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16 novembre 2009

Il Muro non è ancora caduto

Il Muro non è ancora caduto

 

Roberto Giardina da oltre 20 anni, prima a Bonn e ora a Berlino, come corrispondente dei quotidiani “Il Resto del Carlino”, “La Nazione”, “Il Giorno” ci racconta del Muro che non si vede ma ancora esiste dal 1989 ad oggi fra Est ed Ovest nell’economia e nella mentalità.

 

D. La Caduta del Muro di Berlino è stata al centro delle cronache in questi giorni. Cosa ricorda personalmente?

 

Era da mesi che abitavo a Berlino Est, anche se normalmente i corrispondenti avevano sede nella vecchia capitale Bonn, tuttavia da molto tempo si verificano fughe ed eventi di notevole interesse in Germania Orientale, sebbene nessuno immaginasse che il Muro potesse cadere. In quel giorno ero però di nuovo a Bonn e non si era subito capito cosa stesse succedendo, fra Schabowski, portavoce del governo tedesco che non sapeva così dire e molti altri in conferenza stampa che erano incerti della notizia del crollo del Muro di Berlino, chi c’era seppe meno ed in più tempo delle notizie che altri assenti avevano già conosciuto.

 

D. La Merkel ha detto molto schiettamente che il Muro di Berlino non è caduto completamente. Al di là delle cerimonie, da cosa è desumibile questo residuo del vecchio Muro?

 

E’ vero quello che dice Angela Merkel sulla riunificazione incompleta della Germania. I tedeschi tendono a presentarmi la differenza fra Est ed Ovest in termini italiani, paragonata alla nostra differenza fra Nord e Sud ed io, da siciliano, a chi mi chiede quando potrà realizzarsi la riunificazione in tutti i sensi del paese, rispondo che è impossibile. E’ difficile colmare il gap fra Est ed Ovest e soprattutto credere, come si dice, che fra dieci anni, ci potrà essere una totale uguaglianza, anche se solo in termini economici. Le regioni dell’Est erano e sono ancora quasi senza industrie perché vivevano essenzialmente di agricoltura. Ho visitato in passato questi grandi complessi agricoli ed erano funzionali ed avanzati, solo che alla luce dei regolamenti di Bruxelles sono stati chiusi tutti. Ora si vive grazie a costanti finanziamenti ed aiuti statali. C’è da considerare anche una questione di orgoglio. Quando Kohl disse a Dresda nel Natale del 1989 ai tedeschi dell’Est:”Voi siete tedeschi e dovete vivere come noi, con le migliori occasioni e lo stesso benessere”, aggiunse anche “appena sarà possibile”, ma gli orientali interpretarono la frase in modo troppo ottimistico. A distanza di venti anni si può certamente dire che stiano molto meglio adesso che prima della caduta del Muro, ma hanno anche perso l’orgoglio personale e molto cittadini sono passati dalla soddisfazione di un lavoro al pensionamento rapido o alla disoccupazione.

 

D. Questo divario è un problema di mentalità o di natura economica o ancora di natura politica o infine una sintesi fra le tre tipologie?

 

Le tre tipologie di problemi si mischiano. Sul piano della mentalità è chiaro come i ventenni ed i trentenni al momento della caduta del Muro fossero abituati ad uno stato che pensava a tutto, dove ogni fabbrica aveva gli asili nido per i figli degli operai che avevano a loro volta un loro lavoro appositamente parcellizzato in tante mansioni per evitare una massiccia disoccupazione. Dopo il 1989 tutti dovettero ingegnarsi nell’iniziativa autonoma e privata. Intervistai la direttrice (e c’erano tantissime donne dirigenti di fabbrica nell’Est) di una fabbrica di gallette del tipo Wasa, risalente agli anni Trenta, il cui unico problema era rispettare la domanda di produzione richiestagli dal Governo e che ora invece avrebbe dovuto produrre, mettere sul mercato, battere la concorrenza senza esservi abituata e per giunta con la rivalità delle imprese dell’Ovest, mentre la stessa Wasa e molte altre industrie iniziavano a vendere i loro prodotti a prezzi notevolmente ribassati, facendo così fallire le piccole imprese dell’Est meno competitive. In seguito si sono insediate molte cordate dell’Ovest nell’editoria, nella televisione ed hanno eliminato dal mercato le imprese dell’Est impacciate ad operare in un mercato aperto. Ci sono anche lati positivi. A venti anni di distanza nell’arte, nella letteratura, nella pittura, basti pensare ai romanzi di Ingo Schulz, le proposte più innovative e creative sono giunte dall’Est, perché la gente orientale avendo dovuto superare una crisi epocale per abituarsi ad un nuovo modo di vivere, ha espresso al meglio queste sue sensazioni nel campo della cultura.

 

D. Torniamo per un attimo al paragone Ovest-Est con il nostro Nord-Sud, esiste anche in Germania quella diffidenza, quel senso di distacco ed a volte di contrasto che caratterizza il nostro paese?

 

Esiste ed è molto forte, nonostante la retorica di questi giorni vissuti e raccontanti in chiave di orgoglio, libertà, di cambiamento di un’epoca e di un mondo. In realtà ricordo che già una settimana dopo la caduta del Muro, quando a Berlino Ovest giunsero le prime Trabant, simbolo dell’industria automobilistica della DDR, c’era un certo fastidio perché inquinavano molto, parcheggiavano ovunque e l’insofferenza portò addirittura al rogo di una Trabant ad Hannover appena dieci giorni dopo la grande festa per la riunificazione. Inoltre quei tedeschi dell’Est che erano stati accolti con abbracci e lacrime il 9 novembre, già verso la fine del mese vennero presto “salutati” nei posti di controllo laddove sorgeva il Muro, con lanci di banane (perché la banana era una sorta di simbolo da conquistare prima del 1989, per i tedeschi orientali che disponevano solo di ananas), come  simbolo di disprezzo. I tedeschi dell’ex DDR erano considerati invadenti e chiedevano praticamente di prendere parte a quei beni di cui i tedeschi occidentali disponevano in misura maggiore. E tutto ciò si concretizzò poi a livello centrale, tanto che io da cittadino tedesco come molti altri pago dopo venti anni l’8% di tasse in più per la “ricostruzione dell’Est” e naturalmente i “Wessi” (nomignolo negativo per i tedeschi occidentali) accusano molto spesso gli “Ossi” (l’equivalente grammaticale per quelli orientali) di assistenzialismo perdurante e di contro gli orientali definiscono gli occidentali “Besserwisser” ovvero sapientoni e presuntuosi che danno lezioni su tutto. Ora c’è anche un ritorno nostalgico dell’idea e delle ragioni Est, per cui molti tedeschi orientali hanno il ricordo della loro giovinezza, del loro modo di vivere, di mangiare. Sicuramente non nutrono rimpianti per il Muro, ma dopo venti anni si sentono ancora appartenenti alla loro terra più che alla Germania.

 

D. Cosa è cambiato nella strategia dei governi in riferimento all’unione incompiuta della Germania, dai governi rossi e rosso-verdi fino all’attuale governo della Cdu con il Fdp dei liberali?

 

Va detto che ufficialmente fu un’unificazione, ma di fatto si trattò di un’annessione dell’Est all’Ovest e nulla oggi è rimasto di quella DDR, dalle leggi al sistema sociale, al sistema di vita ed all’inizio questa “cancellazione” fu gradita anche agli orientali nella smania di uguaglianza che li contraddistinse nei primi tempi. L’unico simbolo della Germani Est ancora esistente è l’omino verde che indica la svolta a destra anche in caso di semaforo rosso…Eppure in realtà l’Est c’è ancora ed ha modificato ed influito molto sugli assetti politici e sociali del paese. L’Spd per esempio ha perso consensi perché si è chiuso a sinistra per paura di essere tacciato di comunismo ed ha bloccato l’ascesa di molti esponenti brillanti dell’Est, come Gregor Gysi, che oggi è il braccio destro di Lafontaine nella Die Linke. Lafontaine è considerato un traditore perché afferma che bisogna guardare a sinistra, ma in fondo vede politicamente lontano perché l’Spd è chiuso al centro dalla Merkel e dalla Cdu che è un partito conservatore sano e non reazionario, peraltro molto attento al sociale ed ha difficili altri sbocchi. E’ inoltre accusato di essere un populista, ed è probabile, ma oltre ad essere un grande oratore, in questo periodo dice cose incontestabili, rinfacciando sia alla Merkel che a Schroeder la presenza dei soldi per salvare oggi le banche e l’assenza dichiarata in passato per aiutare i disoccupati e raccoglie sia i delusi dell’Spd all’Ovest che i discendenti giovani della vecchia generazione del Muro all’Est. La sua Die Linke è un soggetto ben diverso dalla nostalgia orientali, è formato dai delusi della politica e delle grandi coalizioni, molto attenti alla questioni sociali, alle disuguaglianze economiche sempre più accentuate che l’Ovest ha importato proprio dall’Est e molti di questi elettori erano molto piccoli nel 1989 e quindi sono ben lontani da ipotetiche nostalgie comuniste. Ad esempio ci sono più posti di asilo nido in Italia che in Germania a fronte di una popolazione più grande e paradossalmente questi erano più numerosi all’Est dove le donne lavoravano che non all’Ovest dove mediamente erano casalinghe. L’eredità dell’unificazione è stata la soppressione di molti istituti con penalizzazioni per l’Est e per l’Ovest.

 

D. Quale può essere il ruolo della Germania da sempre punto di riferimento in Europa ma anche ago della bilancia nei suoi duplici rapporti con Usa e Russia e soprattutto quali possono essere gli scenari in un’epoca lontana dalla Guerra Fredda, ma neppure tranquilla?

 

La Germania ha sempre oscillato fra Est ed Ovest sin dai tempi del Varismo e di inizio Novecento. Inizialmente si diceva che la Germania era un gigante economico e un nano politico mentre dopo l’unificazione si parlò di un gigante economico e politico ma dai piedi fragili perché invece di un’esplosione post-unificazione dovuta all’addizione dell’Est con l’Ovest, si è avuta una sottrazione di risorse dell’Ovest per compensare le mancanze dell’Est e per dieci anni la Germania ha dovuto sostenere l’arrivo e l’annessione di un nuovo paese. Al tempo stesso ha guadagnato in coscienza ed autonomia politica. Quando Schroeder ha detto no alla guerra in Iraq è stato un evento epocale tanto che i media americani hanno cercato di far passare sotto silenzio questo rifiuto più delle contestazioni abituali della Francia. La Germania che dice no a Bush è la stessa che poi con Schroeder e Fischer aprirà importanti collaborazioni con gli Usa, per mezzo dei servizi segreti e che intensificherà il proprio impegno militare in Afghanistan. La Merkel poi, non è la nuova Thatcher e la Lady di ferro che tutti descrivono. E’ figlia di un pastore evangelico che lasciò Amburgo per recarsi ad Est, in modo del tutto atipico ed ideologicamente convinto, ha una forte coscienza sociale, parla bene il russo, ne conosce bene il mondo, ma in virtù della sua gioventù nella DDR è anche molto diffidente verso Mosca ma al tempo stesso è emancipata dal mito americano e non è succube degli Usa. La Merkel accolse anni fa la Rice a Berlino con grandi onori, ma accusò apertamente gli Usa davanti a lei, dei danni di Guantanamo. La Germania oggi dipende energeticamente dalla Russia ed infatti già Schroeder firmò con la Russia l’accordo per il gasdotto North Stream del Baltico ed ora lo stesso ex cancelliere è esponente di spicco della Gazprom ed ha avuto un ruolo rilevante nella scelta della proposta dei russi di Magna, poi naufragata, per l’acquisto di Opel. Oggi questa stessa Germania sta cercando vie d’uscita con il Gasdotto “Nabucco” che dovrebbe arrivare in Germania tramite la Turchia e gli altri paesi dell’Est. Questa politica di equilibrio può sembrare ambigua ma è anche molto pragmatica ed elegante se la Merkel riuscirà a mantenere tutti i contatti in modo paritario, anche se a lungo si rivelerà poco resistente, sebbene  anche negli ultimi tempi ci siano stati veri e propri capolavori di equilibrio politico come quando la Merkel ebbe un ruolo molto importante di pacificazione fra Russia ed Usa anche negli ultimi mesi sulla questione dello scudo anti-missilistico da posizionare negli stati dell’Est.  

