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IlParoliere
"NOI VI DIAMO LA PAROLA, VOI CI RACCONTATE IL MONDO".


Rassegna Stampa


6 novembre 2008

Lo speech di ringraziamento di John McCain

 

Grazie. Grazie, amici. Grazie a voi per essere qui in questa bella serata in Arizona.

Amici, siamo arrivati alla fine di un lungo viaggio. Il popolo americano ha parlato, e lo ha fatto chiaramente.

Poco fa, ho avuto l’onore di chiamare il Senatore Barack Obama e congratularmi con lui.

(Fischi)

Per favore!

Congratularmi per il fatto che egli è stato eletto presidente di quel paese che entrambi amiamo.

In una competizione così lunga e difficile come è stata questa campagna, il suo successo, da solo, richiede il mio rispetto per la sua abilità e perseveranza. Il fatto, poi, che sia riuscito a ottenere un tale successo ispirando le speranze di così tanti milioni di americani che un tempo credevano di aver poca influenza e poco a che fare con l’elezione di un presidente americano, è qualcosa che ammiro profondamente e per il quale lo lodo.

Questa è una elezione storica, e riconosco il significato speciale che porta per gli afroamericani e per l’orgoglio speciale che devono provare questa notte.

Ho sempre creduto che l’America offra un’opportunità a tutti quelli che hanno l’impegno e il desiderio di coglierla. Anche il Senatore Obama crede in questo.

Ma dobbiamo riconoscere che, anche se è passato molto tempo dalle vecchie ingiustizie che un tempo hanno infangato la reputazione della nostra nazione e hanno negato ad alcuni americani tutti i privilegi della cittadinanza, la memoria di quelle ingiustizie ha ancora il potere di ferire.

Un secolo fa, l’invito a cena alla Casa Bianca rivolto dal Presidente Theodore Roosevelt a Booker T. fu ritenuto un oltraggio in molti quartieri.

L’america di oggi è lontana un mondo dalla crudele e spaventosa bigotteria di quei tempi. Non c’è prova migliore di questo che l’elezione di un presidente statunitense afroamericano.

Che non ci sia alcuna ragione… che non ci sia alcuna ragione per cui un americano non possa gioire della propria cittadinanza in questa, nella più grande nazione della terra.

Il Senatore Obama ha ottenuto un grande successo per sè e per il suo paese. Lo applaudo per questo, e gli offro la mia sincera compassione per il fatto che sua nonna non abbia potuto vivere fino a vedere questo giorno. Tuttavia, la nostra fede ci assicura che ella riposa alla presenza del creatore e che è molto orgogliosa del brav’uomo che ha aiutato a crescere.

Il Senatore Obama e io abbiamo differenze e ne abbiamo discusso, e lui ha avuto la meglio. Non c’è dubbio che molte di quelle differenze rimarranno.

Questi sono tempi difficili per il nostro paese. Questa notte, prometto solennemente che farò tutto quello che potrò per aiutarlo a condurci attraverso le molte sfide che ci attendono.

Esorto tutti gli americani… tutti gli americani che mi hanno supportato a unirsi a me non solo per congratularlo, ma per offrire al nostro futuro presidente la nostra buona volontà e il nostro più onesto sforzo per trovare i modi di riunirsi e giungere ai necessari compromessi per scavalcare le nostre differenze e aiutare a riprendere la nostra prosperità, difendere la nostra sicurezza in un mondo pericoloso, e lasciare ai nostri figli e nipoti un paese migliore e più forte di quello che abbiamo ricevuto.

Quali che siano le nostre differenze, siamo tutti cittadini americani. E credetemi quando vi dico che non vi è un’unione che per me abbia avuto più significato di questa.

E’ naturale. E’ naturale, questa sera, provare un po’ di delusione. Ma domani, dobbiamo andare oltre e lavorare assieme per rimettere in moto il nostro paese.

Abbiamo combattuto - abbiamo combattuto tanto forte quanto abbiamo potuto farlo. E se non ce l’abbiamo fatta, il fallimento è mio, non vostro.

Sono molto grato a voi tutti per il grande onore del vostro supporto e per tutto quello che avete fatto per me. Vorrei che il risultato fosse diverso, amici.

La strada è stata difficile fin dall’inizio, ma il vostro supporto e la vostra amicizia non si è mai affievolita. Non posso esprimere compiutamente quanto mi senta vostro debitore.

Sono particolarmente grato a mia moglie Cindy, ai miei figli, alla mia cara madre… alla mia cara madre e a tutta la mia famiglia, e a tutti i vecchi e cari amici che sono stati al mio fianco durante tutti gli alti e bassi di questa lunga campagna.

Sono sempre stato un uomo fortunato, ancora di più per l’amore e l’incoraggiamento che mi avete dato.

Sapete, le campagne elettorali sono spesso più dure per la famiglia di un candidato che per il candidato stesso, e questo è stato vero anche per questa campagna.

Tutto quello che posso offrire in ricompensa è il mio affetto e la mia gratitudine, e la promessa di anni più pacifici davanti a noi.

Sono inoltre - sono inoltre, naturalmente, molto grato alla Governatrice Sarah Palin, una delle migliori candidate che abbia mai visto… una incredibile nuova voce nel nostro partito, per l’impegno riformatore e per i principi che sono sempre stati la nostra più grande forza… suo marito Todd e i loro cinque figli… per la loro infaticabile dedizione alla nostra causa, e il coraggio e la grazie che hanno mostrato nelle asperità e stravolgimenti di una campagna presidenziale.

Possiamo guardare avanti con molto interesse al suo futuro servizio in Alaska, nel partito Repubblicano e nella nostra nazione.

A tutti i miei colleghi di campagna, da Rick Davis a Steve Schmidt e Mark Salter, a ogni volontario che ha lottato così duramente e con tanto valore, mese dopo mese, in ciò che a volte è sembrata la campagna più difficile dei tempi moderni, grazie mille. In un’elezione persa resta comunque per me il privilegio della vostra fiducia e della vostra amicizia.

Non so - Non so cosa altro avremmo potuto fare per provare a vincere queste elezioni. Lascio ad altri il compito di capirlo. Ogni candidato fa errori, e sono certo di aver fatto la mia parte. Ma non passerò un momento del mio futuro rimpiangendo quello che avrebbe potuto essere.

Questa campagna è stata e rimarrà il più grande onore della mia vita, e il mio cuore è pieno solamente di gratitudine per questa esperienza e per il popolo americano, che mi ha concesso una equa udienza prima di decidere che il Senatore Obama e il mio vecchio amico Senatore Biden dovrebbero avere l’onore di guidarci per i nostri prossimi quattro anni.

(Fischi)

Per favore! Per favore!

Non sarei - Non sarei un americano degno di questo nome se rimpiangessi un destino che mi ha concesso il privilegio straordinario di servire questo paese per mezzo secolo.

Oggi, ero un candidato per il più alto incarico elettivo del paese che amo tanto. Questa notte, rimango al servizio di questo paese [come senatore]. Questa è una sufficiente benedizione per chiunque, e ringrazio il popolo dell’Arizona per questo.

Questa notte- questa notte più di ogni altra notte, porto nel cuore nient’altro che l’amore per questo paese e per i suoi cittadini, sia che abbiano supportato me o il senatore Obama - sia me che il Senatore Obama.

Auguro ogni successo all’uomo che è stato il mio rivale e che sarà il mio presidente. Ed esorto tutti gli americani, come ho fatto spesso in questa campagna, a non disperarsi per le attuali difficoltà, ma di credere, sempre, nella promessa e nella grandezza dell’America, poichè niente, qui, è inevitabile.

Gli americani non si danno mai per vinti. Non ci arrendiamo mai.

Non ci nascondiamo mai dalla storia. La storia la scriviamo.

Grazie, Dio vi benedica e benedica l’America. Grazie davvero a tutti.

Da http://ainostriposti.wordpress.com/




permalink | inviato da ilparoliere il 6/11/2008 alle 0:27 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


5 novembre 2008

Il discorso di Barack Obama

 

Buonasera Chicago! Se c’è ancora qualcuno là fuori che dubita del fatto che l’America sia il posto dove tutto è possibile, che ancora si chiede se il sogno dei nostri Padri sia vivo oggi, che ancora si interroga sul potere della nostra democrazia, stasera ecco la risposta. E’ la risposta che hanno dato le file davanti le scuole e le chiese, mai così lunghe nella storia di questo paese, fatte da gente che ha atteso tre ore, quattro ore, molti per la prima volta nella loro vita, perché credevano che questa volta poteva essere diverso, e che la loro voce poteva essere quella differenza. E’ la risposta data da giovani e vecchi, ricchi e poveri, Democratici e Repubblicani, neri, bianchi, ispanici, asiatici, nativi americani, gay, etero, disabili e non disabili. Americani, che hanno inviato al mondo il messaggio che noi non siamo mai stati solo un insieme di individui o un insieme di stati rossi e stati blu.

Noi siamo, e sempre saremo, gli Stati Uniti d’America.

E’ la risposta che ha guidato tutti coloro ai quali per lungo tempo e da molti è stato detto: siate scettici, abbiate dubbio e paura, riguardo a quello potrà succedere! ...e li ha guidati a mettere le proprie mani sul cammino della storia per dirigerlo ancora una volta verso la speranza di un giorno migliore.

C’è voluto molto tempo, ma stasera, grazie a quello che abbiamo fatto in questa giornata, in questa elezione, in questo specifico momento, oggi il cambiamento è in America.

Poco prima, in serata, ho ricevuto una chiamata di straordinaria cortesia dal Senatore Mc. Cain.

Il Sen. Mc Cain si è battuto a lungo e con tenacia in questa campagna. E ha combattuto ancora più a lungo e con tenacia per il Paese che ama. Ha sostenuto per l’America sacrifici che molti di noi non potrebbero nemmeno immaginare. Siamo grati per il servizio reso all’America da questo leader audace e coraggioso.

