la metà dell’economia globale. Manca il Sud America, manca il Messico, mancano Sudafrica, Nigeria e Ghana, manca la Corea del Sud e la Cina, manca l’intero Medio Oriente e l’intero Maghreb oltre all’Egitto, manca l’India e con lei il Pakistan, manca i paesi della penisola arabica, manca l’Europa del Nord che non rientra nell’UE, manca la Turchia (sebbene alle camicie verdi e nere non dispiaccia). Manca l’Africa e non pensate che a sostituirla bastino i soliti dittatori in costume d’ordinanza pronti a ricevere prebende. Mancano i rappresentanti di indios, di senza terra, di etnie perseguitate ed abbandonate, dal Darfur allo Xinjiang, dall’Amazzonia ai Copti egiziani, dai palestinesi ai cristiani dell’Orissa. Il mondo insegna in questi giorni: finché i dittatori resteranno a galla, il G8 resterà una cerimonia delle beffe

 

Il Paroliere

 


25 maggio 2009

Elezioni in India: il punto finale con Emanuele Confortin

 

 

Emanuele Confortin freelance esperto di India e di Subcontinente Indiano, collaboratore di East, Area7 e l'Arena di Verona e gestore del blog Indika, fa assieme a noi il punto sulle elezioni in India e sulla situazione in Pakistan e Sri Lanka. 

 

D. Iniziamo dal dato a sorpresa ovvero le proporzioni più grandi del previsto della vittoria del Congresso, nonostante la crisi di Shining India ed i dubbi su Sonia Gandhi e la leadership.

 

Le mie esperienze nel paese mi insegnano che i media indiani tendono sempre a creare aspettative in modo da favorire impulsi ed attenzioni particolari. C’è di vero che il 2008 è stato un anno molto duro per il Congresso. Tutto ciò già dopo il New Deal con gli Usa, ancora governati da Bush, in fase di accordi sullo sviluppo nucleare che ha fatto allontanare il Communist Party of India (Marxist), partito che nelle elezioni del 2004, aveva assicurato il suo appoggio al governo ed una maggioranza, anche se risicata, al Congresso. I comunisti allora decisero di opporsi al BJP, alleandosi con Sonia Gandhi, un’alleanza mai stabile e tranquilla. Infatti proprio in occasione dell’accordo con gli Usa si è verificata la prima fattura tra la coalizione della Gandhi e il partito di Sinistra, giunta fino allo scorso febbraio, con il definitivo allontanamento dei Comunisti, a ridosso della campagna elettorale. Un altro elemento debole del Congresso è stato il terrorismo, che ha colpito violentemente l’India a più riprese negli ultimi anni, culminando con gli attentati di Mumbai dello scorso novembre. L’impreparazione dimostrata dal governo e dai servizi segreti indiani davanti alla minaccia terrorismo è valsa a Singh pesanti critiche, volte ad evidenziare le lacune delle strategie di sicurezza interna, in particolare verso il terrorismo di matrice islamica, proveniente dal Pakistan e coperto dall’ISI (servizi segreti pakistani). Il Congresso ha ottenuto la maggioranza dei voti, ma non prescinde dall’United Progressive Alliance che è la coalizione cui sono associati e che comprende una serie di partiti che danno un forte impulso a livello regionale e garantiscono una presenza costante sul territorio a livello di vari stati che poi confluscono tutti a livello statale. Il Congresso ha vinto sia grazie alla credibilità di Rahul Gandhi che è stato l’”ariete” di questa campagna elettorale, anche grazie alla perdita di credibilità del BJP.

 

D. Sei stato anche in Orissa, dove l’aggressione nei confronti dei cristiani ha avuto delle punte di abnorme violenza. Al di là di quello che si temeva la propaganda nazionalista hindu e quella populista di Mayawathi non ha pagato…

 