 

AMD.

 

 

 




permalink | inviato da ilparoliere il 16/11/2009 alle 19:26 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


9 ottobre 2009

Piccoli bielorussi d'Italia

Piccoli bielorussi d'Italia

 

Di Jan Bernas*

 

Nel Paese noto come 'l'ultima dittatura d'Europa', dove ancora vige la pena di morte e dove gli oppositori al regime del presidente Aleksander Lukashenko rischiano il carcere per motivi politici, vivono oltre 300mila ragazzi che parlano perfettamente l'italiano. Bambini adottati o in soggiorni terapeutici in Italia, che hanno potuto conoscere e assaporare una società diversa, sicuramente più libera e aperta, rispetto a quella post-sovietica della Bielorussia. Oggi bambini e ragazzi, domani classe dirigente. Un capitale umano a cui l'Italia tiene molto, come ha fatto notare il ministro degli Esteri Franco Frattini nella sua recente visita a Minsk, non solo per motivi di solidarietà, ma anche perché rappresenta un volano fondamentale per strappare la Bielorussia dal suo isolamento e rilanciare il dialogo con l'Ue. Il legame con il nostro Paese, per i 'figli della tragedia di Chernobyl', risale ad oltre 20 anni fa. A quando, nel 1986, in seguito allo scoppio della centrale nucleare molte famiglie italiane decisero di accogliere per qualche mese i bambini colpiti dalla nube tossica.

L'Italia, ha sottolineato Frattini, si candida ad essere il "principale avvocato" di Minsk nella ripresa dei contatti e nel graduale disgelo nei rapporti con Bruxelles. "I rapporti politici tra Italia e Bielorussia - ha spiegato il ministro - nascono dal basso, da quella straordinaria prova di solidarietà che il nostro Paese ha mostrato all'indomani della tragedia di Chernobyl. Ogni anno, dal 1986, 25mila famiglie italiane accolgono per brevi periodi oltre 30mila bambini bielorussi. Un'intera generazione. Il risultato è che oggi, incredibilmente, oltre 300mila bielorussi parlano italiano".

Si capisce quindi l'imbarazzo delle autorità italiane nell'estate del 2006, quando il caso della piccola Maria-Vika – nascosta in Italia dai genitori affidatari per quasi un mese –mise a rischio il destino di altri migliaia di bambini bielorussi in attesa di adozione, arrecando un duro colpo ai già delicati rapporti politici tra Roma e Minsk. Trasformatosi praticamente in un affare di Stato, il governo bielorusso arrivò a minacciare l’interruzione delle relazioni con l’Italia e il blocco di tutte le adozioni.

Al rientro della bambina in patria, la diplomazia italiana ha cercato, lavorando nel più stretto riserbo, di ricomporre lo strappo con le autorità bielorusse. Un paziente lavoro che ha portato nel marzo 2007 alla firma di un importante protocollo d’intesa tra la Commissione adozioni internazionali della presidenza del Consiglio ed il ministero dell’Istruzione bielorussa, e soprattutto alla visita nell'aprile scorso a Roma del presidente Lukashenko, la prima in occidente da 14 anni, che ha avuto come effetto immediato lo sblocco di trenta adozioni.

Ma l'interesse dell'Italia verso la Bielorussia va ben al di là del capitolo adozioni. In un Paese dove l'economia privata è pressoché assente, il potenziale di penetrazione per le aziende italiane è molto alto.

Fiat avrebbe già un "importante" contatto con le autorità bielorusse, mentre Finmecanica ha confermato la volontà di “rafforzare la propria presenza nel Paese". In tale ottica il ministro Frattini ha annunciato che a breve ci sarà a Minsk una visita del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Occasione per "dare il via alla commissione mista economica Italia-Bielorussia" e firmare alcuni accordi economici. Sul tavolo delle trattative anche l'idea di "distretti industriali italiani a cui affidare interi spazi territoriali". È ovvio, però, che in un Paese non avvezzo al libero mercato, la sicurezza normativa per gli investimenti e i criteri di liberalizzazione risulteranno la 'conditio sine qua non' per lo sbarco nell'ex-Repubblica sovietica delle nostre aziende. E qui sarà l'abilità del governo e il rapporto di fiducia che si è instaurato tra i leader dei due Paesi a dover fare la propria parte. Ecco perché, oggi, la Farnesina chiede prudenza. Prudenza ai media, nel descrivere il regime di Lukashenko. Prudenza alla politica, nello sviluppo dei rapporti con Minsk. E soprattutto prudenza alle famiglie italiane desiderose di adottare o semplicemente di ospitare per brevi periodi bambini bielorussi, perché un 'nuovo caso Maria' non dissipi un capitale umano, politico ed economico, generato sì da una tragedia, ma potenzialmente capace di spingere 'l'ultima dittatura d'Europa' a fare un ulteriore passo verso la democrazia.

 

*In esclusiva per Il Paroliere

 


26 settembre 2009

Germania al voto: intervista a Davide Schenetti

Germania al voto: intervista a Davide Schenetti

 

Davide Schenetti docente di lingua e cultura italiana presso l’Università di Erlangen, blogger di Un po’ di Danubio ci illustra la vigilia delle elezioni in Germania.

 

D. Tutti sono stati concordi nel definire noiosa e sterile questa campagna elettorale. E’ stato realmente così?

 

S. Sì, al di là del duello televisivo Merkel-Steinmeier, è stata una campagna elettorale molto in sordina, tanto che fino ad agosto nessuno si è accorto che ci fosse una sfida elettorale in corso. Tutto ciò è dipeso dalla difficoltà dei due partiti maggiori di confrontarsi sul serio, avendo governato insieme quattro anni, ma anche dalla complicata situazione internazionale che ha lasciato un ristretto margine di azione a tutti i partiti ed infatti sia il ministro delle Finanze (Steinbrcuk – SPD) che il ministro dell’Industria (zu Guttenberg - CSU) sono stati ben consapevoli dell’impossibilità di proporre miracoli e, pur appartenenti a partiti diversi, hanno affermato chiaramente che non ci si possono permetter sconti e diminuzioni di tasse.

 

D. Quali sono stati i temi predominanti di questa campagna e dove è stata possibile una differenziazione tra i partiti?

 

S. Il tema centrale è stato quello dell’economia, dove nessuno però si è sbilanciato molto, mentre negli altri temi marginali si sono viste maggiori differenze. I liberarli dell’FDP e la sinistra massimalista de Die Linke sono state le uniche forze politiche a dissociarsi dal resto dei programmi. Preoccupati dal pericolo di perdere voti a favore della FDP, i cristiano sociali della CSU hanno poi proposto all’ultimo minuto progetti di alleggerimento fiscale soprattutto rivolti ai ceti medi e all’industria.

 

D. Al di là della caccia al sondaggio. C’è ancora la possibilità di una Grosse Koalition o si farà di tutto per non farla sia al centro-destra che a sinistra?

 

S. Penso che all’interno del partito che avrà più voti, ovvero la CDU, ci sia una grande parte che non considera negativa la prosecuzione del governo di larga coalizione ed in questo gruppo c’è anche la Cancelliera Angela Merkel, che ha lavorato bene anche con i ministri dell’SPD e che sfruttando il suo lato carismatico pensa di poter ancora continuare a coordinarsi con i socialdemocratici. Quanto ad un’alleanza rosso-rosso-verde, non sarà in questa tornata elettorale che si verificherà il coinvolgimento di Die Linke, ma il modo migliore per responsabilizzarla politicamente sarà comunque iniziare ad allargare anche a questo partito la gestione governativa, ma credo che ciò accadrà solo tra qualche anno.

 

D. Verdi, Liberali dell’FDP, Die Linke con le loro percentuali molto alte rappresentano una seria alternativa programmatica o sono l’espressione di un voto di protesta dovuto a crisi e delusione verso i partiti tradizionali?

 

S. Tutti questi partiti hanno uno zoccolo duro che resiste indipendentemente dalla situazione contingente ed infatti i Verdi sono quelli più impermeabili ad ogni sorta di vantaggio derivante dall’atmosfera di protesta e restano saldi nel loro 10% circa. Die Linke raccoglie i delusi dell’SPD che sono però solo un’aggiunta alla crescita normale dell’estrema sinistra nel paese. Stesso discorso vale per l’FDP che veleggia al di sopra del 10% e tutto ciò che viene in più, deriva dai malumori verso la CDU-CSU. La vera incognita resta la direzione che prenderà il voto degli indecisi, al momento circa il 25% degli elettori che potranno modificare in modo forte gli assetti di partiti e coalizioni.

 

D. In modo semplice che cosa sono gli Überhangmandate e come influiranno sul voto?

 

S. In Italia si tende molto a semplificare il sistema elettorale tedesco, parlando di un metodo proporzionale con sbarramento, in realtà l’elettorato tedesco ha due canali, perché sulla scheda ci sono due liste e l’elettore ha a disposizione due tipi di voto. Il primo voto è seconodo un sistema maggioritario puro: si vota per un candidato all’interno di un determinato collegio ed in questo collegio il candidato che prende più voti ottiene direttamente il seggio al parlamento (Bundestag). Con il secondo voto si sceglie il partito e tutti i voti ottenuti in questo modo vengono utilizzati per calcolare il peso percentuale che i partiti avranno in Parlamento, ammesso che abbiano superato la soglia del 5%. Se il numero dei mandati diretti ottenuto dai candidati con il primo voto è superiore al numero dei seggi che spetterebbe al partito sulla base della percentuale ottenuta, si hanno dei seggi in eccesso che sono gli Überhangmandate, ovvero mandati aggiuntivi. La legge tedesca non prevede che se un partito ha più persone in Parlamento rispetto al voto in percentuale gli altri partiti possano essere compensati, quindi i partiti minori, ovvero quelli che sono svantaggiati nel primo voto, si ritrovano ad avere una percentuale ridotta di seggi rispetto a quelli cui avrebbero diritto e che finisce invece con l’essere occupato dai grandi partiti in virtù dei suddetti mandati aggiuntivi e l’effetto sulla composizione del Parlamento e del Governo è tutt’altro che irrilevante. Forse un esempio può chiarire questo meccanismo piuttosto complicato: se in parlamento ci sono 100 deputati e un partito ha preso il 10% nella parte proporzionale, ma ha totalizzato 15 mandati diretti nella parte maggioritaria, avrà diritto a 15 deputati e il numero di parlamentari salirà a 105. Un partito che ha preso il 5% si troverà, con i suoi 5 deputati, ad avere in realtà meno peso in parlamento perché il totale dei parlamentari è aumentato a 105.

 

D. Come voteranno i tedeschi. Sarà un voto sul cancellierato della Merkel o spazierà anche su temi ben precisi, sulla crisi, sui singoli programmi di partito, tenendo conto anche del reale umore dei tedeschi?