Mi congratulo con lui. Mi congratulo con il Governatore Palin per ciò che sono riusciti a realizzare. E sono impaziente di lavorare con loro per rinnovare la promessa di questo Paese, nei mesi che verranno.

Voglio ringraziare il mio compagno di viaggio, un uomo che ha fatto una campagna elettorale di cuore, che ha parlato in nome degli uomini e delle donne coi quali è cresciuto per le strade di Scranton e coi quali torna in treno a casa, in Delaware: il vice presidente eletto degli Stati Uniti, Joe Biden.

E non sarei qui stanotte se non fosse stato per il sostegno incessante del migliore amico dei miei ultimi 16 anni, pilastro della nostra famiglia, amore della mia vita, la First Lady Michelle Obama.

Sasha e Malia: vi amo più di ciò che possiate immaginare; vi siete meritate il nuovo cucciolo che verrà con noi alla Casa Bianca.

E anche se non è più con noi, io so che mia nonna ci sta guardando, come ci guarda la famiglia grazie alla quale io sono ciò che sono. Mi mancano, stasera, e so che il debito che ho nei loro confronti è incommensurabile!

A mia sorella Maya, a mia sorella Alma, a tutti i miei fratelli e le mie sorelle: grazie per il sostegno che mi avete dato. Vi sono grato.

Al responsabile del mio staff elettorale, David Plouffe, taciuto eroe di questa campagna, che ha realizzato la migliore, la migliore campagna politica, penso, della storia degli Stati Uniti d’America!

Al mio capo stratega, David Axelrod che è stato mio partner in ogni passo del cammino percorso.

Alla migliore squadra elettorale mai messa assieme nella storia politica: a voi tutto ciò è dovuto, e vi sarò per sempre grato per quello che avete sacrificato per realizzarlo.

Ma al di sopra di tutto, non dimenticherò mai coloro ai quali realmente appartiene questa vittoria. Appartiene a voi! Appartiene a voi!

Non sono mai stato un candidato favorito per questa carica. Non abbiamo mai avuto né molto denaro né molto consenso. La nostra campagna non è stata ordita nelle stanze di Washington. È cominciata nei cortili di Des Moines, nei soggiorni di Concord, sotto i portici di Charleston. E’ stata fatta da uomini e donne che hanno dato quel poco che avevano da dare: 5 o 10 o 20 dollari per la causa.

Ha tratto la propria forza da quei giovani che hanno respinto il mito di una generazione apatica e hanno lasciato le proprie case e le proprie famiglie per lavori che offrivano pochi soldi e ancor meno riposo. Ha preso la propria energia da quei meno giovani che hanno sfidato il freddo gelido e il caldo bruciante per bussare alle porte di perfetti sconosciuti, e dai milioni di americani che hanno prestato la propria opera volontaria e lavorato e provato che, più di due secoli dopo, il governo delle persone, dalle persone e per le persone non è stato inghiottito dalla Terra.

Questa è la vostra vittoria!

E io so che non avete fatto tutto ciò che avete fatto per vincere un’elezione. E so che non l’avete fatto per me.

Lo avete fatto perché capite l’enormità del compito che abbiamo davanti. Perché anche se stanotte stiamo festeggiando, sappiamo bene che le sfide che ci attendono domani saranno le più importanti della nostra vita: due guerre, un pianeta in pericolo, la peggiore crisi finanziaria del secolo.

Anche se stanotte siamo qui, sappiamo che ci sono dei coraggiosi americani che si stanno svegliando nei deserti dell’Iraq e nelle montagne dell’Afghanistan per rischiare le proprie vite per noi.

Che ci sono madri e padri che resteranno svegli dopo che i loro bambini si saranno addormentati e si chiederanno come faranno con l’ipoteca o a pagare il conto del medico o a risparmiare abbastanza per l’università dei loro figli.

Ci sono nuove energie da imbrigliare, nuovi posti di lavoro da creare, nuove scuole da costruire, minacce da fronteggiare, alleanze da ricostruire.

La strada che abbiamo davanti è lunga. La salita è ripida. Potremmo non arrivarci in un anno e nemmeno in un mandato. Ma, America, non ho mai auto tanta speranza quanta ne ho stasera sul fatto che ci arriveremo! Io vi prometto che noi ci arriveremo!

Ci saranno ostacoli e false partenze. Molti non concorderanno con tutto ciò che deciderò o con le mie politiche da Presidente. E sappiamo che il governo non può risolvere ogni problema.

Ma sarò sempre onesto con voi riguardo alle sfide che dovremo affrontare. Vi ascolterò, soprattutto quando non sarete d’accordo. E, sopra ogni cosa, vi chiederò di partecipare alla ricostruzione di questa nazione, nell’unico modo in cui l’America è stata fatta per 221 anni - - edificio per edificio, mattone per mattone, mano callosa per mano callosa.

Ciò che è cominciato 21 mesi fa nel cuore dell’inverno non può terminare in questa notte d’autunno.

Questa vittoria da sola non è il cambiamento che vogliamo. E’ solo l’opportunità di realizzare quel cambiamento. E ciò non può accadere se ritorniamo indietro al modo in cui le cose erano.

Non può accadere senza di voi, senza un nuovo spirito di servizio, un nuovo spirito di sacrificio.

Dunque facciamo appello ad un nuovo spirito di patriottismo e di responsabilità, per cui ognuno di noi si rimbocchi le maniche e lavori duramente e si prenda cura non solo di sé stesso ma anche degli altri.

Ricordiamoci che se la crisi finanziaria ci ha insegnato qualcosa è che non possiamo avere un Wall Street ricco e un "Main Street" (n.d.t inteso nel senso del popolo, della gente comune) in sofferenza.

In questo paese, nasciamo e moriamo come Una Nazione, Un Popolo. Non cediamo alla tentazione di ricadere nella faziosità, nella chiusura mentale e nell’immaturità che ha avvelenato la nostra politica così a lungo.

Ricordiamoci che è stato un uomo originario di questo stato a portare per primo lo stendardo del Partito Repubblicano alla Casa Bianca, un partito fondato sui valori dell’autostima, della libertà individuale e dell’unità nazionale.

Quei valori sono valori che tutti noi condividiamo. E mentre il Partito Democratico vince un’importante elezione stanotte, noi lo facciamo con una dose di umiltà e determinazione a sanare le divisioni che hanno ostacolato il nostro progresso.

“Non siamo nemici ma amici. La passione che ci anima non potrà spezzare l’affetto che ci unisce.”

A tutti gli Americani che non mi hanno supportato dico che potrò non aver avuto il vostro voto oggi ma ascolterò le vostre voci. Ho bisogno del vostro aiuto e sarò anche il vostro Presidente.

A tutti coloro che ci guardano stanotte dall’estero, da Parlamenti e Palazzi stranieri, a tutti coloro che ci ascoltano per radio da qualche sperduto angolo del mondo io dico che le nostre storie sono diverse ma il nostro destino è uno e una nuova alba nella leadership Americana sta sorgendo.

A coloro che vogliono distruggere il mondo dico che li sconfiggeremo. A coloro che cercano la pace e la sicurezza dico che li aiuteremo. E a tutti coloro che si chiedono se la fiamma dell’America brucia ancora io rispondo che la forza di questa nazione non arriva dal livello della nostra potenza o della nsotra sanità ma arriva dal potere dei nostri ideali.

Democrazia, libertà, opportunità e un’instancabile speranza.

La vera genialità dell’America sta nella capacità che ha di cambiare.

La nostra unione può essere perfezionata e ciò che abbiamo già ottenuto ci dà forza e speranza per ciò che dobbiamo e possiamo ottenere domani.

Quest’elezione ha tanti record e molte storie in merito verranno raccontate alle prossime generazioni.

Ciò che è nella mia mente oggi è una donna che ha votato ad Atlanta. E’ simile ai tanti che hanno atteso in fila per far sentire la propria voce eccetto per una cosa: Ann Nixon Cooper ha 106 anni.

E’ nata una sola generazione dopo la schiavitù, in un tempo in cui non c’erano auto per le strade nè aerei nei cieli, in un tempo in cui una persona come lei non poteva votare per ben due ragioni: perché è una donna e per via del colore della sua pelle.

Stanotte penso a tutto ciò che lei ha visto durante questo secolo Americano. I giorni difficili e la speranza, la fatica e il progresso, i tempi in cui ci veniva detto “Non potete” (You can’t) e il tempo in cui una parte dell’America rispose “Possiamo” (Yes, We can).

In un tempo in cui la voce delle donne era zittita e le loro speranze ignorate, lei ha vissuto abbastanza per vedere le donne alzarsi e reclamare i loro diritti, fino a raggiungere le urne e dire “Noi possiamo”.

Quando c’era sconforto e la depressione si spandeva nella nazione, lei ha visto l’America rialzarsi sulle proprie gambe con nuovi obiettivi, nuovo lavoro, un nuovo senso di intento comune. “Noi possiamo”

Quando le bombe sono cadute sui nostri porti e il terrore ci ha attanagliati lei era li ad osservare una generazione cresciuta per salvare la democrazia. “Noi possiamo”

Era li durante le rivolte di Montgomery, gli scontri di Birmingham, le impiccagioni di Selma e era li di fronte ad un pastore di Atlanta che disse <<We shall overcome>> (noi ce la faremo). “Noi possiamo”

Un uomo è arrivato sulla luna, un muro è caduto a Berlino, un mondo intero è stato avvicinato dalla scienza e dall’immaginazione e quest’anno, in queste elezioni, lei ha avvicinato il dito ad uno schermo e ha votato. Perché dopo 106 anni in America, attraverso i tempi belli e i momenti peggiori, sa come l’America può cambiare.

Yes we can.

America, siamo arrivati molto lontano, abbiamo visto così tanto, ma c’è molto altro ancora da fare.

Quindi stanotte chiediamoci:

Se i nostri figli vivranno fino a vedere il nuovo secolo, se le mie figlie saranno così fortunate da poter vivere quanto Ann Nixon Cooper, quali cambiamenti vedranno? Quali progressi avremo compiuto?