Il BJP ha perso sin dall’inizio della campagna elettorale in Orissa, dove già non è il partito governante, ma comunque il membro di una coalizione che comprende anche uno dei partiti più forti in Orissa, il BJD (Biju Janata Dal), detentore della maggioranza. Entrambi hanno forte influenza nello stato, dove si sono verificati episodi di violenza xenofoba, nei confronti dei cristiani,  con l’attuazione di un vero e proprio pogrom, ispirato all’ideologia dell’”Hindutva”, dottrina portata avanti da Savarkar che nel suo libro “Hindutva. Who is a Hindu”, parla della trasformazione dell’India nella terra esclusiva degli hindu, scacciando ed eliminando le minoranze religiose non indiane. Tutto questo ha creato un forte associazionismo di tipo religioso, di cui è un esempio il Rashtriya Swayamsevak Sangh, il gruppo più conosciuto, che agisce all’interno delle realtà rurali, facendo proselitismo ed educando la gente ad una sorta di nuovo induismo impregnato di nazionalismo, in conflitto con la presenza crescente del Cristianesimo, dell’Islam e quindi di uno scenario completamente diverso dal punto di vista sociale ed economico. Infatti in Orissa si è visto come i cristiani siano riusciti ad ottenere buoni risultati dalle strategie di conversione delle caste basse hindu, e meno di quelle tribali. Il BJP ha puntato molto sulla riaffermazione del concetto di Hindutva, ha poi coinvolto Varun Gandhi, discendente della dinastia Nehru-Gandhi, figlio di Sanjay Gandhi, morto in un incidente aereo e lo ha inserito in un’operazione di immagine in contrasto con Rahul Gandhi. Poi Varun Gandhi a sua volta è stato accusato e arrestato per pesanti dichiarazioni xenofobe rivolte alla popolazione islamica, affermando che “una volta giunto al potere il BJP avrebbe tagliato la gola a tutti i figli di Allah” e lo ha fatto qualche giorno dopo la promessa di ricostruire il tempio di Ram ad Ayodhyia in Uttar Pradesh. Questo episodio è stato un momento di svolta perché Ayodhyia è la città legata originariamente al Tempio induista di Ram, ma dopo l’invasione dei Mughal, ovvero dei musulmani, nella città fu eretta la Babri Mosque, moschea che generò aspre polemiche fra hindu e musulmani, che nel 1992 sfociarono in gravi scontri fra i gruppi religiosi, quando gli hindu distrussero la moschea, provocando violenze e morti. Fu uno dei capitoli neri della storia indiana, capitoli che si ripresentano spesso, anche in Gujarat o in altri stati, perché l’India è un paese che va avanti nella sua pacifica distrazione, ma in realtà vive del suo squilibrio e quando questo viene esasperato, allora succede qualcosa di grave che tende a riportare lo squilibrio entro gli accettabili limiti per il paese. Il BJP dunque ha puntato sul nazionalismo, rivolgendosi prevalentemente all’elettorato hindu in un momento in cui il paese, in crisi sia economica, sia nel settore della politica internazionale era concentrato su altre incombenze, come la forte inflazione e disoccupazione, la povertà imperante in molti stati. La popolazione lo ha capito punendo il BJP, i partiti nazionalisti e le forme di facile populismo, preferendo una scelta moderata.

 

D. Quale governo ora ci sarà e soprattutto quali priorità avrà questa nuova legislatura indiana?

 

Innanzitutto sarà indispensabile una forte riforma economica che rilanci i mercati e l’economia in generale e freni la recessione in atto. Bisognerà inoltre attuare tutte le manovre che evitino il rincaro dei generi di prima necessità, indispensabili e spesso indisponibili per una larga fetta della popolazione. Altra priorità di questo governo è sul piano delle relazioni internazionali, ovvero la definitiva affermazione dell’India come grande potenza mondiale. Gli indiani sono molto nazionalisti nel senso che tengono alla bandiera, il loro sentimento di identità verso l’esterno va oltre le divergenze interne, e vogliono continuare ad essere un paese in corsa. In questo progetto tutti intendono consapevolmente impegnarsi, sia il governo che la popolazione. La terza incombenza, la più importante è la gestione dei rapporti con il Pakistan, che si può evolvere in due strade: quella del conflitto che in pochi accettano o quella della ripresa degli accordi di pace che sono stati interrotti a novembre del 2008, a seguito degli attentanti di Mumbai. Di tutto ciò si occuperà Singh che è il nuovo premier, almeno fino a quando non subentrerà Rahul Gandhi (e comunque questo avverrà in tempi non troppo brevi).  

 

D. Il Pakistan in questo momento è nel mezzo di una vera e propria guerra civile contro i Talebani ancora molto forti nel paese. Come potrà influire questa situazione negli assetti dell’India che ora è anche più vicina agli Usa?