 

S. A me sembra che l’elettorato tedesco abbia in genere un po’ di timore di ciò che non conosce e quindi la tendenza generale è quella a rimanere allo status quo che è noto e di cui si conoscono programmi ed aspettative. Sarà decisivo in questo senso anche il voto degli indecisi dell’ultimo minuto che potrebbero consolidare la scelta della scorsa tornata elettorale e quindi votare tradizionalmente per i maggiori partiti. I tedeschi hanno la tendenza a lamentarsi, ma alla fine sono consapevoli dell’alto tenore di vita che hanno ed hanno altresì consapevolezza di ciò che la classe politica può fare per loro. Credo che tutto sommato siano contenti dell’operato di angela merkel e siano pronti a riconfermarla. A margine va detto però che la figura della Cancelliera Merkel è vista come carismatica più all’estero che in Germania, dove è stata molte più spesso criticata anche per l’incapacità di imporsi nelle discussioni tra i partiti della coalizione di governo e tra i ministri.

 

D. Come sono i rapporti di forza fra Est ed Ovest sui vari campi ed in che modo potrà influire sul voto?

 

S. Da un lato c’è una differenza economica ancora notevole fra Est ed Ovest e ci sono aree dell’ex DDR che sono sottosviluppate rispetto ad alcune zone dell’Ovest, dall’altro lato, quando si riscontra in tanti una “voglia di muro”, questa non va intesa a mio parere come un segnale politico, una nostalgia della DDR.

All’ università (in cui lavoro) iniziano ad arrivare i giovani nati dopo il crollo del Muro. In molti c’è una grande ignoranza sull’argomento che deriva in parte dal loro disinteresse per qualcosa che non hanno vissuto, dall’altra dalla volontà di chi è stato coinvolto nel sistema e preferisce che si taccia su quello che è stata la Germania divisa.

 

D. Esiste, alla luce di quanto detto sopra, una divergenza generazionale dell’elettorato rispetto al voto e come stanno vivendo queste elezioni le fasce più giovani?

 

S. Esiste anche qui un certo distacco dei giovani dalla politica e che in Germania è perfino più forte che in altri paesi occidentali. C’è stato un leggero avvicinamento alla politica da quando sono state introdotte le tasse universitarie, a causa di un evidente interesse comune di tutte le giovani generazioni anche se le proteste si sono addormentate subito, segno di una generazione che continua a godere di un certo benessere. In questi mesi è nato l’esperimento del “Partito dei Pirati”, che raccoglierà molte preferenze tra i giovani. Questo movimento quasi sicuramente non entrerà in Parlamento, però credo che sarà in grado di imporre alcuni temi (privacy, società dell’informazione, pericolo del digital divide) che prima o poi gli altri partiti dovranno necessariamente inserire nella loro agenda politica, un po’ come è successo per le politiche ecologiche inizialmente portate avanti solo dai Verdi.

 

D. I tedeschi sono contenti della Germania?

 

Dicevo prima che i tedeschi esternano molto malcontento ma in fondo tornano sempre a casa volentieri ed alla fine sono contenti del loro paese, delle loro condizioni confrontate con quelle di altri paesi, che spesso conoscono direttamente in quanto i tedeschi sono un popolo di grandi viaggiatori. I tedeschi non diranno mai di essere ottimisti ma parleranno di “realismo”.

Il problema può sorgere quando si vede che lo Stato inizia ad avere grosse difficoltà, indipendentemente da chi lo governa, com’è successo durante il secondo governo Schroeder, che si è trovato a fronteggiare una disoccupazione molto alta. Io ho avvertito un senso di panico generalizzato in quegli anni, dovuto secondo me alla consapevolezza di non poter contare sull’aiuto dello Stato come avveniva negli anni precedenti.

Ora la consapevolezza sta tornando: i tedeschi si sentono coperti da un Stato forte, efficiente, presente ed adesso, nonostante ci siano delle forti pressioni, lo Stato continua a reggere ed infatti potrà essere anche uno dei primi paesi ad uscire dalla crisi.

 


25 settembre 2009

La Germania al voto: intervista a Giovanni Boggero

La Germania al voto

 

Giovanni Boggero, dalla Germania per L’Occidentale e gestore del blog Germany News, ci descrive i temi e le prospettive delle importanti e sottovalutate elezioni in Germania 

 

D. Sei stato concorde al pari di altri osservatori e corrispondenti nel definire la campagna elettorale tedesca abbastanza noiosa. Come mai questo aggettivo ritorna sempre più frequentemente?

 

B. Devo dire che ho avuto modo di correggermi nel corso delle ultime settimane. La noia finora è stata contraddistinta dal fatto che i due partiti, che avrebbero dovuto ingaggiare uno scontro serrato, non potessero farsi la guerra perché si trovavano al governo insieme; quindi hanno cercato di pungolarsi in modo per così dire “sobrio e leggero”, a differenza di ciò che è accaduto in passato. Dopo le elezioni nella Saar, in Turingia e in Sassonia e dopo lo scontro televisivo fra la Merkel e Steinmeier (sostanzialmente equilibrato e meno duro e secco rispetto alle attese), la tensione è aumentata, anche perché la CDU ha perso qualche punto in quelle regioni, Sassonia a parte, e la paura di perdere consensi a livello nazionale si è fatta più forte, così come la speranza per l’SPD di accorciare le distanze dagli avversari. Il clima è diventato un po’ più movimentato.

 

D. Quali sono stati i temi di questa campagna elettorale ed in cosa sono riusciti a differenziarsi i due partiti principali, finora al governo insieme?

 

B. E’ stato sicuramente difficile distanziarsi da un lavoro fatto insieme fino a pochi mesi fa. Le accuse sono state simili a quelle che Berlusconi rivolgeva in Italia all’ex alleato Udc, ovvero: “Non me lo hanno lasciato fare”. Infatti proprio Steinmeier ha rinfacciato alla Merkel di non aver permesso l’introduzione di un salario minimo generalizzato e così è successo per molti altri tipi di riforme. Insomma l’SPD ha cercato in tutti i modi di prendere le distanze dalla Merkel, ma vista la popolarità della cancelliera oggi, mi è sembrata un’impresa un po’ ardua, anzi una sorta di harakiri, perché la Merkel potrà essere sì contestabile ma nel complesso rimane una persona estremamente apprezzata, che si fa rispettare, ma non alza la voce; che si atteggia a statista in grado di rassicurare l’elettore medio.

 

D. Non c’è il rischio che la Merkel sia perfino più forte del suo partito ovvero che alla fine tutto dipenda da lei piuttosto che dal resto dell’apparato politico della CDU?

 

B. E’ certo che sarà così. Il voto per la CDU in questa tornata è sostanzialmente un voto per la Merkel, tanto che la cancelliera nell’appello finale ha detto “Per votare me e confermarmi alla guida del paese, dovete votare per la CDU”, mettendo in risalto così l’elemento personale sicuramente più decisivo del peso del suo partito.

 

D. Hai parlato nei tuoi articoli di prepararsi ad una nuova “Grosse Koalition”, ma gli analisti vedono come improbabile questa ipotesi e puntano su un governo di democristiani e liberali dell’FDP, al massimo con i Verdi. Credi più probabile la tua prima ipotesi o quest’ultima maggioritaria?

 

B. L’obiettivo della Merkel, apertamente dichiarato in campagna elettorale è quello di giungere a governare con i liberali: ”Molto nero (il colore della CDU) e poco giallo (colore dell’FDP)”, ha detto la Merkel, che non è però una dichiarazione di intenti molto convincente visto che dal 2005 ad oggi il rapporto con i liberali si è raffreddato molto e la Merkel nel frattempo è riuscita a consacrarsi come grande leader proprio al governo con i socialdemocratici, conosce effettivamente come si riesce a giungere a dei compromessi con i socialdemocratici, che al loro interno sono lacerati e quindi può sfruttarne i loro punti deboli, cosa molto più difficile con i liberali, che hanno un approccio differente in politica economica e comunque hanno posizioni differenti rispetto alle intenzioni attuali della Merkel stessa. Inoltre una coalizione di questo tipo potrebbe dare vita ad una nuova stagione di scioperi e di malumore social e la Cancelliera, che è preoccupata di mantenere il proprio consenso, è molto spaventata da questi scenari.

 

D. Tutti sono comunque contro Die Linke e LaFontaine, almeno nelle intenzioni. Nessuna alleanza a sinistra neppure in caso di recupero dell’SPD?

 

B. La posizione ufficiale da parte dell’SPD è ovviamente nel senso di una contrarietà all’apparentamento con Die Linke e lo ha ribadito anche negli ultimi anni, con qualche distinguo, come nel caso regionale dell’Assia dove la candidata presidente della regione all’inizio aveva escluso l’alleanza e poi è tornata sui suoi passi. L’SPD dunque si ostina a non volersi alleare con Die Linke anche perché, sebbene il partito d’estrema sinistra sia entrato ad Ovest in molti parlamenti regionali nell’ultimo anno e mezzo, c’è dall’altro lato il forte rischio di perdere il consenso dell’elettorato moderato e questo spiega perché per adesso l’SPD non farà alcun ammiccamento alla sinistra estrema. Ciò non esclude però che se dovesse fallire la Grosse Koalition nei prossimi due anni, l’SPD tornerebbe a dialogare con Die Linke per cercare di formare un governo rosso-rosso-verde.

 

D. Cosa sta succedendo ad Est che, volendo fare un paragone un po’ azzardato, è sempre più simile in Germania, a ciò che il Sud rappresenta per l’Italia?

 

B. Credo che la spaccatura a quasi venti anni dalla riunificazione, in tutto questo tempo, non si sia mai saldata bene (di qui il termine Ostalgie per connotare un certa nostalgia di alcuni strati sociali per la vecchia DDR) e c’è sempre stata una dura rivalità Est-Ovest. Sul piano economico l’Est continua ad avere un gravoso tasso di disoccupazione, un notevole gap tecnologico ed evidentemente produttivo, che però pian piano, così dicono gli esperti del settore, potrà essere colmato. Ci sono alcune zone ad Est, come ad esempio vicino Dresda ed essenzialmente in tutta la Sassonia, dove si sta sviluppando una piccola e media impresa di un certo livello e dove ci sono le premesse per qualche spiraglio in più nei prossimi anni, nel confronto con l’Ovest, sicuramente maggiori di quelle che ci sono nell’Italia Meridionale nel rapporto con quella Settentrionale. Sul piano politico Die Linke è molto seguita e cavalca l’onda della crisi, ma c’è anche l’NPD di estrema destra che ha preso molti voti in Sassonia e Turingia ed ha una buona presenza anche nel Meclemburgo-Pomerania ed in generale è evidente una tendenza popolare verso le forze estreme, soprattutto verso l’estrema sinistra che è la seconda forza politica nei nuovi Laender.

 

D. L’Ultima riflessione, un po’ scontata, riguarda la grande crisi economica. E’ arrivata anche lì l’onda lunga della crisi e cosa si sta facendo e si farà per frenarla?

 

B. La Germania è il paese più colpito dalla crisi finanziaria in Europa. La contrazione della ricchezza prodotta sarà per quest’anno intorno al 6%, si prevede una ripresa, comunque molto debole, dal 2010 e la disoccupazione dovrebbe tornare sui livelli del 2005, a quota 4-5 milioni di persone senza posto di lavoro. Finora la crisi è stata affrontata in modo molto semplice, in quanto i pacchetti congiunturali di gennaio e febbraio erano volti al controllo della crisi nel breve periodo con sussidi alle banche, incentivi per la rottamazione delle auto e l’estensione a 18 mesi (prima era di 12 mesi) della settimana corta. In questi mesi le misure termineranno e quindi la disoccupazione è destinata a risalire, il mercato dell’auto andrà verso la stagnazione e quindi la gestione della crisi si è rivelata solo un tampone emergenziale che non ha però mostrato una doverosa lungimiranza per il lungo periodo. Il futuro governo si ritroverà pertanto ad affrontare i problemi storici del paese: una spesa pubblica elevatissima, un carico fiscale molto alto, una vigilanza bancaria inefficiente, un sistema sanitario costoso, insomma dopo quattro anni si torna al punto di partenza.