Questa è la nostra occasione per dare delle risposte. Questo è il nostro momento. Questo è il nostro tempo.

E’ il momento di riportare la nostra gente al lavoro, di creare opportunità per i nostri figli. Il momento di ricreare la prosperità e di promuovere la causa della pace. Per ricreare il sogno americano e riconfermare la verità che tutti insieme siamo una cosa sola, che respiriamo e speriamo e che risponderemo a coloro che con cinismo e dubbio ci dicono che non ce la faremo con un unica voce che racchiude lo spirito del nostro popolo: Yes We Can.

Barack Obama (Nuovo Presidente degli Stati Uniti d'America)
Chicago, 4 novembre 2008.




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5 novembre 2008

Obama 299 McCain 239

 

Il nuovo schema ispirato da un sondaggio della Fox News e di Rasmussen vede Obama in svantaggio in Ohio ed Indiana ed in forte vantaggio in Virginia, normalmente stato conservatore. Nella previsione attuale anche la Florida ed il North Carolina sono dati a McCain, mentre la Pennsylvania è data leggermente ad Obama.

La riflessione è che se il triangolo industriale Columbus-Cleveland-Cincinnati sceglie McCain, potrebbe farlo anche il duo industriale Pittsburgh-Philadelphia in Pennsylvania. Tutto potrebbe giocarsi dunque in Florida ed in Colorado, Nevada e New Mexico, dove il voto degli ispanici diverrebbe decisivo.




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6 ottobre 2008

CUCUTENI – TRYPILLYA: UNA GRANDE CIVILTÀ DELL’ANTICA EUROPA (5000 – 3000 a.C.)

 

Su segnalazione di Tatiana Covor, scrittrice e giornalista, corrispondente di AM Press, agenzia rumena dall’Italia, vi segnaliamo questo importante comunicato che è un fondamentale ponte di vicinanza non retorica e di conoscenza del popolo rumeno, in questo momento in cui abbiamo paura di parlare di razzismo, ma non del razzismo stesso.

Angelo M. D’Addesio.

 

Roma 20 agosto 2008. Si presenta in anteprima mondiale a Roma, a Palazzo della Cancelleria, la mostra dedicata ad una magnifica e antica civiltà d’Europa: i Cucuteni -Trypillya, una delle prime e importanti manifestazioni della civiltà del Vecchio Continente. L’eccezionale rassegna vede per la prima volta la collaborazione in campo storico e culturale fra Romania ed Ucraina, con uno speciale contributo della Repubblica di Moldavia.

La stretta collaborazione tra gli esperti dei musei dei tre paesi confinanti si risolve in un progetto espositivo unitario che illustrerà al pubblico lo splendore ed il mistero dell’antica civiltà neolitica.   

 

Composta da oltre 450 reperti, fra i più significativi finora emersi dagli scavi e provenienti dai musei e dalle collezioni private più importanti dei tre paesi, la mostra Cucuteni-Trypillya: una grande civiltà dell’antica europa verrà presentata con uno speciale allestimento che proporrà diverse visioni delle proto-città ricostruite dagli archeologi. Gli studi finora condotti confermano che fra gli aspetti più importanti raggiunti da questa civiltà si può verosimilmente parlare di uno stadio proto-urbano: una condizione certamente significativa per una civiltà le cui prime testimonianze risalgono al V millennio a.C.

 

L’importante rassegna è promossa dall’Ambasciata d’Ucraina presso la Santa Sede; dal Ministero della Cultura e degli Affari Religiosi di Romania; dal Ministero della Cultura e del Turismo della Repubblica di Moldavia; dal Ministero della Cultura e del Turismo d’Ucraina.

La parte scientifica vede la collaborazione dei massimi esperti e accademici dei tre Paesi: la Dott.ssa Lacramioara Stratulat, Direttrice del Complesso Museale Nazionale “Moldova” di Iasi, il Prof. Nicolae Ursulescu, Direttore del Centro Interdisciplinare di Studi Archeostorici dell’Università “Alexandru Ioan Cuza” di Iasi, il Dr. Romeo Dumitrescu, Presidente della Fondazione “Cucuteni pentru Mileniul III” di Bucarest, il Dr. Sergiy Krolevets, Direttore del Museo Nazionale Storico-culturale “Kyevo-Pecherska Lavra”, il Dr. Sergiy Chaykovskyi, Direttore del Museo Nazionale Storico dell’Ucraina, i Sig.ri Sergiy Taruta e Mykola Platonov, comproprietari della famosa collezione “Platar” di arte antica (Ucraina) e con la partecipazione dell’Istituto di Archeologia dell’Accademia Nazionale delle Scienze dell’Ucraina ed il Museo Storico Nazionale di Dnipropetrovsk.

Per la Repubblica di Moldavia i contributi scientifici sono a cura del Dr. Eugen Sava, Direttore del Museo Nazionale di Archeologia e Storia della Repubblica di Moldavia, del Dr. Valentin Dergacev, Direttore dell’Istituto della Memoria Culturale di Chisinau.

 

La rassegna si avvale del patrocinio dell’Ambasciatore d’Ucraina presso la Santa Sede S.E. Sig.ra Tetiana Izhevska, del Ministro della Cultura e del Turismo d’Ucraina On. Vasyl’ Vovkun, del Ministro della Cultura e degli Affari Religiosi di Romania, On. Adrian Iorgulescu e del Segretario Generale del Ministero della Cultura e degli Affari Religiosi di Romania, On. Virgil Nitulescu.

 

La mostra è organizzata da Artifex, Comunicare con l’Arte, e si avvale del sostegno dell’Unione Industriale di Donbass (Ucraina), Sig. Sergiy Taruta, Presidente del Consiglio d’Amministrazione dell’UID, il Progetto “Artinvest”, nonchè dal Sig. Mykola Platonov, comproprietario del Museo del patrimonio nazionale culturale “PLATAR” (Ucraina) e Presidente del Fondo di beneficenza in memoria di Sergiy Platonov.

 

 CUCUTENI - TRYPILLYA

Considerata la prima grande civiltà d’Europa, quella di Cucuteni-Trypillya è emersa e si è sviluppata nelle regioni che oggi fanno parte di tre differenti stati: Romania, Ucraina e Repubblica di Moldavia. Gli scavi, iniziati alla fine dell’800 e da allora mai interrotti, hanno restituito al patrimonio culturale universale una civiltà caratterizzata da una forte originalità e da un livello di progresso sorprendente per quell’epoca.

 

Il nome di questa civiltà è stato stabilito in modo convenzionale dagli archeologi in base ai nomi dei villaggi Cucuteni in Romania, vicino a Iasi, e Trypillya in Ucraina, vicino a Kiev, dove, alla fine del XIX secolo sono state rinvenute per la prima volta ceramiche dipinte e statuette di terracotta, categorie di oggetti divenuti simbolo di quest’antica popolazione. A più di cento anni dalla loro scoperta questi siti archeologici sono entrati nella letteratura scientifica di tutto il mondo. Siamo di fronte ad una civiltà estesa su circa 350.000 km quadrati con insediamenti di varie dimensioni, proto-città che si sviluppavano su centinaia di ettari, elaborate fortificazioni, abitazioni che variavano da capanne interrate a costruzioni fino a due piani, oggetti in ceramica la cui utilità si abbina in modo armonioso all’aspetto estetico, una religione affascinante le cui tracce sono marcate fra idoli e oggetti cultuali dall’incredibile simbolismo, oggetti rituali la cui funzionalità è ancora in fase di interpretazione.

Maggiori sono le informazioni raccolte sulla civiltà Cucuteni-Trypillya, più questa cultura diventa misteriosa, soprattutto per ciò che riguarda i luoghi e il suo ruolo ricoperto nella storia universale; vi è anche l’ipotesi che questi luoghi potrebbero essere il punto di partenza della civiltà dei Sumeri se non, addirittura, che a questi luoghi sia riferibile il mito di Atlantide.

Alla fine del XIX secolo un nucleo fondamentale di scoperte archeologiche hanno modificato la visione della storia dell’umanità: Schliemann scoprì la città di Troia, Evans rivelò al mondo il Palazzo di Knossos a Creta, in Medio Oriente si diede inizio alle scoperte delle civiltà mesopotamiche, conosciute, fino ad allora, solo in antichi scritti.

 

Per quello che riguarda l’Europa dell’Est vi era un’opinione secondo cui, in quest’area, nell’epoca preistorica i contributi allo sviluppo della civiltà furono pochi. Contrariamente, grazie agli scavi dal 1884 in Romania e dal 1893 in Ucraina, furono portati alla luce i primi segni delle civiltà che progressivamente hanno modificato l’idea che gli storici avevano, fino a quel momento, del progresso della civiltà in Europa. Un gruppo di intellettuali di Iasi (Theodor Burada, Nicolae Beldiceanu, Grigore Butsureanu e George Diamandi), effettuando gli scavi su Dealul Cetatuia, nel villaggio Cucuteni, scoprirono belle ceramiche dipinte e numerose statuette di terracotta, raffiguranti uomini e animali. La comunicazione dei risultati ad un congresso internazionale, svoltosi a Parigi nel 1889, introdusse nel circuito scientifico europeo i dati necessari per l’avvio allo studio di queste antica civiltà. A quell’eccezionale congresso erano presenti, nel ruolo di componenti del comitato scientifico e archeologico, figure quali Schliemann, Evans, de Mortillet e Montelius, che convalidarono il legame fra le scoperte di Cucuteni, le scoperte del bacino Egeo e quelle dell’Asia Minore. Poco tempo dopo, l’archeologo ucraino V. Khvoyka, divenuto successivamente uno dei fondatori del Museo Nazionale di Storia dell’Ucraina, trovò in un sito archeologico nelle vicinanze del villaggio Trypillia, vicino Kiev, resti di vasi in argilla, statuette raffiguranti donne e armi in pietra e rame, risalenti sicuramente a periodi antecedenti a quelli finora ipotizzati. I ritrovamenti rivelarono come  gli abitanti che vivevano in quei territori coltivavano la terra, erano abili artigiani ed avevano credenze religiose.