 

Il Pakistan nel corso di questa pesante offensiva contro i Talebani, si è avvicinato molto di più agli Usa, con il governo di Zardari e gli Usa che da anni stanno foraggiando con miliardi di dollari Islamabad, affinché faccia qualcosa per risolvere la situazione. Fonti di Peacereporter dicono che già da un anno i Droni Usa sorvolano alcune regioni strategiche del Pakistan, come lo Swat, lungo il confine con l’Afghanistan, per bombardare alcuni accampamenti dove sono localizzati i Talebani in fuga proprio dall’Afghanistan che è invece maggiormente monitorato dagli Usa, verso il Pakistan, che è uno stato sovrano ma in una condizione fortemente destabilizzata. I Talebani in Pakistan non solo si limitano ad attaccare ma fanno proselitismo e la vera urgenza si è verificata quando sono scesi lungo la valle dal Nord-Est giungendo al villaggio di Bruner a 100km da Islamabad e quindi ad una minima distanza dagli arsenali atomici. Tuttavia questo flusso di Talebani che sta coinvolgendo il Pakistan non è legato necessariamente al terrorismo che è oggi presente in India, ma resta legato all’Afghanistan. Diversamente, i ribelli del Kashmir – che costituiscono il principale problema per i rapporti fra India e Pakistan, soprattutto in ragione dei loro legami con l’Isi –, sono legati ai Talebani dello Swat da un medesimo sentimento di fratellanza, quello della Jihad, che ha fondamenti nella religione e inquadra tutto in una causa molto più grande, direi quasi universale, perciò non è affatto escluso l’interscambio reciproco tra Talebani e ribelli Kashmiri. Tuttavia non possiamo dire con certezza se le organizzazioni operanti in Pakistan o in Afghanistan siano molto più vicine di quanto si possa pensare…Il Pakistan in fondo è una polveriera ed ha la presenza di terroristi per chilometro quadrato più alta al mondo, nel contempo è anche uno dei paesi in cui la proliferazione nucleare procede in modo più celere e ciò accade anche con i fondi che Washington affida al governo pakistano, destinati alla lotta contro i Talebani. Al momento, secondo i dati Reuters, si è creato un flusso di 2 milioni di profughi, di cui 500mila registrati come tali nel maggio scorso ed ora 1,5 milioni in fuga dal Pakistan a partire da inizio maggio, quando si sono intensificati gli attacchi pakistani ai Talebani per ricacciarli al Nord. Molto dipende dall’energia che il Pakistan avrà nel respingere il terrorismo internazionale, perché qualsiasi debolezza potrebbe essere interpretata come una concessione ai Talebani, e mettere in pericolo l’intero processo di pace, intaccando in particolare i rapporti con l’India che potrebbe tornare a chiudersi nei confronti di Islamabad, innescando così nuove tensioni fra i due paesi, quindi nuovi attentati nelle metropoli indiane. 

 

D. Sull’altro fronte, invece, quello inerente allo Sri Lanka ed al Tamil, la resa dei conti è avvenuta circa una settimana fa con la sconfitta definitiva delle Tigri del Tamil da parte dell’esercito e con il relativo massacro che lo ha anticipato…Cosa significa tutto questo?

 

Lo Sri Lanka ha voluto porre fine a questa situazione, non tanto sul profilo pratico, perché i focolai di guerriglia delle Tigri Tamil continueranno ad esserci – almeno fino a quando esisteranno generazioni di Tamil o Tamil presenti all’ovest del paese che potranno riorganizzarsi –, quanto sul piano politico. L’obiettivo primario del governo di Colombo è iniziare un processo di riappacificazione fra le etnie, la maggioranza cingalese buddista e quella minoritaria Tamil induista e cristiana. E questo è un dato che media e giornali trascurano…I Tamil sono anche cristiani, sebbene in larga maggioranza indu, ma probabilmente non si vuole dar adito al sospetto che dei cristiani possano far parte di forze ribelli e terroristiche. Tuttavia, per arrivare realmente ad una fine di questo conflitto lungo 25 anni, è necessario, al di là della tanto sponsorizzata operazione finale, che non ci si continui ad insidiare l’identità dei Tamil, attuando strategie di apertura e coinvolgimento verso questa minoranza, così come promesso dal governo di Colombo nei giorni passati.