 

D. E questo segna il bilancio fallimentare della Grosse Koalition?

 

B. Personalmente penso proprio di sì. La Grosse Koalition è mancata nei suoi obiettivi più importanti come il contenimento della spesa pubblica e la gestione del mercato del lavoro a lungo termine. Sembrava potesse riuscirci, poi è arrivata la crisi ed oggi i conti sono di nuovo in rosso. 

 

Angelo M. D'Addesio 

 


23 settembre 2009

Russia-Usa: E’scoppiata la pace?

Russia-Usa: E’scoppiata la pace?

 

Con Antonella Scott, corrispondente dalla Russia per Il Sole 24 Ore, parliamo dei rapporti Usa-Russia, delle nuove strategie di Obama e degli scenari interni russi.

 

D. E’ scoppiata la pace fra Russia ed Usa, alla luce delle duplici rinunce di scudo missilistico e di congelamento dei missili a Kaliningrad…Perché questo cambio di rotta ed a chi giova?

 

S. Penso che, purtroppo, dire “è scoppiata la pace tra Russia e Usa” sia un po’ prematuro. Quello che sta avvenendo è un graduale miglioramento del clima, partito dal rilancio del negoziato sulla riduzione delle testate nucleari. La rinuncia dell’amministrazione Obama allo scudo missilistico è indubbiamente un grosso passo in avanti: per Mosca, che considerava l’installazione di missili e radar in Polonia e Repubblica Ceca una minaccia alla propria sicurezza, è soprattutto la prova che questa Casa Bianca è più disposta ad ascoltare il punto di vista dei russi. E’ la condizione necessaria per un reale avvicinamento, ma lo scenario nasconde ancora mille possibili insidie. Non è detto che le soluzioni alternative che gli americani proporranno per contrastare il programma nucleare iraniano trovino in tutto l’accordo di Mosca. E proprio oggi (lunedì 21 settembre) il capo di stato maggiore russo Makarov ha chiarito che il congelamento dei missili a Kaliningrad non è ancora stato formalizzato: un segno che nulla è da dare per scontato.

 

D. Le nuove mosse di Barack Obama, oltre ai rapporti diretti con la Russia possono concretamente cambiare le posizioni del Cremlino su Iran, Corea del Nord anche in sede Onu?

 

S. Gli americani ripetono che le loro decisioni sullo scudo missilistico non sono influenzate dalla Russia: ma è chiaro che il desiderio di migliorare i rapporti con Mosca ha avuto un peso fondamentale. La cooperazione tra Russia e Stati Uniti sul fronte nordcoreano funziona: quella è una minaccia percepita come reale dai russi, che la vivono ai propri confini. Ma il vero obiettivo di Washington è ottenere la cooperazione russa sul fronte iraniano: questa non è affatto scontata. Il rapporto con l’Iran sottintende per Mosca interessi troppo forti, dall’energia agli armamenti. E se in un futuro Teheran e Washington si riavvicinassero, l’ipotetica alleanza ridimensionerebbe l’importanza dei russi come fornitori di gas, riporterebbe gli Stati Uniti in un’area di interesse strategico per la Russia. Credo che il Cremlino farebbe di tutto per evitarlo.  

 

D. Come potrà influire questo accordo nello scenario caucasico ed in particolare nella continua crisi in Georgia e sul “lasciapassare” russo per l’ingresso dell’Ucraina nella NATO?

 

I rapporti con Georgia e Ucraina sono l’altro nodo difficile, oltre all’Iran, nel rapporto Usa-Russia: anch’essi vanno a toccare la questione delle zone di influenza. Il via libera russo all’ingresso di Georgia e Ucraina nella Nato è un’ipotesi impensabile, per Mosca sarebbe come farsi accerchiare. Altrettanto impensabile un’ammissione degli Stati Uniti che quella è “terra russa”: il miglioramento dei rapporti in atto, tuttavia, potrebbe permettere una maggiore comprensione reciproca, la possibilità di confrontarsi ed evitare situazioni esplosive. Potremmo chiederci: la guerra nel Caucaso dell’agosto scorso sarebbe avvenuta se Washington e Mosca fossero state più vicine?

 

D. Dal caso Politkovskaia a Gheddafi fino agli Usa. In questi mesi è salito in cattedra Medvedev mentre la linea di Putin sul piano interno ed estero è stata ridimensionata…E’ solo uno scontato gioco di equilibri o sta cambiando realmente qualcosa nelle gerarchie interne del paese?

 

S. La domanda sui rapporti tra Putin e Medvedev è davvero da cento milioni di dollari! In Russia gli osservatori politici sono già scatenati a immaginare tutti gli scenari possibili, mentre i diretti interessati si affannano a giurare che il loro rapporto è solido come la roccia. Io credo che la verità non sia lontana: la vera lotta è tra i due schieramenti, quelli che chiamano i”siloviki”, gli uomini dei servizi e dei ministeri “della forza” – Interni, Difesa – e lo schieramento liberale che appoggia Medvedev, i “civiliki”, gli uomini “del diritto”. Non credo che Medvedev, se volesse, avrebbe ora la forza di contrastare Putin e stare in piedi da solo...mi sembra più probabile l’ipotesi del gioco di equilibri. A Putin la parte del pugno duro, a Medvedev quella del riformatore liberale: insieme, tengono sotto controllo ogni schieramento. L’interrogativo è: quanto può durare? I “duumvirati” non hanno mai avuto fortuna in Russia.

 

D. Ci stiamo avvicinando all’inverno. Dobbiamo aspettarci un ennesimo braccio di ferro energetico e nuovi ultimatum fra la Russia e l’Unione Europea?

 

S. L’annuale guerra del gas tra Russia e Ucraina ha tutti i presupposti di ripetersi quest’anno...con una variante decisiva. In gennaio in Ucraina si vota per rinnovare il presidente. Viktor Yuschenko, l’ipotesi più sgradita a Mosca, sembra condannato dai sondaggi. E’ certo che i russi manovreranno per avere qualcuno che riporti l’Ucraina all’ubbidienza....e certo non disdegneranno l’arma del gas, se dovesse servire. L’Unione Europea subirà le conseguenze, anche se dovrebbe essere meglio preparata...per esperienza.

 

D. Si è detto di un ruolo diplomatico rilevante dell’Italia nella ricucitura dei rapporti fra Mosca e Washington. E’ realmente così e soprattutto qual è la considerazione russa dell’Italia: siamo più utili partner o più affezionati clienti?

 

S.  “Utili clienti”? E’ una battuta…Temo che in diplomazia i rapporti si basino sull’interesse strategico, lasciando poco spazio all’affetto...Ma l’Italia è stata un punto di riferimento importante per Mosca anche nei momenti di maggiore isolamento, in particolare durante la guerra in Georgia.

 

 


3 giugno 2009

Focus Iran: intervista a Caren Davikhanian

Focus Iran: intervista a Caren Davikhanian

 

Caren Davidkhanian, giornalista iraniano del Riformista, è protagonista della seconda intervista dedicata all’Iran, dai rapporti con gli Usa ed il Medio Oriente alle imminenti elezioni presidenziali.

 

D. Che idea si è fatto dell’assassinio di Delara Derabi, come della liberazione di Roxana Saperi. Solo casi giudiziari differenti oppure veri e propri casi politici peraltro tesi a frenare episodi di diffidenza e di pericolo per il regime?

 

R. Sono due casi sostanzialmente diversi anche se sono le due facce della stessa medaglia. Quello di Delara Darabi e’ un caso giudiziario che si tinge di politica in quanto legato alla natura stessa del regime che governa l’Iran – cioe’ una dittatura teocratica basata su leggi e valori arcaici che non ha, nel senso moderno del termine, alcun rispetto ne’ per i minorenni ne’ per le donne, ne’ tantomeno per i diritti umani. Non c’e’ da meravigliarsi se il sistema giudiziario islamico, controllato e rappresentato dagli elementi piu’ retrogradi del potere teocratico, impone la pena capitale per un reato commesso da una presunta assassina minorenne se lo stesso sistema considera una ragazzina di nove anni abbastanza matura per essere data in sposa, anche a un uomo in eta’ avanzata – cosa che nei paesi civili costituirebbe pedofilia. Il caso di Roxana Saberi, invece, e’ un caso squisitamente politico. Dimostra un regime intollerante verso la stampa e la libera circolazione delle idee, paranoico, xenofobo e prepotente. Ma anche un regime poco originale in quanto si comporta come tutte le altre dittature che hanno insanguinato la storia dell’Uomo prima di essere mandate al diavolo. Saberi e’ stata arrestata perche’ era un bersaglio facile e naturale: essendo freelance non godeva della “protezione” di alcuna organizzazione di stampa occidentale e avendo la doppia cittadinanza iraniana e americana era la vittima ideale di un gioco costante teso a dimostrare agli Stati Uniti il “potere” della Repubblica islamica a dar noia. Ma, secondo me, proprio perche’ Saberi e’ cittadina americana, non e’ mai stata in pericolo reale di vita e di languire per anni nelle prigioni iraniane. Le cose vanno molto diversamente per i tanti giornalisti o semplici oppositori di regime che non hanno la doppia cittadinanza e che vengono sistematicamente dimenticati dalla stampa occidentale, soprattutto quella italiana troppo dimentica dei valori democratici se non quelli urlati a squarciagola a mo’ di dogmi senza contenuto ad uso e consumo di politica interna.

 

D. A quale risultato possono arrivare gli ultimi contatti fra Usa ed Iran, ma soprattutto esiste all’interno della repubblica islamica, al di là di Khamenei e delle posizioni più radicali, una corrente governativa favorevole al dialogo pro-Usa (penso a Larijani o altri)?