 

Fin dall’inizio del XX secolo si determina un collegamento fra le scoperte portate alla luce in Romania ed in Ucraina; la forma è quella di un’unica grande civiltà, Cucuteni-Trypillya, pur se, nei due paesi, furono mantenuti nomi differenziati. La moltitudine delle scoperte riferibili a Cucuteni-Trypillya, dall’est della Transilvania fino al fiume Dnipro e dal nord-est di Muntenia fino al sud della Polonia, hanno dimostrato l’unità di questa grande civiltà con luoghi estesi e ricchi, con edificazioni e oggetti di un senso estetico del tutto peculiare.

 

Gli scavi archeologici provarono l’eccellente grado raggiunto dalla popolazione nell’agricoltura, confermarono come non solo vi erano solo villaggi comuni, ma anche centri abitati di dimensioni davvero impressionanti con superfici che variavano dai 150 fino ai 450 ettari. Non si trattava, chiaramente, di singole abitazioni anche se molto grandi, ma di vere e proprie “città preistoriche”. In particolare l’insediamento del bacino del  Bugo Meridionale mostrava strutture urbane con abitazioni poste in cerchi concentrici oppure disposte in linee parallele o gruppi, tese a formare piazze e luoghi destinati ad attività pubbliche o comunitarie. Alcune abitazioni erano molto grandi, da 300 a 600 metri di lunghezza, composte da molte stanze. I muri ed il soffitto erano decorati con disegni neri e rossi. I letti e altri arredamenti d’interni erano decorati con disegni complicati realizzati con colori brillanti.

Alcune delle statuette ritrovate negli scavi archeologici rappresentavano i personaggi importanti che vivevano nelle costruzioni appartenenti a queste città preistoriche. I volti maschili sono allungati, con nasi pronunciati. Mentre tutte le statuette rappresentanti le donne sono state trovate senza alcuna maschera sul volto e questo è uno dei misteri della civiltà Cucuteni-Trypillya. Il numero delle statuette maschili ritrovate è decisamente inferiore rispetto a quelle femminili e, in tutte, si può notare la forma ovale del volto o la presenza di una maschera. La maggior parte delle statuette femminili sono aggraziate, con lunghe gambe, alcune nude e altre avvolte in quello che sembra un abito da festa. La ragione per cui le figure femminili sono “senza volto” non è chiara, ma si presume possa essere riferibile a esigenze rituali. Uno studio approfondito rivela che le maschere sono caratterizzate da raffigurazioni di animali: pecore, maiali, lucertole, tartarughe, serpenti e pennuti quali galli, galline, cicogne, falchi, anatre e altri uccelli sacri.

Perché il volto era coperto ed il corpo no? Gli esami sulle statuette rivelarono che i corpi delle donne erano tatuati in diversi punti, soprattutto sullo stomaco e sulla schiena. I disegni ornamentali più diffusi erano spirali, rombi e serpentine (l’Albero della Vita). Alcune delle statuette portano ancora segni di colori rosso e nero che riprendono i dettagli dei vestiti. L’ornamento più popolare sembra essere stato la gonna con frange di varie lunghezze, ma anche grembiali.

            L’ultimo stadio nello sviluppo della civiltà Cucuteni-Trypillya rivela un cambiamento nel modo di vestire. Le donne iniziano ad indossare vestiti aderenti e probabilmente anche qualcosa di simile ai pantaloncini corti. Questi indumenti erano tutti decorati con spirali e serpentine. Le statuette e le figure sui vasi indicano che le donne indossavano anche alti stivali rossi. I capelli erano pettinati in vari modi. Le raffigurazioni sui vasi mostrano che i capelli delle donne erano raccolti oppure sistemati in alto con due trecce. Comunque erano pettinati indietro per le occasioni speciali.

 

            Le occupazioni di base della popolazione di Cucuteni-Trypillya erano l’agricoltura e l’allevamento di suini, ovini e bovini; verosimilmente addomesticavano i cavalli. Gli specialisti di paleo-botanica hanno dimostrato l’esistenza di certi tipi di grano, orzo, cereali, legumi, viti, ciliegi e prugni. La loro agricoltura era avanzata per quei tempi, usavano, infatti, aratri a trazione animale.  

La popolazione di Cucuteni-Trypillya usava dei forni per cuocere la ceramica. Nel villaggio di Vesely Kut (letteralmente tradotto: angolo allegro) furono trovati resti di sofisticati forni. Ad Ariusd nel sud-est della Transilvania sono stati ritrovati forni evoluti, composti da due camere separate che permettevano di ottenere alte temperature per la cottura in profondità degli oggetti di ceramica. I vasi erano di diversi tipi e stili, decorati in almeno 20 diversi modi. Nell’insediamento di Nebelivka, vicino a Maydanetsky in Ucraina, gli archeologi portarono alla luce quello che potrebbe essere considerato il più antico set di ceramiche dell’Est Europa, con piatti, ciotole e coppe riportanti lo stesso decoro. La ceramica di qualità era opera di alcuni maestri specializzati e costituiva uno dei beni di prestigio utilizzato negli scambi commerciali intercomunitari.

            I metallurgici della civiltà Cucuteni-Trypillya conoscevano diversi metodi di lavorazione del rame, e perfino i metodi per ottenere le leghe metalliche, compresi rame e argento. In proporzione inferiore lavoravano anche l’oro con cui realizzavano gioielli di prestigio. Gli oggetti di metallo erano accumulati quali tesori (come quelli scoperti a Ariusd, Habasesti, Brad, Carbuna, Horodnica). Il tesoro di Ariusd (Romania) conteneva ben 1.992 oggetti di rame, il tesoro di Carbuna (Repubblica di Moldavia) 444 oggetti di metallo, mentre i tesori di Ariusd e Brad  (Romania) contenevano anche oggetti in oro.

Gli insediamenti di Cucuteni-Trypillya (oggi denominati “piccole fortezze” per via della posizione dominante) mostrano sistemi di fortificazione che consistono in fossati,  terrapieni e palizzate.

            Nell’ultima fase di sviluppo della civiltà Trypilliana, le città di tipo proto-urbano dell’area est (Trypillia) estendevano le fortificazioni fino a tutto il perimetro dell’abitato, innalzando, talvolta, anche muri di pietra. Queste fortificazioni avevano lo scopo di difendere gli insediamenti e le ricchezze dagli attacchi delle comunità vicine e dalle tribù nomadi infiltrate nell’area attraverso le regioni delle steppe.

Gli archeologi, i fisici e i paleo-botanici, impegnati nello studio della civiltà Cucuteni-Trypillya, presumono che uno dei fattori che determinarono il declino di questa civiltà agli apici del suo sviluppo fu il progressivo peggioramento della situazione ecologica, sentita in tutta l’area dell’Eurasia. Ma le vere ragioni della scomparsa della civiltà Cucuteni-Trypillya non sono ancora del tutto chiare. Altresì, ad oggi, non si conosce l’idioma parlato pur se, secondo varie opinioni, è fra la popolazione di Cucuteni-Trypillya che andrebbe cercata l’origine della lingua Indo-Europea.

            La civiltà Cucuteni-Trypillya ha attraversato distinte fasi di evoluzione, designate in modo diverso nella letteratura specifica della Romania e dell’ex Unione Sovietica. Nella loro fase più antica, le dimore di Cucuteni-Trypillya erano relativamente piccole, alcune di esse scavate nel terreno. Nella fase media, le dimensioni degli insediamenti e delle abitazioni crebbero. Durante l’ultima fase la decorazione della ceramica è più raffinata, vi si rappresentano scene mitologiche. Allo stesso tempo si realizzano armi sempre più sofisticate, sia in metallo (pugnali e asce) sia in pietra (asce, punte di freccia e lance), che mettono in evidenza come il combattimento occupasse un posto sempre più importante nella vita della comunità.

            La loro religione e i loro culti trattavano in tutta evidenza argomenti quali la cosmogonia e l’aldilà. Tra i culti più sviluppati vi è il culto per la Madre Terra (che assicurava fecondità e fertilità), per il Toro Celeste e per il Fuoco (come attributo celeste). Gli artefatti trovati negli scavi archeologici suggeriscono l’esistenza di scambi commerciali con le altre tribù del centro e sud-est Europa, ma anche con quelle delle aree di steppa, del Caucaso e dell’Asia centrale.

Al momento vi sono molte più domande che risposte su questa importante civiltà dell’est europeo, ciò può solo aumentare l’aura di mistero che ancora ne avvolge usi e costumi, ma la ricerca continua e nuove scoperte potranno certamente chiarire, almeno in parte, il ruolo storico e l’apporto all’evoluzione dell’uomo dell’antica civiltà Cucuteni-Trypillya.




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12 settembre 2008

Bye Bye Africa

 

Il servizio di seguito appartiene a Riccardo Barlaam, autore del blog sulla piattaforma web del Sole 24 Ore, dedicato interamente al continente africano ed ha vinto il premio Baldoni 2008, per la sezione web. E’ stato pubblicato sul sito del Sole 24 Ore e su Nigrizia. L’Africa può essere orgogliosa del web ed il web può finalmente entrare nel giornalismo vero. Grazie Riccardo.      

