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16 luglio 2010

L'"Honduregnizzazione" italiana

Complottismi interni, opposizioni deboli o troppo oltranziste, premier titubanti e “sotto-premier” che contrattano, ad un anno di distanza è lecito chiedersi se non somigliamo all’Honduras.

E’ un paradosso, un gioco al paragone azzardato trattandosi di un paese, l’Honduras, dove la democrazia è molto fragile e lo si è visto, dove le violenze contro giornalisti, manifestanti, ambientalisti, operatori sociali sono pesanti ed arrivano a conseguenze estreme. Eppure l’Honduras nel giugno 2009 era un paese alla vigilia di un importante referendum su un progetto di revisione costituzionale, soffocato da sempre più pesanti problemi socio-economici, guidato da un presidente, Manuel Zelaya, sempre più accentratore e per questo sempre più antipatico, manovrato da forti lobbies economiche ed istituzionali deluse dell’andamento del paese e del loro ridotto potere e comunque convinte di poter fare ancora di più per alimentare i propri interessi. Nel paese Zelaya era circondato perlopiù da notabili o militari non sempre inclini alla fedeltà. L’opposizione rappresentata dal Partito Liberale che aveva ben poco di liberale, era debole ed inconcludente oppure rappresentata dalle aree più oltranziste e movimentiste prive però di un progetto di governo. C’è un’altra destra, che dovrebbe essere più moderata e che dopo aver rosicchiato Zelaya e Micheletti ha posizionato Porfirio Lobo, uomo duro e puro alla testa del paese.

Vorrei farvi riflettere sul fatto che stiamo parlando di Honduras.

Eppure a moltissimi chilometri di distanza un presidente appariscente ed accentratore sta cadendo vittima dei suoi stessi uomini ed intrallazzi, fra invidie e proteste interne. C’è un’ala, non militare per carità, ma molto militante, in giacca nera ma cravatta verde che si sta incontrando con un “traghettatore” di turno, un Micheletti, tranquillo borghese, candidato a salvatore di un paese altrimenti destinato allo sbando. C’è un opposizione che non riesce a venir fuori dalla sua crisi di identità, non ha candidato credibili e sicuramente non vincerebbe le elezioni anticipate. C’è una tv, una stampa, un’opinione pubblica sempre più controllata da politici ed elite economiche, con pochi uomini confinati con paventati licenziamenti o perdite progressive di credibilità. E poi c’è un futuro candidato elettorale che dovrebbe essere espressione di una destra moderata, paradossalmente, apprezzato anche a sinistra.

Vorrei farvi riflettere sul fatto che stiamo parlando dell’Italia.    

E sul fatto che le somiglianze iniziano ad essere tante.

 

Pubblicato su www.andinamedia.com


3 luglio 2009

Il Golpe in Honduras come nel Cile di Pinochet

Il Golpe in Honduras come nel Cile di Pinochet

La parola d’ordine di Micheletti nell’ultimo discorso di martedì era salvaguardare la democrazia ed evitare che l’Honduras diventasse una nuova Cuba, un nuovo Venezuela. Le poche immagini e le notizie che arrivano da fonti della cooperazione internazionale descrivono invece uno scenario che sta pericolosamente scivolando verso il Cile di Pinochet o l’Argentina dei generali e non è un caso che il coprifuoco emanato per 72 ore potrebbe venire prolungato per giorni. “Dopo la deposizione del presidente le manifestazioni sono continuate e da mercoledì l’esercito ha sparato sulla folla in alcune località vicine a San Pedro Sula. Ieri mattina c’è stato un sit-in presso il Parque Central e la polizia e l’esercito sono intervenuti con gas lacrimogeni, sparando e portando via decine di persone. E’ stata dichiarata la sospensione dei diritti civili e questo significa che non ci sono più garanzie, né limitazioni per chi è in stato di fermo e fra i catturati ci sono anche professionisti, avvocati, personale di amministrazione”. Sono alcune delle testimonianze che ci giungono dall’Honduras. “Famigliari ed amici non possono entrare nei centri di polizia, anzi sono minacciati e si parla già di persone incarcerate, spostate in località sconosciute, di gente che ha subito violenze fisiche o che risulta tuttora non rintracciabile”. I maggiori quotidiani appoggiati dalle grandi famiglie vicine al nuovo presidente, come La Prensa, El Tiempo, La Tribuna, ospitano i cortei a favore del nuovo corso e contro Zelaya, ma nascondono le proteste degli oppositori o le bollano come disordini di nemici ed infiltrati dal Nicaragua o dal Venezuela. Le poche radio, come Radio Progreso, la cui sede è stata distrutta (chiuse quelle di Canal 36 e Canal 8), trasmettono su ripetitori esteri. Le tv intervallano proclami del neo-presidente a novelas e gli unici veri contatti avvengono per mezzo dei social network o telefonicamente, elettricità permettendo. L’esercito presidia le centrali di energia elettrica dell’azienda statale e le interruzioni sono frequenti soprattutto nella periferia del paese. I paesi dell’ALBA con il Guatemala hanno annunciato l’interruzione di rapporti diplomatici e commerciali, mentre anche dall’Europa si sono levate voci contrarie al Golpe ed il nostro paese, insieme alla Francia e alla Spagna, ha richiamato l’ambasciatore per consultazioni. Oggi José Miguel Insulza, presidente dell’Organizzazione degli Stati Americani anticiperà il viaggio a Tegucigalpa, da solo, per sondare il terreno sull’annunciato ritorno nel paese di Zelaya nel fine settimana, ma non si sa da chi potrà essere ricevuto, visto che nessun membro dell’attuale governo ha sinora mostrato disponibilità. “Hanno assaltato gente anziana, giovani, disabili, senza distinzioni. Al momento c’è ancora disponibilità nei supermercati ma la situazione potrà peggiorare nei prossimi giorni, visto che ai pericoli già ordinari, ora si aggiunge l’anarchia totale nelle città. A Tegucigalpa c’è la stampa internazionale e la diplomazia e quindi un minimo di protezione, ma in altri luoghi del paese non giunge nulla…”. L’impressione è che il vero Colpo di Stato stia iniziando solo adesso.