 

R. Non cessa di incuriosirmi il fatto che dopo trent’anni di quest’obbrobrio chiamato Repubblica islamica, con le conseguenze gravissime che ha avuto sul piano regionale e internazionale, si continui a sperare in un suo atteggiamento diverso verso gli Stati Uniti – il paese che sta esattamente agli antipodi di tutto quello che rappresenta la teocrazia iraniana e che ha il potere, anche se non sempre la volonta’ politica, di agevolarne la caduta. Bisogna sempre tener presente alcuni fatti fondamentali: 1. La Rivoluzione del 79 inizio’ come una rivoluzione intellettualmente di sinistra tipica di quelli anni contro il cosidetto “imperialismo americano” e che solo successivamente si trasformo’ in rivoluzione islamica perche’ come al solito gli attivisti di sinistra non avevano preso in considerazione i reali sentimenti del “popolo”, che come si e’ visto, in quelli anni tendeva al tradizionalismo religioso; 2. L’elemento islamico che poi prese il potere aveva un odio viscerale per la dinastia Pahlevi perche’ sia lo scia’ sia suo padre volevano modernizzare il paese (per esempio, il sistema giudiziario prima della rivoluzione era basata su quello francese, per cui se non fosse stata per la rivoluzione khomeinista, oggi non staremo a parlare dei casi come quello della Darabi) e perche’ una parte importante di questa modernizzazione consisteva nella confisca delle vaste proprieta’ terriere dei mullah per riconsegnarli ai contadini e ai lavoratori; ora, essendo lo scia’ in ottimi rapporti con gli Stati Uniti che tra l’altro hanno protetto l’Iran contro l’Unione Sovietica negli anni della Guerra Fredda, segue che i mullah detestavano gli americani in quanto gli accusavano di allontanare gli iraniani dal modello islamico; 3. Il legame tra gli iraniani e gli americani e’ un legame molto antico. Durante la Rivouzione costituzionale del 1906 gli americani, intesi come singoli, non il governo degli Stati Uniti, aiutarono gli iraniani a costituire milizie democratiche, chiamate “militia” all’americana, e fu un americano, Arthur Millspaugh, a tentare di mettere ordine al disastro finanziario lasciato dalla dinastia Qajar, negli anni venti e poi negli anni quaranta, creando il sistema di tassazione moderna dell’Iran pre-rivoluzionario. La memoria collettiva di tutto cio’ e’ ancora molto viva. A questo va aggiunto il fatto che la maggioranza degli Iraniani oggi detesta la teocrazia da cui e’ “governata” e ama gli americani perche’ o gli vede come gli unici ad avere sia il potere sia forse la volonta’ di aiutarli a cambiare qualcosa in Iran oppure semplicemente come reazione ad anni di propaganda anti-americana, esattamente come succedeva negli anni della Guerra Fredda nei paesi comunisti. Ora, come si fa a pensare che la teocrazia iraniana possa mai avere interesse reale ad aperture verso gli Stati Uniti? E’ vero che ci sono alcuni all’interno del sistema che vorrebbero avere rapporti meno conflittuali con Washington, ma questo per quieto vivere e perche’ avendo in mano la richezza e, sostanzialmente, l’economia del paese, come Rafsanjani, pensano alla grande abbuffata qualora ci siano normali rapporti commerciali tra l’Iran e gli Stati Uniti.

 

D. Qual è il reale obbiettivo della politica nucleare dell’Iran e degli ultimi esperimenti? Ovvero una volta completato il definitivo riarmo nucleare, sarà utilizzato per scopi diretti militari, in particolare per creare un fronte anti-occidentale o anti-israeliano?

 

Mentre il mondo sta ancora a chiedersi quale sia l’obbiettivo reale della politica nucleare dell’Iran, la Corea del Nord continua a fre progressi con il suo programma inequivocabile e  l’Iran ne segue l’esempio, e non solo. Il progetto nucleare iraniano esiste da tempi non sospetti quando, giustamente, non preoccupava nessuno. Il problema non e’ l’Iran ma la teocrazia che sta al potere. Credo la risposta alla sua domanda sia abbastanza ovvia. Si immagini una teocrazia sciita, nucleare, confinante con un paese sunnita estremamente instabile, il Pakistan, anch’esso nucleare. Si immagini altri paesi rivali islamici, e penso all’Arabia Saudita o all’Egitto, che gli iraniani ora vorrebbero destabilizzare, anche essi nella corsa al nucleare per reazione. Qui non si tratta solo di un fronte anti-occidentale o anti-israeliano ma anche dei fronti anti-sunniti e anti-sciiti con in mezzo una vasta rete terroristica come ciliegina sulla torta.

 

D. Ahmadinejad è il grande favorito di queste elezioni. Quanta crediblità ha ancora nel paese e soprattutto quanto è protetto ed ancora riconosciuto dalla guida suprema Khamenei che è sostanzialmente con il Consiglio dei Guardiani il vero supervisore del presidente e del suo operato?

 

Non mi risulta che Ahmadinejad sia il grande favorito. Se lo e’, questo dimostra inequivocabilmente – come se non fosse gia’ ben chiaro – quanto la cosidetta democrazia islamica sia una farsa. Nella storia della Repubblica islamica non esiste personaggio piu’ detestato e ridicolizzato di Ahmadinejad. Ci sono piu’ barzellette popolari in giro sul conto suo che per tutti gli altri grandi “geni” che la teocrazia iraniana ci ha regalati negli ultimi trent’anni.

 

D. Come mai queste elezioni sono caratterizzate da rinunce eccellenti come quella di Khatami e la mancata presentazione di Rafsanjani e che peso comunque avranno queste due figure nel paese?

 

R. La situazione e’ piuttosto difficile ed e’ naturale che nessuno voglia esporsi. Khatami sa gia’ per esperienza diretta di non avere il potere di cambiare nulla perche’ la struttura e la costituzione della Repubblica islamica non permette nessun cambiamento. Inoltre, il progetto nucleare non gli permetterebbe di mantenere la maschera “mullah-cool” e sorridente che aveva cosi accecato gli occidentali qualche anno fa. Quanto a Rafsanjani, ha miliardi di dollari investiti nei paesi occidentali e sa bene che il progetto nucleare iraniano deve continuare, quindi non vorrebbe entrare di persona e in modo inequivocabile nell’occhio del ciclone. In questo contesto, meglio lasciar fare a un pazzo come Ahmadinejad che non ha nulla da perdere.

 

D. Movimenti femminili, dissidenti interni ed esterni, universitari di Teheran sono le anime di un riformismo ancora possibile ma come mai non riescono a sfondare? Mancanza di referenti politici, paura o arretratezza della popolazione o fanatismo religioso che frena i cambiamenti…?

 

R. Non riescono a sfondare perche’ gli iraniani, come gli italiani, sono un popolo molto antico e soprattutto molto cinico. Lo stesso cinismo che ha tenuto il fascio al potere per vent’anni in Italia sta tenendo i mullah al potere in Iran. Insomma, e’ il solito atteggiamento di “tengo famiglia” e di “chi me lo fa fare”. L’Italia ha avuto la fortuna di appartenere comunque, anche nei momenti piu’ bui, ad una cultura occidentale tendente alla democrazia che ha portato una parte non indifferente della popolazione a combattere la dittatura. E la fortuna anche di aver avuto gli Alleati ad Anzio. In Iran la cultura democratica sta facendo strada dagli inizi del Novecento ma ad un ritmo molto piu’ lento, anche se trent’anni di orrori le hanno dato un impulso insperato ed ora, per la prima volta nella storia del paese, esiste una societa’ civile non indifferente.

 

D. Un ultima riflessione su Iran e rapporti con Israele. C’è chi asserisce che non si può parlare di avversione agli ebrei o agli israeliani sul piano religioso, umano, ma di un’avversione allo stato d’Israele ed unicamente politica. Cosa ne pensa? E’ realmente così?

 

R. Le due cose sono ormai talmete legate ed intrecciate che e’ molto difficile distinguerle. E’ vero che, parlando in grandi linee, nella cultura islamica non esiste un antisemitismo intrinseco come quello che c’e’ stato e c’e’ purtroppo tuttora nell’Occidente. Ma l’antisemitismo europeo, e piu’ specificamente quello di stampo nazista, e’ entrato in modo sistematico nei paesi mediorientali durante e soprattutto dopo la caduta del regime nazista ed e’ poi stato rafforzato dalla situazione dei palestinesi e da anni di propaganda prima arabo-nazionalista e poi islamica. Per quanto riguarda l’Iran in particolare credo sia importante ricordare che gli iraniani – e qui non mi riferisco al regime – fondamentalmente non sono ne’ antisemiti ne’ anti-israeliani, nonostante o forse proprio grazie ad anni di propaganda anti-israeliana.

 


15 maggio 2009

Elezioni in India: intervista a Domenico Amirante

Elezioni in India: intervista a Domenico Amirante

Domenico Amirante, Ordinario di Diritto pubblico italiano e comparato preso la Seconda Università degli Studi di Napoli, autore del libro “India” esamina gli aspetti istituzionali, culturali e ambientali dell’India storica e moderna.

 

D. Ha dedicato un libro sull’India (“India” – Il Mulino Editore anno 2007) in cui si è concentrato molto sul concetto di democrazia adattato all’India e valorizzando questo aspetto. Come si concilia il concetto di democrazia con le tante contraddizioni indiane (divisione castale, terrorismo, dubbi sulla laicità dello stato)?

 

Amirante: Innanzitutto molto dipende dalla definizione che diamo al termine democrazia. La difficoltà di accostare la situazione indiana alla democrazia è dovuta ad una nostra visione troppo eurocentrica, mentre nella realtà concreta  della società indiana la presenza della democrazia è ben evidente. Peraltro,  le problematiche da lei elencate nella domanda vanno esaminate su piani diversi. Sul piano religioso, ad esempio, l’India, al contrario, è un laboratorio di convivenza multiculturale molto interessante. Basti pensare alla compresenza di sei grandi religioni, oppure al fatto che, nonostante la forte maggioranza di induisti l’India sia  il secondo paese islamico al mondo. Proprio questo aspetto avrebbe potuto essere il serbatoio di una guerra religiosa infinita ed invece da secoli ha prevalso una sostanziale convivenza, interrotta, certo, da episodi sanguinosi di violenza, che sono però riconducibili ad un premeditato “uso politico” delle differenze religiose. In India ci sono poi addirittura minoranze religiose scomparse nei loro luoghi di origine in Medio Oriente, come i Parsi, ancora presenti qui proprio per la suddetta capacità di convivenza. Anche per quanto riguarda le caste sarebbe necessario abbandonare lo stereotipo europeo, tanto più che la casta come sistema rigorosamente applicabile a tutto il territorio indiano è un concetto coniato nel periodo del colonialismo inglese. Il sistema delle caste, nell’India di oggi non è certamente l’unico strumento di potere e di discriminazione sociale, anzi, essendo stato bandito dalla Costituzione, va equiparato a quei fenomeni di sopravvivenza di forme di organizzazione sociale parallele alla legalità statale, presenti anche in Europa. Pensiamo al nostro Meridione: la persistenza di organizzazioni  come la Mafia  e la Camorra, è elemento sufficiente per escludere l’Italia dal consesso dei paesi democratici?

 

D. Altro aspetto importante nelle sue ricerche e nel suo libro è il modello federalista dell’India. Si può parlare di un vero e proprio federalismo anche di fatto oppure di uno spiccato regionalismo, a volte con sfumature radicali e perfino indipendentiste?

 

Amirante: E’ necessaria anche in questo caso una premessa. C’è una capacità della cultura indiana di rielaborare gli istituti, le nozioni provenienti dall’esterno, fondendole con elementi autoctoni per creare forme originali di organizzazione istituzionale e sociale. Pertanto sia federalismo, che la forma di governo, che il sistema elettorale indiano, sebbene adottino modelli occidentali, sono rivisitati in chiave indiana, prendendo ciò che è utile alla contingenze sociali ed alla struttura del paese. Il federalismo indiano è nella natura della storia e della geopolitica del paese, in quanto caratterizzate da un coacervo di popoli e razze con notevoli differenze. L’India non è mai stata unita nella sua storia come lo è oggi. Tra il nord ed il sud del paese, ad esempio, ci sono millenni di storia separata e la barriera dei monti Gaths ha spesso costituito una sorta di baluardo invalicabile. Difatti,  anche durante i grandi regni ed imperi del passato, quale ad esempio quello Moghul, non c’è stata una vera unificazione fra sud e nord. E’ naturale che dopo l’indipendenza nel 1947 l’opzione federale fosse preferita. Tuttavia, adoperando una buona dose di real politik, i costituenti optarono per un modello costituzionale che avesse una forte struttura centrale, in modo da non andare incontro a problemi di separatismo. E’ dunque un federalismo “a tendenza centripeta”  con uno livello centrale assai robusto, ma attento anche al riconoscimento delle autonomie. Oggi l’India è costituita da 28 stati, con  ben 23 lingue diverse, ufficialmente riconosciute  dalla costituzione (22 idiomi autoctoni, più l’inglese come lingua franca). Quello indiano è vero federalismo anche a livello politico, perché la politica nazionale viene a determinarsi sulla base delle sue componenti locali e regionali, in costante crescita negli ultimi anni.