Cartoline dall’Africa. Il presidente americano George W. Bush che sorride, un po’ impacciato, mentre prova a fare un passo di danza. Seguendo i passi di donne festose in abito tradizionale, piene di colori e di gioia. Con le bandierine a stelle e strisce in mano. Succede a Monrovia, in Liberia. “L’America è in una missione di speranza. Noi consideriamo i leader africani come nostri partner, al nostro stesso livello. Ma ci aspettiamo che producano risultati misurabili. Ci aspettiamo che lottino la corruzione, che investano in politiche sanitarie e di educazione per la loro gente e che perseguano politiche economiche di mercato”. Le parole del presidente alla vigilia del suo secondo viaggio in Africa, l’ultimo, di fine mandato, segnano la traccia di una missione che ha avuto due facce: umanitaria e geopolitica.
Bush ha visitato cinque nazioni, dal 15 al 21 febbraio: Benin, Tanzania, Ruanda, Ghana e Liberia. Nel 2003 era stato in Sudafrica, Botswana, Uganda, Nigeria e Senegal. Dieci Paesi visitati in due mandati, proprio come il suo predecessore Bill Clinton. Il tour africano è stato  l’occasione per fare il bilancio dei passi avanti fatti dalle politiche di sostegno Usa alla lotta contro l’Hiv/Aids e ad altre malattie. L’occasione, secondo la Casa Bianca, per discutere con queste cinque nazioni come “continuare la partnership per sostenere le riforme democratiche, il rispetto dei diritti umani, la liberalizzazione degli scambi, gli investimenti esteri e le opportunità economiche offerte dal continente”. Il tour di Bush ha mostrato anche la debolezza della politica estera Usa sotto il suo mandato.

Capitolo aiuti. Dal 2003 (dati Usa) dalla data di lancio dell’iniziativa Pepfar (President’s emergency plan for Aids relief: www.pepfar.gov) sono stati avviati programmi di trattamento con i farmaci anti-retrovirali con il bollino United States per 1,4 milioni di persone nell’Africa subsahariana, Asia e Caraibi (con impegni per 15 miliardi di dollari in 5 anni). Non mancano le critiche. Un terzo dei fondi spesi in Tanzania dall’iniziativa Pepfar, ad esempio, sarebbero stati utilizzati per programmi di astinenza sessuale: le organizzazioni non governative favorite sono state quelle evangeliche, come il loro presidente. L’ostilità di queste ong a prostitute e omosessuali ha limitato di molto l’efficacia di tali programmi e le politiche di prevenzione.
Oltre a ciò l’iniziativa del presidente contro la malaria (President’s malaria iniziative o Pmi) assieme a quella contro l’Aids, si stima abbia raggiunto 25 milioni di persone nell’Africa Sub-sahariana per aiutare a debellare la malattia.
Dal 2001, sempre secondo la Casa Bianca, gli Stati Uniti hanno aumentato gli impegni per lo sviluppo e hanno trasformato anche le politiche. “Molte nazioni – parole del presidente - continuano a seguire una visione paternalistica dei rapporti con l’Africa o un modello di sviluppo che mira a sfruttare le sue risorse. L’America boccia tutti e due questi approcci. Gli Usa trattano i leader africani come partner”. Durante il suo viaggio in Africa Bush ha annunciato altre iniziative che vanno nella stessa direzione.
Gli aiuti allo sviluppo Usa sono passati da 1 miliardo di dollari nel 1996 a 4,1 miliardi nel 2005. Ora Bush ha impegnato da qui al 2010 nel budget federale 8,7 miliardi di dollari per gli aiuti allo sviluppo, più del doppio di quanto si spendeva nel 2005.
La Casa Bianca ha coinvolto 5 fondi di investimento nell’attività dell’Overseas private investment corporation (Opic), l’agenzia governativa nata nel 1971 per facilitare la partecipazione di capitali di privati in progetti di sviluppo economico e per coprire i rischi di investimento delle aziende Usa nei Pvs. Questi 5 nuovi fondi mobiliteranno 875 milioni di dollari, e vanno ad aggiungersi ai 750 milioni di dollari già previsti dall’Opic e annunciati dalla Amministrazione Bush lo scorso novembre, per un totale di 1,6 miliardi di dollari.
In Tanzania, il presidente Bush ha concesso aiuti per 662 milioni di dollari e siglato un Piano di sviluppo economico da 698 milioni di dollari (Millennium challenge corporation, Mcc), di cui beneficeranno 4,8 milioni di persone per cinque anni. Soldi che saranno utilizzati per migliorare la rete elettrica, la diffusione dell’acqua, le strade.
In Ruanda è stato firmato un accordo bilaterale di investimenti (il primo siglato dagli Stati Uniti nell’Africa sub sahariana in questa decade). Accordo che prevede la promozione degli investimenti, la tutela legale degli investitori stranieri e l’apertura delle barriere doganali tra i due Paesi. Nel Benin Bush ha presentato la sua visita come un trionfo della carità e della pietà targata U.S.A. Il presidente Thomas Yayi Boni ha chiesto senza successo al presidente americano di ridurre i dazi all’importazione di cotone negli Stati Uniti. “Nel mio Paese due persone su tre vivono con il cotone. E questi sussidi distorcono il mercato”. Parole forti sono state espresse contro il Sudan e il suo regime per il Darfur. Senza mezze parole Bush ha definito il Governo Bashir e i leader dei ribelli musulmani responsabili di “genocidio”.
Al di là dei discorsi e dell’effluvio inevitabile di retorica la realtà parla di una superpotenza che non accetta la perdita di influenza arrivata dopo lo sbarco dei cinesi. Il presidente americano che non era mai uscito dal suolo patrio prima di essere eletto e che una volta ebbe a dire, come ha ricordato Marinane Meunier su Jeune Afrique, che “la Nigeria è un continente importante” in effetti ha aumentato l’impegno del suo Paese per lo sviluppo e l’assistenza. E se sotto Clinton il motto era “scambi non aiuti” (trade but not aid”) nell’era Bush lo slogan potrebbe essere declinato con un più realistico “scambi e aiuti”, considerando che allo stesso tempo sono aumentati enormemente gli interessi economici americani in Africa: gli scambi  commerciali negli ultimi due anni sono cresciuti del 60 per cento (riassumibili principalmente in una sola voce merceologica: il petrolio che da solo rappresenta il 90% dell’export africano verso gli Usa).

Nel 2004 il presidente Bush ha lanciato l’iniziativa Mcc, Millenium challenge corporation, un piano che ricompensa con degli aiuti addizionali i Paesi che attuano pratiche di buon governo, di lotta alla corruzione e di apertura dei mercati o di promozione delle imprese. Benin, Ghana, Ruanda e Tanzania, quattro dei cinque Paesi che Bush ha visitato, rientrano tra i primi della classe nell’implementazione del Mcc. Finora sono stati siglati 7 accordi bilaterali per un totale di 2,4 miliardi di dollari. Diversa la situazione della Liberia che porta con sé, nonostante la ritrovata stabilità politica, ancora le ferite aperte della guerra civile e la povertà endemica di gran parte della popolazione. Non a caso Ellen Johnson-Sirleaf, la presidente liberiana che ha goduto di un sostegno esplicito da parte degli Usa durante le elezioni presidenziali del 2005, è stata l’unica leader africana ad aver dato la sua disponibilità per ospitare Africom, il comando militare americano unificato per l’Africa contro il terrorismo, considerato da molti un’ingerenza neocoloniale Usa, che invece avrà sede in Germania. La Liberia non poteva fare altro. Stretta nella morsa della povertà: il 52% della popolazione vive di niente, il regime dittatoriale di Samuel Doe ha lasciato in eredità al paese un disastrosa situazione economica con un debito estero stimato di 3,5 miliardi di dollari.
Nonostante i suoi sforzi umanitari Bush non è popolare in Africa. Pesano sulla sua immagine il fallimento in Iraq, l’Afghanistan, le continue invasioni di campo e le violazioni della sovranità in nome della guerra al terrorismo.
Gli Stati Uniti hanno importanti interessi in Africa. Il continente nero ha una posizione strategica per le relazioni con il Medio Oriente e, come è noto, è appetito da tutte le grandi potenze per la ricchezza di materie prime. Ma negli ultimi tempi l’egemonia americana in Africa è stata superata nei fatti dall’aumento dell’influenza della Cina. In cinque anni i leader cinesi hanno visitato cinque volte il continente,in lungo e in largo a caccia di commodities. In cambio di manodopera, infrastrutture, tecnologia, export a basso costo e rapporti preferenziali. La superpotenza asiatica nei fatti è diventata il primo e più importante partner per molti paesi africani. A scapito della perdita di influenza europea e soprattutto americana.
Dove l’Occidente parlava, la World Bank e i suoi programmi mostravano l’incapacità di muovere lo sviluppo, la Cina faceva. Senza soffermarsi troppo sui particolari (corruzione o non corruzione, democrazia o dittatura) o sulle beghe interne. Pechino nei fatti ha scalzato Washington. Anche se nelle dichiarazioni ufficiali dei suoi leader non si parla mai di competizione tra i due Paesi in Africa.
L’Africa (e l’incapacità di Bush di aumentare l’influenza americana) rappresenta un altro dei fallimenti (visibili) della politica estera Usa dopo la debacle in Iraq e Afghanistan. Bush nel suo tour africano ha visitato cinque paesi del Corno d’Africa. Ha inviato Condoleezza Rice, il capo della sua diplomazia, nel Kenya dilaniato da un conflitto inaspettato, nato sulle ceneri di una contestata elezione presidenziale. Kenya che per anni ha giocato un ruolo strategico nelle relazioni con gli Stati Uniti e nella lotta al terrorismo. Bush si è guardato bene dal recarsi a Nairobi. Così come non ha toccato il Sudafrica, potenza economica e guida del continente, non ha toccato la Nigeria, maggior fornitore di petrolio agli americani e per lungo tempo alleato strettissimo, né tantomeno l'Angola, altro grande produttore di greggio che ha stabilito relazioni preferenziali con Pechino. Non è andato in Congo e Uganda, ricchi di materie prime. Il fatto che Bush non sia stato invitato da nessuno di questi Paesi mette in luce la distanza che separa questi governi dalla politica estera Usa. Il gelo nasce dal tanto contestato piano Africom, ritenuto da diversi leader un vero e proprio modo, sottile, sotterraneo di ristabilire una sorta di potere coloniale in Africa. Piano, non a caso, ridimensionato dalla Casa Bianca alla vigilia del viaggio presidenziale. 
La visita di Bush in definitiva non è servita a limitare la crescita dell’influenza cinese in Africa. Il fallimento del programma Africom pone Washington in un vicolo cieco: non si è riusciti ad aumentare l’influenza con il potere militare. E in assenza di soluzioni diplomatiche o di un colonialismo economico di cui non si ha più la leadership non ci sembra ci siano altre strade. L’orizzonte è limitato. A singoli Paesi. Un fatto difficile da accettare per una superpotenza che non convince più neanche i Paesi in via di sviluppo.