 

D. C’è stato anche un ruolo dell’India, al fianco del governo cingalese nell’ambito di questo conflitto.

 

L’India è stata messa alle strette sul piano regionale. Dovendo ricoprire un ruolo credibile a livello internazionale non ha potuto schierarsi con quelli che sono definiti terroristi, altrimenti avrebbe rischiato di copiare il pericoloso gioco del Pakistan. Secondo Delhi, infatti c’è un connubio fra il governo pakistano e l’ISI, che sono due parti della stessa entità, ma ciascuna con vita propria, al punto che l’ISI avrebbe una metà oscura (e tutti lo riconoscono) che ha forti contatti con il terrorismo. Se l’India avesse cercato di giustificare atteggiamenti ed attacchi delle Tigri del Tamil, sarebbe stata parimenti individuata come un paese ambiguo che spalleggia frange terroriste, cosa che non può permettersi in questo momento. In proposito il governo indiano nei prossimi anni dovrà cercare a tutti i costi di bloccare le iniziative terroriste al proprio interno. Al di là del terrorismo pakistano, in India c’è un forte terrorismo interno, come quello dei ribelli maoisti Naxaliti attivi in Orissa, in Jharkhand e fino al Nord del paese. I Naxaliti sono stati definiti proprio da Singh come il problema di politica interna più grave e di difficile soluzione, anche perché la politica indiana nel rapporto con la gente, ha una sua complessità e particolarità. Questi gruppi terroristici molte volte sono “aiutati” dall’ignoranza di una parte della popolazione indiana che ne segue i principi, come accade nel caso dei Naxaliti che sono al tempo stesso percepiti come difensori dei diritti dei lavoratori, ma nella pratica sono criminali che agiscono con strategie di guerriglia, con armi, esplosivi e mirano anche ad obiettivi civili, ragion per cui doppiamente deprecabili. E’ anche per questo motivo che i grandi partiti tradizionali, come il Congresso ed il BJP hanno difficoltà a penetrare nelle zone rurali e sono costretti ad appoggiarsi a partiti regionali che agiscono in quelle zone in modo capillare e quindi ad entrare in diretto contatto con la gente. Il Congresso ha visibilità ridotta in questi ambiti, alcuni suoi leader carismatici, Rahul Gandhi in testa, hanno cambiato strategia di propaganda, recandosi più volte nelle campagne, facendosi filmare con i contadini per ovviare ad una mancanza palese della politica dei grandi numeri verso le zone più periferiche.

Elezioni in India: il punto finale con Emanuele Confortin

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Il Grande Sud

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Il Nuovo Blog su innovazione, web, creatività
 
e novità dal continente sudamericano.
 
 
QUESTA SETTIMANA:
 
* LA SETTIMANA DEI NOBEL. TUTTI I NOMI LATINI E NON DEI FAVORITI     AL RICONOSCIMENTO PER LA LETTERATURA E LA PACE
* ARGENTINA SEMPRE PIU' LEADER DEL VIRTUALE, ENTRA NEL GRANDE MERCATO DEI VIDEOGIOCHI E DELL'INTERATTIVITA' 
 
ARCHIVIO
 
L'ITALIA COME L'ARGENTINA DEL 2001?
 
DIBATTITO SULLA CRISI FINANZIARIA ITALIANA
 
 
LA RIVOLUZIONE DEI GIOVANI CILENI: UN ESEMPIO PER L'ITALIA
 
NE PARLIAMO CON LA GIORNALISTA ITALIANA PATRICIA MAYORGA
 
 
 
 
 
 
 

LA VIGNETTA DI FRANGI (Ettore Frangipane)

 


di Ettore Frangipane (www.frangipane.it) 

  

  

 

 

LA LANTERNA ACCESA (se sorge il sole, c'è ancora qualcosa da dire)

per questo ogni mattina ci siamo anche noi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  
 

 

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· Partecipando attivamente agli eventi organizzati

 

· Condividendo te stesso, scambiando le tue opinioni e il tuo mondo con la gente di Korogocho

· Offrendo formazione e seminari a studenti e insegnanti della nostra Scuola Informale

· Aiutando a progettare dibattiti sull'educazione civica e i problemi delle comunità

· Sostenendo lo Ndoto Arts Group commisssionandogli la creazione di posters e di opere di srte di strada e progettando workshop che accrescano i loro mezzi artistici le lor capacità e loro abilità.

· Sostenendo la Cooperativa di donne "Bega Kwa Bega" aiutandole ad accrescere i loro modelli stilistici, le capacità commerciali e la rete di marketing.

· Portando nuove idee/progetti comunitariattraverso il teatro, gli sport e le arti, che aiutino i bambini di strada e i tossico-diendenti a ritrovare la peopria voce e aumentare la loro fiducia.

· Aiutandoci nella copertura e nell'ampliamento del nostro anfitetro, in modo che gli artisti e il pubblico possano recitare e sedersi comodamente.

· Rifornendo la nostra biblioteca con nuovi validi libri e video.

· Invitando i nostri artisti a partecipare ad eventi che possano aprirgli nuove possibilità.

· Parlando e scrivendo di Korogocho

· Mantenendo i contatti

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