 

D. Si sono svolte le elezioni generali in questo mese ed il dato che emerge è il calo dei grandi partiti e la crescita dei partiti regionali e del cosiddetto Terzo Fronte. Come mai questa tendenza e si può parlare di instabilità oppure è un processo fisiologico anche questo?

 

Amirante: Negli ultimi dieci anni in India ci sono stati due “governi di legislatura” e, ancora una volta, se compariamo la stabilità indiana al’instabilità italiana (dove il governo di legislatura è un eccezione, peraltro dovuta alla presenza di un forte leader carismatico e non alla disciplina del sistema politico), siamo noi a non uscirne bene. Certamente la situazione indiana è molto complessa. E’ vero, ad esempio, che c’è una crisi dei partiti tradizionali, ma è più che altro la crisi strutturale di un partito, il Congress, che ha dominato la scena politica indiana per decenni ed il cui consenso è stato progressivamente eroso dalla crescita dei partiti minori: ma questo è il sale della democrazia indiana. D’altra parte, l’altro grande partito emerso negli ani novanta, il BJP dei nazionalisti hindu, ha mostrato i suoi limiti durante la sua esperienza di governo: gli indiani hanno capito che l’estremismo religioso basato sull’esclusione delle altre componenti confesionali non paga né in termini di progresso, né di pace sociale. Da questo punto di vista ben venga l’emersione di nuovi partiti che sono sintomo di una tendenza all’apertura dell’arco democratico. Nel Parlamento che ha chiuso il suo mandato erano presenti 40 partiti e 200 liste si erano presentate alle elezioni ed anche questo può rappresentare una sorpresa, soprattutto se guardiamo al sistema elettorale. Il sistema elettorale indiano è infatti il “maggioritario uninominale secco”, il cui difetto più grande, secondo gran parte degli addetti ai lavori, è il rischio di perpetuare l’esistenza di due soli partiti … ma nel caso indiano la tendenza sembra tutt’altra. Va poi sottolineata, nelle elezioni del 2009, la presenza del cosiddetto Terzo Polo, composto da un discreto numero di partiti, prevalentemente orientati a sinistra, e che ha il suo leader nella “regina dei dalit”, Mayawati. La Mayawaty incarna la crescita dei partiti delle classi deboli, ed in particolare degli “intoccabili” (definiti anche dalit, o “fuori casta”) che per la prima volta possono aspirare ad esprimere un Primo ministro a livello dell’Unione (mentre hanno avuto già diverse esperienze di governo negli Stati membri). Questa crescita è stata favorita anche dalla politica delle “quote riservate”, che stabilisce riserve di posti nel pubblico impiego, nelle università e addirittura in Parlamento, per le categorie deboli: comunità tribali, fuori casta, classi sociali particolarmente svantaggiate. Non si possono non vedere i rischi di queste politiche che, pur trovando una loro giustificazione costituzionale nella realizzazione della “uguaglianza sostanziale”, rischiano di riprodurre vecchie divisioni e cristallizzazioni sociali.

 

D. I 2/3 della popolazione indiana vivono in stato di indigenza o disagio economico, alla luce anche della recessione, come può influire tutto questo sul processo elettorale e come partecipa la popolazione, visto anche una sostanziale assenza di aspetti globali ed invece una maggiore attenzione a bisogni elementari…?

 

Amirante: L’attuale campagna elettorale non ha mostrato grandi novità rispetto alle elezioni del 2004. Il Congress di Sonia Gandhi allora vinse a sorpresa basando il proprio programma sui bisogni primari delle classi più povere, in contrapposizione alla politica del BJP, fondata sul motto della “India Shining”, sul boom economico, sulla crescita del PIL all’8% annuo, che però evidentemente non toccava il cuore degli stati popolari, ma solo una parte della borghesia indiana. Non c’è stato un grosso cambiamento in queste elezioni perché il programma elettorale del Congress è rimasto pressoché invariato, mentre  quello del BJP si è parzialmente riconvertito  puntando sull’efficacia governativa (una sorta di decisionismo in salsa indiana poco convincente), mentre il Terzo Fronte è orientato su tematiche populistiche, cercando di intercettare quell’elettorato che nel 2004 dette la vittoria al Congress ed al suo cartello elettorale e di governo (UPA). C’è quindi una corsa per disputarsi il voto delle classi inferiori da parte di queste due coalizioni, mentre BJP cerca di arrivare all’elettorato popolare attraverso la propaganda religiosa ed il modello di crescita vincente di alcuni stati, come ad esempio il Gujarat, dove da tempo vince e governa. Non va dimenticato infatti che le elezioni indiane è che si vincono Stato per Stato, e che la popolarità o l’impopolarità dei governi statali può determinare inversioni di tendenza o sorprese rispetto ai trends nazionali. 

 

D. Lei si è occupato anche degli aspetti ambientali in India, in particolare di ecologia, sviluppo sostenibile e legislazione ambientale. Ci illustri questi aspetti…

 

Amirante: Per quanto concerne le tematiche ambientali, c’è stato un cambiamento di oggetto negli ultimi dieci anni. Fino all’inizio degli anni ‘90 il paese ha vissuto una situazione di stasi economica con uno sfruttamento relativo delle risorse ambientali, pertanto le attenzioni degli ambientalisti si sono essenzialmente concentrate sui fenomeni dell’inquinamento urbano e molto anche sulla protezione della natura. Non dimentichiamo che l’India è uno dei paesi dove 50 milioni di persone vivono nei parchi e nelle aree protette e proprio qui si sono compiuti esperimenti interessanti con alcune  comunità tribali che considerano le risorse ambientali come mezzi di sopravvivenza, vivendo in simbiosi con la natura. Consentire a queste comnità di “gestire” le are potrette ha consentito in alcuni casi (rimasti però esperimenti isolati) di realizzare modalità di conservazione della natura “a costo zero”. Lo scenario è cambiato dopo gli anni ’90, quando c’è stato un incremento produttivo molto forte. E’ vero che crescita economica è stata meno rapida ed ha influito meno dell’ambiente rispetto alla Cina o ai paesi europei, perché in India il settore economico più forte è il terziario e quindi si tratta di un tipo di economia che esercita una minore pressione sulle matrici  aspetti ambientali Non dimentichiamo però che l’India ha un potenziale mercato di 1 miliardo e 120 milioni di persone, quindi la produzione di beni, anche solo per il mercato interno, non può non avere impatti ambientali. Ulteriore problema è che certe risorse, ad esempio l’acqua, erano già scarse prima e quindi il forte impatto della produzione ha comunque determinato un progressivo peggioramento delle condizioni del rifornimento idrico. Le attenzioni dei governi hanno riguardato naturalmente più lo sviluppo economico che non l’ambiente; i vari governi hanno poi adottato la politica delle “Zone speciali di Sviluppo”, che sono delle enclaves super-tecnologiche in zone poverissime, costruite senza grande attenzione agli aspeti ambientali ed agli equilibri territoriali e paesaggistici. Tutto ciò va peraltro a scapito della vita delle popolazioni residenti, con espropri e distruzioni per l’agricoltura e per l’ambiente. Il movimento ambientalista non ha mai avuto una posizione politica preminente, al contrario dell’associazionismo che si esprime però soprattutto nelle aule dei tribunali. Il sistema giurisdizionale è infatti molto aperto  alle “azioni rappresentative”di interessi ambientali  davanti ai tribunali, dove le associazioni portano avanti le battaglie per conto delle diverse comunità rurali coinvolte. La mancanza di un vero a proprio “partito verde” dipende da diversi fattori. In generale può dirsi che non c’è stata la necessità di un partito trainante in materia di ambiente in quanto la coscienza ambientale, che è emersa grossomodo negli ani ’90, ha trovato subito spazio nei programmi dei partiti tradizionali. 

 

D. Qual è il punto forte e quale il punto debole dell’India che oggi è comunque un gigante che si affaccia sulla scena internazionale, al di là degli stereotipi?

 

Amirante: Se fossi un francese risponderei, con il caratteristico gusto della provocazione dei nostri cugini, che il punto di forza ed il punto debole coincidono in un’unica caratteristica: la lentezza. Le innovazioni, sia sociali che economiche, hanno spesso subito in India un processo di incubazione molto lento che ha consentito alle strutture sociali di assorbirle ed adattarle al contesto.  Si tratta insomma di un paese in cui sono possibili le trasformazioni, ma non le rivoluzioni. Anche questo però rischia di essere un luogo comune. Prendendo in prestito un termine antropologico si potrebbe parlare piuttosto di una “capacità di accumulazione culturale” della società indiana, che consente la formazione di anticorpi in grado di contrastare fenomeni socialmente devastanti, come ad esempio la globalizzazione. Altro punto di forza della società indiana contemporanea è il coinvolgimento degli strati popolari nella vita politica, emerso anche nell’ultima campagna elettorale e che può rappresentare un  contrappeso ad una crescita economica mirata solo al terziario ed all’alta finanza. Naturalmente con la recessione globale anche in India si sono verificati scandali simili a quelli americani con investimenti sbagliati, crolli bancari e titoli fasulli distribuiti senza scrupoli. Un fattore di debolezza strutturale è invece l’incapacità di tradurre l’inventiva imprenditoriale e politica in una qualità della vita accettabile per la maggior parte della popolazione. Nelle elezioni del 2009 la partita si gioca proprio sulle capacità di inclusione  nello sviluppo economico delle masse popolari (in India, dove la classe media è ancora relativamente ristretta, questo termine ha ancora un senso). Nonostante il boom economico degli ultimi decenni permane, insomma, la tradizionale contrapposizione fra il vecchio modello di Nehru, quello di una ripartizione della ricchezza diretta dallo Stato, con l’obiettivo del raggiungimento di un livello di sussistenza minimo delle classi popolari, ed il modello neo-liberale, sviluppatosi dagli anni ’90 ad oggi, e fatto proprio, a turno, da quasi tutte le forze politiche; la partita fra vecchio e nuovo sarà, però, probabilmente vinta da chi riuscirà ad operare la migliore (o più credibile) sintesi fra i due modelli. 

 

Angelo M. D'Addesio

 


15 maggio 2009

Elezioni in India: intervista a Daniela Bezzi

Elezioni in India: intervista a Daniela Bezzi

 

Daniela Bezzi, giornalista free-lance per L’Espresso, Repubblica, Grazia, vincitrice del Premio Baldoni 2005 con il reportage “Ritorno a Bhopal” ed esperta conoscitrice della politica e della società indiana, descrive gli scenari post-elettorali del paese, in attesa dei risultati.

 

D. I primi exit-polls danno in vantaggio il Congress, ma il Third Front è avanzato e sarà comunque decisivo per la formazione di un governo. Come vedi la situazione alla luce di questi risultati molto provvisori?