Riccardo Barlaam 

Link:

http://africa.blog.ilsole24ore.com/2008/04/bye-bye-africa.html?cid=130339008#comment-130339008




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28 luglio 2008

Zimbabwe: quindici giorni per una speranza

 

Una veloce stretta di mano fra Robert Mugabe, presidente-padrone dello Zimbabwe da ventotto anni e Morgan Tsvangirai, maggior leader dell’opposizione del Movimento per il Cambiamento Democratico e soprattutto la firma congiunta, lo scorso 21 luglio, di un memorandum di intesa che ha sancito l’inizio dei colloqui a Pretoria fra maggioranza ed opposizione sono ancora poca cosa per sapere se si sbloccherà la drammatica situazione nel paese più inflazionato del continente africano. D’altronde il primo punto del memorandum stabilisce che le due parti non abbiano alcun contatto con la stampa, né divulghino all’esterno informazioni, anche a mezzo di altri esponenti di partito ed è difficile che trapelino notizie certe. Sono scontati però i temi fondamentali di queste trattative ovvero l’adozione di urgenti misure di sicurezza per proteggere persone e proprietà dalle estorsioni e dalle violenze politiche e la risoluzione di una grave crisi economica che vede il paese tormentato da un’inflazione-record pari a 2 milioni per cento e dal blocco degli aiuti umanitari voluto dal presidente Mugabe che continua a vietare le attività di molte organizzazioni umanitarie europee, soprattutto britanniche, tra cui quelle di distribuzione alimentare. La soluzione finale dell’accordo dovrebbe essere la formazione di un governo di unità nazionale ed una riforma costituzionale in cui sia prevista l’istituzione della figura del primo ministro a capo dell’esecutivo, in coordinazione con il presidente. Tuttavia gli incontri di Pretoria sono partiti in salita. In un primo momento i membri del governo hanno chiesto reiterati rinvii e successivamente una parte dell’opposizione si è dissociata dalle decisione di Tsvangirai e del partito Mdc, di partecipare al vertice con gli esponenti del partito di Mugabe, chiedendo espressamente l’interruzione dei blocchi agli aiuti umanitari e delle intimidazioni ancora operate dalla polizia privata del presidente. Le complicazioni più grandi tra i leader che si confrontano a porte chiuse però arriveranno nei prossimi giorni. L’Unione Europea infatti ha adottato nuove pesanti sanzioni nei giorni scorsi, prendendo di mira 131 uomini fidati del presidente ed un numero imprecisato di imprese vicine al governo e Mugabe ha colto l’occasione per minacciare l’ interruzione delle trattative, protestando presso la Comunità per lo Sviluppo degli Stati dell’Africa del Sud ed i mediatori dell’Unione Africana. Sembra però che perfino il grande alleato sudafricano stia per cedere alle pressioni occidentali, se è vera la voce di un monito a Mugabe del presidente sudafricano Mbeki, che lo invita a cedere il potere esecutivo ad un gabinetto con a capo Tsvangirai, costituito da venti persone, di cui undici membri dell’Mdc e nove dello Zanu-Pf mentre il presidente dovrebbe limitarsi a conservare solo la carica formale. A Mugabe resta l’appoggio importante delle forze militari e degli squadristi privati, grazie ai quali si appresta a mettere in atto nuove espropriazioni nei confronti delle imprese britanniche ed il sostegno dei paesi dell’Estremo Oriente come Cina, Malesia e Vietnam, in cui banche e fondi stanno accogliendo ingenti capitali intestati a parenti o prestanome degli uomini forti del presidente. I colloqui dureranno quindici giorni ed il 4 agosto è il termine ultimo per trovare un accordo e forse per evitare una guerra civile.

AMD 




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20 luglio 2008

Galeotto fu il tasto...

Mentre il senatore Barack Obama e' in Afghanistan per poi proseguire in Europa, un altro incidente si abbatte sulla sfortunata White House di George W. Bush. Un ignoto addetto dell'ufficio stampa ha premuto il tasto sbagliato ed ha mandato in giro a tutti i giornali un documento che doveva essere destinato solo ad un ristretto numero di funzionari.

Il rapporto si riferisce ad una intervista rilasciata dal primo ministro iracheno Nuri - Al - Maliki al periodico tesdesco Der Spiegel. Al Maliki sostiene che egli e' d'accordo e supporta la prospettiva del candidato presidenziale Barack Obama secondo il quale le truppe americane dovranno essere ritirate dall'Iraq nell'arco temporale di 16 mesi. Grande imbarazzo alla White House per l'incidente, anche se la storia stava ormai girando nelle redazioni di tutto i mondo. L'aspetto singolare e' che sia stata proprio la Casa Bianca ad offrire un sostegno mediatico all'odiato candidato nero.

 

Oscar Bartoli

Da http://oscarb1.blogspot.com/

19 luglio 2008




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19 luglio 2008

Le scuse ed il "mandato" di Benedetto XVI a Sidney

All'ippodromo di Randwick, illuminato dalle candele di una folla stimata in oltre 300.000 persone, Benedetto XVI ha partecipato alla veglia di preghiera della XXIII Giornata mondiale della gioventù (Gmg). Randwick e l'ippodromo australiano più grande; 38 anni fa Paolo VI vi celebrò Messa; altrettanto fece 22 anni fa Giovanni Paolo II che vi tornò nel 1995 per la beatificazione di Mary MacKillop (1842 -1909), suora australiana di origine scozzese che, scomunicata per errore nel 1871 per il suo non conformismo, potrebbe presto diventare l’unica santa dell’Australia. Hanno partecipato ai riti di apertura della veglia anche 26 cardinali e 400 vescovi. Prima di raggiungere l’ippodromo, il Papa si era fermato a far visita al cardinale Edward Bede Clancy, arcivescovo emerito di Sidney, (il settimo, dal 1983 al 2001) e ad altri vescovi e religiosi ospiti della ‘Mt St Josephs Home’ delle ‘Little Sisters of the Poor’; Benedetto XVI ha salutato anche Rosemarie Goldie, 93 anni, prima donna a detenere l’incarico di sottosegretario del Consiglio pontificio per i laici. In precedenza, nella Saint Mary's Cathedral di Sydney, il Papa aveva chiesto scusa “per il dolore e le sofferenze” delle vittime di abusi sessuali compiuti da sacerdoti, uno dei temi ricorrenti del suo viaggio in Australia e a cui i mezzi d’informazione locali hanno riservato molta attenzione. All'esterno dell'ippodromo si è svolta una manifestazione della "No pope coalition" e un pellegrino è stato fermato dopo un vivace scambio con uno dei manifestanti. Un coro di “Be-ne-detto, Be-ne-detto” ha salutato più volte il Papa durante le prime fasi della veglia e Benedetto XVI ha indirizzato a sua volta un particolare saluto ai giovani italiani presenti, seguito da altri in diverse lingue a tutti i pellegrini presenti dal resto del mondo. Alle due della prossima notte (ora italiana), gran parte della stessa folla di giovani - dopo una lunga attesa notturna all'aperto nell'ippodoromo, nonostante in Australia sia inverno - sarà presente alla Messa che costituisce l'appuntamento finale della Gmg australiana.

Tratto dall'Agenzia MISNA




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5 luglio 2008

Kosovo e Metohija: un mito che si rinnova

 