 

Angelo M. D’Addesio

Da L’Occidentale del 3 marzo 2008

 


29 giugno 2009

Honduras: ecco come si è arrivati al Golpe

Honduras: ecco come si è arrivati al Golpe

 

Mai golpe era così nell’aria da giorni, annunciato sia dal presidente che da diverse associazioni e fonti e puntualmente l’Honduras si è svegliato questa mattina senza il suo presidente Manuel Zelaya e senza energia elettrica per circa sette ore consecutive, sia nella capitale Tegucicalpa che nei centri periferici, con interruzione che proseguono in modo costante e con le tv che oscurano qualunque notizie, mandando in onda le partite della nazionale di calcio. Ieri mattina alle ore 5,45 locali l’esercito ha assaltato la Casa Presidencial, arrestando il presidente Zelaya, offrendogli un salvacondotto per il Costa Rica e destituendolo di fatto da ogni potere. Claudia una cooperatrice internazionale italiana a San Pedro Sula descrive la situazione:”E’ tutto abbastanza tranquillo, sebbene il Bloque Popular stia già organizzando le prime manifestazioni al Parque Central di San Pedro”, mentre sui possibili sviluppi del golpe dice che si sta preparando la possibile nomina presidenziale del presidente del Congresso Micheletti, una manovra comunque molto difficile perché ci sono tante divisioni all’interno del Partito Liberale del presidente stesso. Attualmente il presidente Zelaya si trova in Costa Rica dove ha accusato il comandante delle Forze Armate da lui destituito, Romeo Vasquez e gli altri membri del Governo di aver pianificato già da tempo la manovra golpista. E’ sempre il nostro contatto dall’Honduras ad illustrarci l’origine del colpo di stato. “Il presidente, forzando anche il Congresso, ha deciso di indire un referendum per la nomina di un’assemblea costituente con il compito di riformare la Costituzione e di favorire un secondo mandato presidenziale per le prossime elezioni di novembre. Il presidente ha schierato l’esercito per la riuscita del referendum ma l’esercito stesso si rifiuta ed il capo supremo viene deposto ma subito reintegrato dalla Corte Suprema de Justicia. Qualche giorno fa il presidente ha marciato con la popolazione sulla base area dove erano conservate le urne e senza scontri con l’esercito ne ha iniziato la distribuzione…Comunque Zelaya ha ancora appoggi nel paese, anche perché la folla che lo ha accompagnato durante la marcia di sulla base aerea era molto nutrita, a testimonianza del consenso che ha ancora fra la gente”. Il braccio di ferro ora si è concluso con la conferma della “legittima azione dell’esercito”, proclamata dalla Corte Suprema che potrebbe avallare quasi sicuramente la futura nomina mentre numerosi ministri e sostenitori politici del presidente risultano arrestati o ricercati e i militari presidiano le strade della capitale e le istituzioni nel paese. Molti paesi hanno condannato quello che lo stesso presidente Zelaya ha definito un rapimento ed una presa violenta del potere, su tutti Venezuela e Nicaragua che non escludono interventi diretti nel paese.

 


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