 

E’ un processo che sta andando avanti da circa due anni ed è espressione dell’affrancamento delle cosiddette classi basse, i dalit, gli ex “intoccabili, ma è un fenomeno molto circoscritto alla personalità, indubbiamente sorprendente, della signora Mayawati. Non possiamo al momento (ndr 14 maggio) fare previsioni sulla credibilità dei primi exit-polls ma non fermiamoci ai numeri, era già scontato da tempo il successo del BSP in queste elezioni. Il dato però certo che emerge in questi giorni sul piano numerico, è soprattutto il tonfo in trend da giorni, della Borsa a Mumbai: la rupia ha perso terreno nei confronti del dollaro ed il settore delle esportazioni ha registrato un calo del 33% in marzo, nonostante il deprezzamento della rupia nei confronti del dollaro (che avrebbe dovuto favorire il settore dell’export). Il successo di Mayawati è il sintomo della frustrazione delle classi svantaggiate che si riflettono nel potere di una donna sicuramente molto capace, ma al tempo stesso anche inabile a realizzare le necessarie riforme in uno stato molto bisognoso di un serio sviluppo, come l’Uttar Pradesh. Chiunque vincerà queste elezioni e sarà incaricato di formare una coalizione di governo, prima di tutto dovrà affrontare il classico corollario di faide, accordi dietro le quinte, tipico dell’India, giochi che sono già fatti o che poi avranno un evoluzione autonoma nei singoli stati. Sicuramente Sonia Gandhi si alleerà con il BSP, ma ad esempio nel West Bengala, che fino a ieri era la roccaforte del Partito Comunista - che però negli ultimi due anni ha visto eroso il proprio monopolio, dopo la pessima prova di governance offerta sui prospettati insediamenti industriali di Singur, Nandigram (falliti entrambi nel crescente conflitto sociale – e non senza spargimento di sangue) - il gioco delle alleanze sarà più complicato e di fragile tenuta sul medio/lungo periodo. Il grande problema è che la bugia di “India Shining”, lo slogan su cui il BJP aveva puntato per le tornata elettorale precedente a quest’ultima e che Sonia era riuscita (non senza fatica) a contrastare nelle scorse elezioni – ma che però ha dominato la politica economica della sua stessa coalizione in questo ultimo quinquennio, guidata dal liberista Manmohan Singh – non regge proprio più.

  

D. La recessione si sente anche in India ed in alcuni stati è molto forte, al punto che si parla di delocalizzazione, ma anche di investimenti non riusciti o forzati che alla fine hanno sminuito l’agricoltura senza grandi vantaggi per la popolazione. Cosa succederà nel prossimo futuro, soprattutto negli stati cosiddetti “strategici”?

 

Chiunque vincerà le elezioni, dovrà gestire un’India in grande sofferenza economica. La povertà avanza anche nelle classi medie indiane, c’è stato un calo notevole negli indici di crescita, si calcola che 1,5 milioni di disoccupati aggraveranno nei prossimi mesi il problema della disoccupazione da sempre molto alto: questo è il quadro di improvvisa sofferenza in quell’India urbana che fino a ieri aveva trainato la crescita, e su cui tutti scommettevano - ritenendo che dall’India rurale non ci si potesse aspettare alcuna crescita. Tutto ciò nonostante le riforme agrarie, molto coraggiose ed efficaci dei decenni precedenti, per esempio nel West Bengala: riforme che rispondevano ad uno scontro sociale (non dimentichiamolo) acutissimo alla fine degli anni ’60 – e che oltre a limitare l’esodo nelle città, avevano migliorato il livello di produttività di alcune aree agricole. Per esempio le terre agricole di Singur producevano dai tre ai cinque raccolti all’anno, prima di venir ‘sacrificate’ al progetto industriale di Tata Motors – e dopo che sono state abbandonate anche da Tata Motors rimarranno improduttive per sempre. In particolare in West Bengala, quel partito, o quell’alleanza che emergerà ‘vittoriosa’ da queste elezioni, eredita il fallimento clamoroso del progetto liberista di “Shining India” e sarà interessante vedere quale potrà essere la cura. Il dato che ha indubbiamente caratterizzato queste ultime elezioni, in ciascuna delle cinque tornate elettorali, è la crescente conflittualità sociale, e proprio negli stati dove lo slogan “Shining India” si era fatto sentire con particolare pesantezza, come il Jharkhand, il Chhattisgarh e l’Orissa, stati che godono del maggior numero di risorse minerarie e che avevano fornito all’India (e ai mercati finanziari non solo indiani) la crescita più strabiliante negli scorsi anni di vera e propria gara, tra tutte le compagnie minerarie del pianeta, a chi sarebbe riuscito ad accaparrarsi il posto al sole migliore. In particolare il Jharkhand è stato teatro del maggior numero di incidenti e attentati, addirittura di un attacco al treno con 700 passeggeri a bordo tenuti in ostaggio per ore - e insomma una situazione che già nel 2006 il premier Manmohan Singh aveva definito “grave problema di ordine interno” si è aggravata sempre di più. Come confermano sui loro siti web quegli schieramenti o gruppi extra parlamentari che riflettono le posizioni dell’estrema sinistra - maoista, naxalita eccetera.

 

D. In che modo il terrorismo diffuso in India, delle divisioni sociali e politiche nel paese influirà sulla sicurezza dell’India e sul suo futuro che vede ancora una grande confusione regionale ed un avvicinamento agli Usa da molti non gradito?

 

Fu lo stesso Bill Clinton a definire il subcontinente indiano una delle aree più esplosive del pianeta, quando la visitò nell’anno 2000. All’alba del millennio l’attacco agli Usa e al WTC avrebbe potuto definirsi fantascienza, ma solo pochi anni prima (1998) l’India e subito dopo il Pakistan avevano sfoggiato la raggiunta autosufficienza anche sul fronte dell’atomica – e già nell’estate del 2002 la certezza di una guerra ‘imminente’ tra i due stati era tale, almeno per l’intelligence americana, che (me lo ricordo benissimo perché a quell’epoca vivevo a New Delhi) tutti gli expats residenti in India dovettero decidere se rimandare a casa le loro famiglie, oppure no, a proprio rischio e pericolo. La guerra al terrorismo ha poi spostato l’attenzione (diciamo così) e anche le truppe (a livello globale) in Iraq e Afghanistan, ma il fronte fra India e Pakistan non ha mai smesso di essere critico, a maggior ragione ora con un Pakistan stretto dal problema insolubile della pratica terroristica nelle molte irraggiungibili vallate e montagne e l’India che perde occasione di soffiare sul tasto della ripresa della jihad e che proprio qualche mese fa è stata vittima di un clamoroso attentato nella sua capitale finanziaria Mumbai. E’ questo è il tema su cui giocheranno le destre indiane: con proclami che dalla lotta al terrorismo, non esiteranno a far leva sui più minuti conflitti tra comunità diverse (e in India sono tante) e sul peggior revanscimo induista, con tutto ciò che potrà conseguirne sul piano dei diritti umani - pensiamo ai pogrom contro le minoranze musulmane nel 2000 in Gujarath o contro le comunità cristiane dell’Orissa solo pochi mesi fa. Questo il quadro con cui dovrà fare i conti il partito, o coalizione, che risulterà ‘vincente’ in India dopo i risultati definitivi di domani. Qualunque esso sia, l’augurio è che avrà la saggezza di lavorare sulla rettifica delle ingiustizie sociali, sul recupero di quello che rimane dell’infinita ricchezza indiana, perché se vero che Sonia Gandhi ha vinto le scorse elezioni puntando su quei 700 milioni di indiani che vivono di agricoltura (in un’epoca in cui era ancora il settore rurale a trainare la crescita) significa che, almeno numericamente, l’India avrebbe di che vivere, senza bisogno di rincorrere le potenze dell’Occidente… Purtroppo non sarà così: quell’area è infatti diventata cruciale per la soluzione di parecchi problemi economici e militari che siamo noi, l’Occidente (e in particolare gli Usa) a soffrire.

 

D. E’ una domanda ricorrente, ma sempre diversa. Conosciamo l’India come una grande democrazia. Come si comprende questo concetto al fianco delle caste, del terrorismo, dell’estremismo religioso, del voto di scambio, della corruzione imperante…?

 

E’ incomprensibile. Ricordo le prime elezioni indiane cui ho assistito, quelle che videro scendere in politica Sonia Gandhi ed era il 1998. Seguendo la campagna elettorale di Sonia Gandhi che iniziava proprio nel villaggio di Sriperumbudur, in Tamil Nadu, dove nel 1991 era stato assassinato suo marito Rajiv Gandhi, rimasi allibita nel vedere le camionate di gente che dai villaggi era stata portata lì e pagata per stare lì, nel ruolo di folla oceanica, a dieci o venti rupie a testa. L’India è questo: un’immensa sacca di ignoranza, di miseria e di bisogno. Una curiosità sull’ultima campagna elettorale, non riportata da tutti i media, ha visto protagonista Chandra Babu Naidu ex Chief Minister dell’Andra Pradesh, celebrato campione dello sviluppo di questo stato negli anni in cui l’India si affacciava alle nuove tecnologie (Naidu è soprattutto noto e plaudito per aver favorito l’insediamento di Microsoft in Andra Pradesh, diventando poi un esempio della ricetta dello ‘sviluppo hi-tech’ per tutti gli altri stati della federazione), dichiarare apertamente di voler regalare 2.000 rupie al mese, in soldi o in riso, a chiunque qualora fosse stato eletto. Se questa è democrazia… è la sconsolata domanda che si fa (e che ci pone) la scrittrice Arundhati Roy, in uno dei sui ultimi scritti, pubblicati anche sulla rivista Internazionale, laddove mette l’accento sulla grande illusione, non soltanto indiana, ma di tutto il mondo ormai, sulla validità della parola “democrazia”. Che forse non è mai esistita, visto che è stata inventata qualche millennio fa in una Grecia dove il demos, la gente (per lo più povera) non aveva sicuramente molto accesso alla polis

 

D. Sulla classe politica vorrei sottoporre due riflessioni. La prima riguarda l’età altissima dei politici indiani. I due candidati premier dei partiti principali Singh ed Advani hanno 77 ed 82 anni. La seconda riguarda il ruolo della dinastia Gandhi e l’incredibile spinta per un giovane, in particolare per Rahul Gandhi di 38 anni, figlio di Sonia, che potrebbe essere un uomo di svolta...Sarà l’effetto Obama o la realtà…Cosa ne pensi?

 

Penso che anche in India sia giunto il momento di un cambio generazionale. Il tempo è passato sia per Singh che per Advani che peraltro ha pochissime chances di premierato, anche perché il BJP da tempo punta su Narendra Modi, ministro del Gujarat, ritenuto responsabile di non aver impedito i famosi pogrom anti-musulmani nel 2002 e che è un personaggio di grande decisionismo, abilità negoziale, dotato di indubbia capacità gestionale: va iscritto a suo merito il successo in uno stato arido come il Gujarat dove è riuscito a promuovere (forse perché c’è stato molto poco da espropriare e c’è una scarsa densità sociale) un gran numero di SEZ (Zone di sviluppo speciale) con crescente produttività. Il cambio generazionale è in corso da tempo, la stessa Sonia Gandhi  (o così dicono) è scesa in politica per ‘tenere il posto’ ai figli, sia Pryanka Gandhi, lodata per l’eloquenza, lo stile, la gestualità, sempre più vicina a quella della nonna Indira, sia Rahul, ammirato per la sobrietà, per la capacità di dialogare anche con aree politicamente calde, come è accaduto qualche tempo fa in una certa zona mineraria dell’Orissa - anche se però non è riuscito a contrastare l’astro nascente di Mayawati nelle zone ritenute più storicamente vicine ai Gandhi, come per l’appunto in Uttar Pradesh. Non possiamo poi ignorare anche Varun Gandhi, figlio di Sanjay e Maneka che si è fatto notare per i toni accesamente anti-musulmani, addirittura razzisti. I giovani non saranno forse meglio dei vecchi, ma lo svecchiamento della classe politica è inevitabile. Comunque da sempre la politica indiana è un gioco di élites dove il potere economico ricopre un ruolo fondamentale. I Gandhi e Sonia, (ovvero la Dinasty) rappresentano un’anomalia, ma sostanzialmente la regola.

 

D. Qual è il punto di forza e quale invece il punto debole dell’India dopo questo lungo processo elettorale, dopo il boom economico che ora sta diventando una voragine di recessione?