Mai come quest’anno il giorno di Vidovdan (San Vito) per i Serbi assumeva un’importanza particolare.
La secessione del Kosovo, attuata per mano della dirigenza albanese il 17 febbraio scorso e frutto delle pressioni occidentali, in spregio a tutte le regole del diritto internazionale, non è stata minimamente digerita.
Sia il governo di Belgrado sia la minoranza serba della provincia non ne intendono riconoscere la legittimità e grazie all’appoggio russo nemmeno il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha potuto finora avallare alcunché, suscitando al contrario le ire di Washington, patrocinatrice dell’ennesimo spezzettamento balcanico.
Nonostante le varie difficoltà e i mille impegni, decido quindi di mettermi in viaggio verso Belgrado, nella speranza di trovare un modo per poi raggiungere il Kosmet e m’imbarco sull’ultimo volo disponibile il 26 giugno.
Arrivato nella capitale serba, le mie prime ricerche si rivelano vane ma quando sto ormai per recarmi verso la stazione dei bus e visionare gli orari di partenza in direzione Kosovska Mitrovica arriva la telefonata di uno dei miei contatti.
Ho un posto prenotato sul pullman organizzato dall’ ”Accademia Ivo Andric” e dall’ “Unione degli Scrittori” serbi, il ritrovo alle ore 21.00, presso una delle loro chiese favorite, è fissato per la sera del 27 giugno.
Avviso altri miei amici residenti nella capitale, raduno un po’ della roba lasciata a casa di un conoscente che aveva generosamente deciso di ospitarmi e mi presento all’appuntamento fissato.
I pullman sono addirittura tre, cerco di capire la tipologia di coloro che hanno deciso ancora una volta di mettersi in marcia verso la “Terra sacra” e capisco subito di non essere capitato solo in mezzo ad un ritrovo d’intellettuali.
Per la maggioranza si tratta di donne, quasi tutte vestite modestamente o addirittura in maniera tradizionale, perlopiù giovani, qualche ragazzo appartenente ai circa 12 gruppi nazionalisti sorti in Serbia negli ultimi mesi e protagonisti dei cortei che hanno infiammato la nazione dopo il 17 febbraio.
Molti sono stupiti di vedere un giornalista italiano in mezzo a loro, essendo abituati agli inviati embedded non capiscono perché un europeo laico voglia partecipare alla loro esperienza che, comprenderò subito, è essenzialmente di tipo religioso.
Troppi sono ancora i ricordi della criminalizzazione attuata contro la Serbia negli anni Novanta, acuiti ora dalla questione del Kosovo e Metohija.
Diverse persone mi chiederanno durante il viaggio i motivi di questa persecuzione che ancora non riescono completamente a spiegarsi, ma se le mie motivazioni tutte basate sulla geopolitica realista sono certo apprezzate, la maggior parte di loro rimane intimamente convinta di un disegno premeditato ed attuato in maniera diabolica contro quelli che si considerano gli ultimi difensori della cristianità europea.
Tra i partenti, due persone in particolare mi rimarranno impresse.
Un uomo di mezza età sulla sedia a rotelle e senza una gamba, che non accenna al minimo atteggiamento di pietismo ma anzi ci sprona ad intraprendere il viaggio utilizzando qualche parola d’italiano.
Una bellissima ragazza, di origini russe, che vediamo piangere mentre saluta i genitori rimasti a Belgrado; solo a Pec capiremo il motivo di questo atteggiamento, quando invece di proseguire verso Decani la vedremo sistemarsi al Patriarcato, con l’obiettivo di divenire assistente dell’Igumena.
Dopo oltre 24 ore di caldo torrido, appena il nostro pullman si mette in moto scoppia un temporale violentissimo, il quale associato ad un incidente stradale che rallenta notevolmente la nostra andatura, mi fa pensare al solito scherzo del destino, non sempre favorevole a coloro che vogliono sfidare la sorte (atteggiamento al quale i Serbi sono abituati da tempo).
Nessuno dei partecipanti comunque si scoraggia, le musiche mistiche che ci accompagneranno per tutto il percorso vengono intonate in coro e conferiscono solennità alla serata.
Prendere sonno diventa perciò difficile e in una sorta di dormiveglia, alle prime luci dell’alba, intravediamo il confine del Kosovo e Metohija, il quale, per chi proviene da nord, assomiglia ormai ad una groviera bucata.
I segni dei posti di dogana bruciati a Leposavic sono ancora evidenti, i rari soldati della KFOR lì piazzati hanno poca voglia di controllare chi siamo e dopo una dichiarazione verbale di voler proseguire e raggiungere Gracanica ci lasciano passare.
Tutti i paesi che attraversiamo sono un tripudio di bandiere serbe, come a ribadire che lì il confine non è ancora stato spostato, tutti si stanno evidentemente preparando per l’annunciata proclamazione del Parlamento serbo del Nord, in programma per le ore 16 del 28 giugno.
Giunti di fronte alle miniere di Trepca, poco distanti da Kosovska Mitrovica, finalmente la polizia kosovara e le truppe della KFOR compaiono all’orizzonte, fermano i pullman e li perquisiscono.
Delusi per non aver trovato armi, alcuni “soldatini” della NATO cercano soddisfazione bloccando le ragazze, chiedendo loro di aprire gli zaini ma ottenendo in cambio solo degli sguardi ironici, tipici della fierezza femminile serba.
Possiamo allora ripartire verso l’enclave di Gracanica e stavolta salgono insieme a noi due energici ma discreti uomini in “borghese”, probabilmente esponenti del MUP serbo che vigilano sui nostri spostamenti e vogliono assicurarsi che a nessuno venga in mente di attaccarci.
Arrivati di fronte allo stupendo Monastero, in perfetto orario per l’inizio della Messa, improvvisamente tutte le donne presenti iniziano ad indossare il foulard per coprirsi la testa e l’atmosfera diviene sempre più mistica.
Su un palco improvvisato e protetto dal torrido sole che illumina la nuova giornata, in un tripudio di bandiere serbe e di ritratti di Santo Re Lazar e di San Sava, il vescovo di Raska-Prizren, Artemije, dà vita alla liturgia cristiano-ortodossa, affiancato dal metropolita montenegrino e inviato speciale del patriarca Pavle, Amfilohije, dal capo del Monastero di Visoki Decani, Teodosije, ma soprattutto sotto la spinta incessante dei fedeli, che non smettono di baciare icone ed inginocchiarsi di fronte ai simboli religiosi più cari.
Tra i numerosissimi presenti che riempiono le strade di Gracanica, notiamo anche i giovani del gruppo “1389”, autori della Vidovdanski Mars, una discesa a piedi verso il Kosovo iniziata il 14 giugno da Belgrado.
Sono riconoscibili sia per le magliette sia per i capelli corti, il loro aspetto rende bene l’idea della stanchezza accumulata nelle ultime due settimane, tuttavia sembrano soddisfatti dell’impresa compiuta e più che alla cerimonia del Monastero s’interessano ai caffé e ai ristoranti dislocati all’interno dell’enclave.
Sentendoli parlare, veniamo a sapere della presenza anche di ragazzi francesi, russi e tedeschi, che simbolicamente hanno voluto portare la loro solidarietà di europei, aderendo all’iniziativa dei “marciatori”.
Poco prima di partire per Gazimestan, si verifica qualche momento di tensione con uomini Albanesi che passano sulla strada costellata di pullman e ci urlano qualcosa, tutto però finisce subito lì e c’imbarchiamo alla volta di Kosovo Polje, stavolta su un pullman di fedeli russi, in gran parte donne, arringati dal pope.
Il dispiegamento intorno al “Campo dei Merli” è abbastanza imponente, i militari slovacchi permettono l’accesso solo ai Serbi che li salutano con il segnale delle tre dita, simbolo (un po’ popolarizzato) della Trinità ortodossa.
D’altronde la marea di giovani che incontriamo lungo la salita che conduce al monumento di Gazimestan, nel luogo dove si combatté l’epica battaglia dei Serbi contro i Turchi il 28 giugno 1389, è formata soprattutto dai ragazzi dell’ultima generazione belgradese, in un crescendo di cori nazionalisti quasi da stadio.
Giunti in cima, il timido tentativo di alcuni soldati della KFOR per chiederci i documenti s’infrange con la determinazione del collega giornalista che ho a fianco, nema pàsos (niente passaporti) risponde e passiamo senza alcun controllo.
L’immagine del monumento di Gazimestan e dello sventolio di stendardi agitati sotto il caldo soffocante, permette di capire l’intensità dei sentimenti che le migliaia di manifestanti esprimono nella celebrazione.
Alla commemorazione assiste anche il rappresentante del governo di Belgrado, l’ormai dimissionario Ministro per il Kosovo e Metohija, Samardzic, mentre il carismatico Artemije consegna le medaglie d’oro e d’argento insieme ad un sussidio di 100 euro alle madri con più di quattro figli, come a sottolineare quanto la politica demografica abbia inciso nel corso dei secoli sulle vicende balcaniche.
Tutto si svolge senza problemi, sotto gli sguardi forse un po’ stupiti dei tanti giornalisti presenti, televisioni russe e albanesi comprese.
A questo punto chi può si dirige a Kosovska Mitrovica, dove l’esponente del Partito Radicale Serbo, Radovan Nicic, viene eletto presidente del Parlamento dei Serbi del Nord-Kosovo.
Il nome ufficiale è “Assemblea dell’unione delle municipalità della provincia autonoma del Kosovo”, si compone di 53 seggi occupati dai delegati eletti nelle elezioni amministrative serbe del maggio scorso e fungerà da organismo politico separato, in rappresentanza della minoranza serba presso il governo di Belgrado.
Unmik, UE e Pristina digrignano i denti, affermando che questo organo è solo rappresentativo e non avrà il potere di legiferare ma in realtà esso sancisce ufficialmente la secessione prodottasi sul terreno, in quanto Eulex non può operare nel Nord ed ora i Serbi controllano il 15% del territorio kosovaro.
Chi sperava in una fuga precipitosa, dopo la dichiarazione d’indipendenza letta da Thaci, si sbagliava; qui i Serbi sono addirittura aumentati e pare che in tutto il Kosmet ammontino ora a 140.000 persone.
Intanto noi proseguiamo verso il sud e giungiamo nelle enclavi serbe di Orahovac e Velika Hoca.
Qui la situazione è molto meno allegra rispetto a Gracanica, dove i soldati svedesi ed irlandesi della KFOR lasciavano una certa libertà di movimento.
Appena arrivati, dopo aver percorso una strada completamente dissestata, ci si para di fronte uno scenario di tipo palestinese.
Inizialmente vogliamo visitare uno dei tanti monasteri cristiano-ortodossi distrutti negli anni scorsi ma ricostruiti parzialmente, grazie alla pazienza della Chiesa locale; i militari austriaci hanno in mano una lista e facendo una sorta di appello chiamano nome per nome tutti i presenti, che vi possono accedere solo passaporto alla mano.
Siamo circa 150 persone, molti non hanno nemmeno mangiato dalla sera prima e la temperatura atmosferica è altissima; un amico francese inveisce contro il responsabile della KFOR, che a sua volta si giustifica parlando di “ordini superiori”, lui gli replica accusandoli di “essere tutti agli ordini degli americani”.
Il capitano austriaco ribadisce la propria nazionalità, poi finalmente si decide a concederci un pass non trovando i nostri nomi sulla lista e possiamo passare.
A Velika Hoca, forse un centinaio di abitanti, i Serbi giunti da Belgrado scaricano casse di materiale da destinare all’enclave, la gente ringrazia e dimostra tutta la sua riconoscenza per i “fratelli” che non li hanno abbandonati completamente, ma le loro condizioni sono apparentemente terribili, le possibilità di spostamento sono nulle e si limitano a sopravvivere in una sorta di ghetto vigilato dalla polizia.
A Orahovac, dove passeremo la notte, la situazione non è molto diversa, con la differenza che gli abitanti dimostrano un’inaspettata allegria, frutto del loro spirito indomabile.
Vista la targa serba del pullman, un gruppo di Rom ci si fa incontro sorridendo e salutandoci gioiosamente, in quanto condividono la stessa sorte dei Serbi, rispetto ai quali sono considerati “collaborazionisti”.
Notiamo gli striscioni, in inglese, dell’USAID, che annunciano la “settimana della cultura” nelle enclavi serbe del Kosmet, dal 30 giugno al 4 luglio, evidentemente CIA e Soros sperano di trovare consensi anche qui ma temo che resteranno delusi.
Dopo l’ennesima messa della giornata, veniamo assegnati, divisi in gruppi di tre-quattro persone, alle rispettive famiglie, poche decine che non hanno abbandonato il paese.
Il mio padrone di casa è un profugo della Bosnia, ironia della sorte, risistemato in Kosovo nella speranza di un futuro migliore; qui vive da assediato, con acqua e luce che arrivano ad intermittenza, mentre i sussidi di Belgrado rimangono per ora in sospeso, in attesa di ridefinire i compiti della polizia serbo-kosovara.
Non mancano però caffè turco e rakja, la sua famiglia è di un’ospitalità disarmante, in particolare i bambini stravedono per me e un collega russo, di cui ammirano i tatuaggi sul corpo, sognando forse un giorno di poterseli permettere.
Alla cena, divisa in due fasi visto che la stanza non poteva accoglierci tutti nello stesso momento, faccio conoscenza con i ragazzi più giovani giunti da Belgrado, studenti universitari che vorrebbero lavorare nei corpi speciali.
Per ora si limitano ad intonare i canti patriottici e tutta l’enorme tavolata li segue, instancabile.
E’ ancora il giorno di Vidovdan, l’orgoglio serbo non può essere accantonato e in quanto stranieri siamo costretti a tenere il rituale discorso in piedi, con il quale bisogna dimostrare di avere apprezzato l’accoglienza.
Date le circostanze, i legami fra tutti i presenti si stringono immediatamente e non possiamo rifiutare di proseguire la nottata nella kafana vicina, dove la musica tradizionale, alternata ai cori per il Kosovo, ci tiene svegli ancora diverse ore.
Dopo l’ennesima notte praticamente insonne, riprendiamo il viaggio alle 6 del mattino per il Patriarcato di Pec, dove le formalità burocratiche sono per fortuna meno opprimenti.
I responsabili del complesso appaiono estremamente preoccupati, in quanto sembra stia andando a buon fine il progetto di togliere alla Chiesa le terre circostanti il Monastero, che le appartengono invece da sempre.
In questo caso, la questione potrebbe arroventarsi anche nel Sud e le truppe della KFOR, con le quali adesso si collabora abbastanza cordialmente rischierebbero di essere considerate “truppe di occupazione”, con tante conseguenze poco piacevoli per gli stessi soldati italiani.
Forse l’ex Ministro degli Esteri D’Alema, che giustificò il riconoscimento con la necessità di evitare rappresaglie, si era scordato che nella provincia non esistono solo gli Albanesi, molti dei quali, peraltro, iniziano ad essere stufi delle promesse di una “comunità internazionale” che regala sovranità solo di carta, come quella delineata nel “Piano Athisaari”.
Nei discorsi degli stessi Serbi, non si esclude addirittura di arrivare ad un accordo con i nazionalisti schipetari in funzione anti-NATO, alleanza che manderebbe in frantumi lo schema del divide et impera realizzato dalle lobbies occidentali nei Balcani.
Ammirate le bellezze architettoniche e spirituali del Patriarcato, c’intratteniamo a colloquio con il Metropolita del Montenegro, Amfilohije Radovic, che aggiorna sugli ultimi episodi di violenza nei confronti dei Serbi delle enclavi.
In ogni caso, tutti ripetono l’incrollabile affermazione che sento ormai da anni: “passeranno altri 500 anni ma il Kosovo e Metohija farà ancora parte della Serbia, abbiamo resistito per secoli agli Ottomani, possiamo resistere tranquillamente anche all’Alleanza Atlantica”.
Una piccola dimostrazione la verifichiamo poco dopo nella vicina Decani; i solerti militari italiani di guardia al mitico Monastero di Visoki Decani vorrebbero ripetere lo schema del giorno precedente: lista e accesso persona per persona, passaporto alla mano.
Qui cerco di fare da mediatore e la maggiore disponibilità degli ufficiali ci consente stavolta di evitare inutili controlli; un cospicuo gruppo di Serbi ha ormai raggiunto l’ingresso, superando lo sbarramento dei militari e la KFOR evita intelligentemente di utilizzare la forza.
Dopo l’ulteriore immersione in un’atmosfera di sacralità, ripartiamo con calma per Belgrado e solo nel tardo pomeriggio, nei pressi di uno splendido Monastero del XII secolo situato sopra Novi Pazar, riusciamo a bere qualcosa.
Nel frattempo giungono le notizie del probabile incarico di governo nazionale affidato all’economista Mirko Cvetkovic, a capo di una coalizione guidata dai liberali ma che gode del sostegno decisivo dei Socialisti, dell’ex Presidente Milosevic e di “Serbia Unita”, la formazione dell’ex comandante paramilitare Arkan.
“Tutto va bene madama la marchesa”, l’importante per l’ambasciata americana che ha ricominciato a distribuire i visti ai suoi connazionali è evitare un esecutivo anti-NATO, quale quello prefigurato dai Radicali e dal Partito Democratico Serbo dell’ex premier Kostunica, molto più interessati a stringere alleanze militari con la Russia.
In Europa, ovviamente, solo voci di giubilo, le privatizzazioni continueranno, la corruzione pure, la “questione morale” sui presunti crimini di guerra è ormai superata, “stabilizzazione democratica” la chiamano.
L’intesa liberali-socialisti-partito di Arkan ha ribaltato anche l’intesa che era già stata raggiunta per affidare le chiavi della municipalità di Belgrado al radicale Vucic; le firme e i trattati, si sa, sono carta straccia nell’ex Jugoslavia, Kumanovo insegna e pazienza se ora la capitale serba si è riempita di scritte in cui Tadic viene paragonato a colui che prese i famosi trenta denari …
Peccato che nel frattempo le creature occidentali inizino a mostrare i segni delle loro forzature.
Il governo di Pristina è in piena crisi, a causa della rimozione del viceministro del Commercio e dell’Industria, Naser Osmani, che lancia accuse nei confronti di Hashim Thaci per la sua propensione a piazzare i membri del proprio partito ai vertici delle aziende pubbliche.
La lotta per il potere tra l’attuale premier kosovaro e l’atro ex comandante dell’UCK, Ramush Haradinaj, sospettato dai servizi segreti tedeschi di aver rafforzato la sua rete di traffici, stringendo accordi con il re del contrabbando di sigarette Naser Kelmendi e con il signore dell’eroina Ekrem Lluka, è appena iniziata.
La Bosnia-Erzegovina si trova sull’orlo del collasso finanziario, stando alle indiscrezioni di un’imminente bancarotta della Federazione croato-musulmana, nelle cui casse sarebbero rimasti solo 221 euro.
Il ministro delle Finanze Bevanda e il capo del governo di Sarajevo, Brankovic, rifiutano di commentare, intanto vengono accusati dai giornali bosniaci di acquistare imbarcazioni extra lusso, destinate ai politici, del valore di 85.000 euro.
Il presidente della Republika Srpska, Milorad Dodik, ha escluso categoricamente la possibilità di aiutare la Federazione croato-musulmana dalla crisi finanziaria in cui è piombata e, dopo aver perso l’appoggio statunitense, il suo consenso è ormai ai minimi storici tra i Serbi: la strada dell’indipendenza sembra ormai spianata, meglio tenere un basso profilo.
Mentre la Macedonia viaggia sul filo del rasoio … signore e signori, la partita nei Balcani è appena cominciata, gli amanti delle emozioni forti possono gioire, i popoli che abitano quell’area, forse no, come sempre nessuno se ne assumerà le responsabilità.

Grazie per il contributo a
Stefano Vernole – inviato di “Eurasia” in Kosovo e Metohija

www.eurasia-rivista.org




permalink | inviato da ilparoliere il 5/7/2008 alle 12:50 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa


3 luglio 2008

Ingrid Betancourt è libera! Le sue prime parole

 

"Grazie a Dio ed alla Madonna. Prima Dio; poi a tutti voi che mi avete accompagnato con le vostre preghiere; che avete sentito compassione per noi, i sequestrati; che avete rifiutato l'attesa come unica soluzione."
"Grazie all'Esercito, alla sua operazione impeccabile: é stata un'operazione perfetta".
"Devo molto ai media: senza di voi, non sarei stata qui, in vita. Attraverso la radio ci avete fatto rimanere in contatto coi nostri cari: quanto vi devo, questa vittoria é anche vostra".

"Dall'elicottero sono usciti dei personaggi surreali, vestiti strani, ed io li guardavo e dicevo chi sono questi, da che paese vengono... Li ho visti da vicino, ed avevano le magliette del Che Guevara, ed ho pensato che erano delle FARC. Poi ci hanno fatto salire sull'elicottero, ammanettati: é stato molto umiliante."

"Grazie a William Perez, che é stato il mio infermiere. Grazie anche ai Generali, a Juan Manuel, al Presidente Uribe che ha avuto il coraggio di rischiare per noi. Dico ai Colombiani di avere fiducia in questo Esercito, che ci porterá alla pace".

"Ad un certo punto ho visto alias Cesar, a terra nudo, ammanettato, e lí mi hanno detto ´siamo dell'Esercito, siete liberi´"
"Questo é un orgoglio per tutti noi colombiani; non ci sono precedenti nel mondo di un'operazione cosí, cosí perfetta. Spero che le guardie della FARC che abbiamo lasciato lí non vengano giustiziati: non é colpa loro, l'operazione é stata perfetta. Grazie Colombia, grazie Francia. So che col Presidente Sarkozy e con lui e con tutto il mondo che ci ha appoggiato continueremo a lottare per quelli che sono rimasti lí. E non ci dimentichiamo che questi é nu miracolo, che altri sono morti, non ce l'hanno fatta. L'unitá del paese ci porterá a riavere sani e salvi tutti i sequestrati".




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