 

Una grandissima, enorme, spero esportabile risorsa dell’India è il suo patrimonio di intelligenza e di conoscenza e di cultura che (per esempio) ha permesso 60 anni fa all’India di affrancarsi dal dominio britannico. Soltanto in parte possiamo identificare questa cultura con l’eredità (non violenta) di Gandhi, perché ci sono anche aspetti di ribellione, di resistenza accesa. Una cosa che sempre meno si vuole vedere, anche quando si parla un po’ retoricamente di ‘complessità indiana’ è che l’India è sempre stata e resta tuttora un’infinita costellazione di villaggi, l’affermazione di Gandhi quando diceva, “l’India vive nei suoi villaggi” è ancora vera, anche se stanno facendo di tutto per affermare il contrario. E questo (chiamiamolo) modello, sta a poco a poco rivelandosi valido anche per noi, perché è dal locale e dal piccolo che si riparte anche da noi per curare i mali che i grandi progetti hanno provocato. Questo scenario può sembrare utopistico, illusorio - ma su questa unicità culturale e morale dell’India, così ricca e diversa, fatta di così tanti tasselli, come non ci stanchiamo di leggere e ammirare nei libri di tanti saggisti, scrittori, osservatori, indiani e non, possiamo continuare a riflettere e (io spero) scommettere concretamente. Come possibile contributo, soluzione,  risposta al collasso del liberismo. E’ un challenge enorme. Ma va anche sottolineato il particolare momento di novità con cui, in questo momento storico, questo challenge indiano si trova a coincidere, con un Obama che in US che obiettivamente sta facendo parecchi cambiamenti non solo a livello politico, ma proprio direi in termini di modalità e filosofia di governance.


7 maggio 2009

"Continente India", speciale elezioni. Intervista ad Alessandra Consolaro

Elezioni in India: intervista ad Alessandra Consolaro

 

Proseguiamo lo speciale sulle elezioni indiane, con uno sguardo sui temi del terrorismo, del nazionalismo hindu e della lingua hindi, fra storia ed aspetti moderni.

 

D. La prima riflessione riguarda la sua prevalente occupazione ovvero lo studio della lingua hindi e della cultura hindu in prospettiva politica. Quanto è forte e radicato il nazionalismo hindu nell’India odierna, nei suoi eredi del BJP ed in generale nelle varie e vaste aree regionali?

 

C. Non c’è una connessione diretta fra la lingua hindi ed il BJP (Bharatiya Janata Party). In realtà c’è un nazionalismo legato anche all’aspetto linguistico, promosso negli ultimi anni dal BJP nel nord dell’India, ma il problema della lingua hindi come lingua ufficiale dell’unione indiana risale a prima dell’indipendenza. Negli stati del sud l’aspetto del nazionalismo linguistico si è legato alla riconoscimento di quella che è una loro connotazione in senso dravidico, tant’è che ci sono stati dei movimenti contro la lingua hindi anche negli anni ’70. Attualmente questo tipo di influenza del nazionalismo linguistico non è tanto forte, ma c’è comunque in alcune zone, soprattutto al sud, una tendenza a rigettare la lingua hindi e perseguire nell’utilizzo dell’inglese come lingua panindiana. Il BJP ha utilizzato la lingua hindi come elemento di connotazione nazionale, come ad esempio nel 2004, anno delle elezioni in cui, essendo Sonia Gandhi di origine italiana, è stata criticata in quanto straniera ed all’inizio della sua carriera politica è stata contestata perché non conosceva la lingua hindi. Sonia Gandhi ha imparato la lingua ed ora riesce ad esprimersi autonomamente, ma è stata per qualche tempo l’obiettivo di una strumentalizzazione politica. 

 

D. Terrorismo hindu e terrorismo islamico. Dall’indipendenza ad oggi che cosa è cambiato, cosa spinge queste forme radicali di espressione ed in cosa, religione a parte, si differenziano?

 

C. Precisiamo che spesso ciò che viene definito terrorismo per chi lo pratica è lotta di resistenza. Inoltre aggiungerei a quelli già elencati i gruppi di resistenza armata maoisti definiti Naxaliti che sono ugualmente terroristi per lo stato indiano. Chiunque adotta modalità di lotta che vanno contro l’estabilishment in forma armata è definito terrorista. Attualmente c’è un dibattito sull’esistenza o meno di un terrorismo hindu, perché molti partiti politici negano tutto ciò, additando solo agli islamici queste forme radicali. Infatti se pensiamo al Kashmir, per anni gruppi islamisti hanno operato con finalità secessioniste nell’area. Bisogna distinguere nelle varie regioni i gruppi attivi ed a cosa fanno riferimento. Per quanto concerne i gruppi islamisti, è vero che questi sono sovvenzionati cancellato “molte volte” dal Pakistan.In Kashmir la lotta è nata da una richiesta di autogoverno nella regione ed è diventata uno dei motivi di scontro fra India e Pakistan. Oggi la risposta forte dell’Unione Indiana ha fatto sì che l’intero Kashmir si senta una regione oppressa, attirando così verso questi gruppi le giovani generazioni. Per quanto riguarda il terrorismo hindu, ci sono invece delle organizzazioni paramilitari fondamentaliste che hanno fatto ricorso alla lotta armata, su cui non si è indagato molto. Non costituiscono una rete unificata, ma sono gruppi locali che fanno riferimento ad organizzazioni panindiane come la Rashtriya Swayamsevak Sangh (Unione dei Volontari Nazionalisti) che sono hindu e che hanno un programma di affermazione di un modello nazionale che assegna piena cittadinanza unicamente agli hindu e riconosce come facenti parte della nazione indiana tutti gli altri, purché si riconoscano come hindu convertiti. E’ un progetto che escluderebbe una parte minoritaria ma cospicua della popolazione. Il BJP ha incentrato parte dell’ultima campagna elettorale sulla repressione nei confronti delle comunità cristiane, proprio in nome di questo nazionalismo.

 

D. Partendo da quest’ultima riflessione sulle azioni di violenza nei confronti dei cristiani soprattutto in Orissa. Quanto incide la componente religiosa nella laicità dello stato, nelle varie forme di conflitti nel paese e perché particolarmente verso i cristiani ed in determinati stati?

 

C. L’India nasce come stato laico perché nella costituzione non si prevede uno stato confessionale, ma la laicità dello stato è intesa in modo diverso da come si intende generalmente in Occiddente. Lo Stato è laico nella misura in cui funge da arbitro fra le varie componenti religiose e quindi deve intervenire per bilanciare queste le varie confessioni. Sicuramente la laicità dello Stato sin dagli anni ’70 è diventata meno chiara. Ad esempio nel Partito del Congresso, comunemente considerato un partito laico, fin dalla sua fondazione sono state presenti componenti hindu molto forti. Negli anni ’70, già con Indira Gandhi c’è stato un processo per cui nel linguaggio politico si è fatto sempre pui ricorso a simboli hindu, per cui alla laicità teorica nella politica si è sostituito di fatto un forte riferimento religioso, anzi comunitario, dove per comunitarismo si intende la costruzione di identità fondate sulla comunità religiosa di appartenenza. Negli ultimi mesi si è assistito ad un escalation di violenza verso i cristiani nell’ambito di una campagna elettorale del BJP che da un lato ha cercato di recuperare una certa verginità laica per recuperare i voti dei musulmani e quindi non ha potuto fare una campagna elettorale contro la comunità islamica, ma dall’altro lato ha voluto conservare la propria matrice identitaria e quindi ha colpito i cristiani. A tutto questo si sono aggiunte politiche e situazioni locali che hanno portato allo scoppio della violenza anti- cristiana in Orissa, in Karnataka, o negli stati del Nord-Est, dove sono più presenti le comunità cristiane che sono poco protette perché poco determinanti numericamente

 

D. Ritornando ai profili culturali e linguistici in India. In un evento particolarmente importante come quello elettorale, la lingua può avere un ruolo particolare e determinante?

 

C. Se tra i profili culturali annoveriamo anche la politica “identitaria”, allora possiamo considerare questa, come una delle caratteristiche dominanti di questa tornata elettorale, come della politica indiana negli ultimi dieci anni. C’è stata un’accentuazione della politica delle caste. Se si pensa attualmente a quella che è una voce molto forte su queste elezioni, ovvero che né il BJP, né il Congresso avranno una maggioranza e che quindi sarà molto importante il cosiddetto “Terzo Fronte”, nel quale vi sono sia i partiti di sinistra, sia partiti fortemente legati alla politica dell’identità, come il BSP (Bahujan Samaj Party) che è il partito dei dalit, ovvero dei “senza casta”. In un paese dove le caste sono state formalmente abolite ed il governo si richiama alla ricerca dell’uguaglianza, nel dibattito politico viene rimarcata proprio la tendenza a creare gruppi di aggregazione che si richiamano alla divisione castale. A volte questa politica crea situazioni paradossali: il BSP è un partito fortissimo nell’Uttar Pradesh  (uno stato che pesa molto in termini di seggi, perché è il più popoloso dell’India) e, pur rappresentando i dalit, si propone alleato con i brahmani (i membri del gruppo sociale egemone nella società hindu). In India esiste un detto secondo cui “you don’t cast your vote but vote your caste” ovvero “non dai il tuo voto, ma voti per la tua casta”. Ciò che conta comunque è il voto locale, ovvero più del peso dei partiti nazionali va considerato il peso dei partiti regionali e l’aggregazione etnica, locale, castale.

 

D. Bangladesh, Sri Lanka, Cina, paesi molto diversi eppure molto vicini all’India nei loro diversi fattori. Come vede il futuro di questa area asiatica e delle loro popolazioni anche alla luce di una crescita sempre più forte ma anche controversa dell’India stessa?

 

C. L’India in questo momento sta cercando di proporsi come superpotenza a livello regionale. Adesso con la crisi globale  la crescita economica ha subito un arresto, però la sua apertura nei confronti degli Usa ci fa capire come le alleanze che cerca nell’area vogliano creare una situazione geopolitica in cui la sua posizione politica diventi predominante. I fattori che bisognerà tenere sotto controllo sono sicuramente le relazioni con gli Usa e gli equilibri con la Cina. L’avvicinamento agli Usa ha creato in India una riorganizzazione degli equilibri fra India e Pakistan. Prima di questa svolta l’India non aveva una politica estera di collaborazione con gli Usa mentre con l’amministrazione Bush si è avuta questa inversione di tendenza culminata con la firma del patto sul nucleare. Tutto ciò ha messo il Pakistan in una posizione diversa rispetto agli anni ’60 quando era il maggiore alleato degli Usa mentre l’India era fra i paesi non allineati. Il Pakistan a sua volta, dall’amministrazione Obama è stato riqualificato come un elemento strategico per gli Usa per la lotta contro il terrorismo e contro i talibani nell’area. Tutto questo cambiamento comporta una ridefinizione a livello regionale della situazione geopolitica. Non dimentichiamo la Cina che è il vicino ingombrante, con cui l’India non ha mai avuto relazioni distese. Attualmente i rapporti sono improntati ad una grande cortesia ma anche a sottolineare ancora diverse situazioni conflittuali, come ad esempio il controllo delle acque himalaiane o ancora la definizione dei confini territoriali in prossimità con il Tibet. Ciò che succederà dipenderà dai diversi equilibri che si stabiliranno a livello mondiale oltre che regionale.

 

D. Si conosce molto poco della cultura e della letteratura indiana in Occidente. Che cosa ancora rappresenta un simbolo antico ma al tempo stesso attuale e fondamentale e resiste alle derive moderniste della cultura indiana che si occidentalizza?

 

C. Sono fortemente contraria alla riduzione ad un simbolo di una nazione. Capita spesso di identificare un paese con qualcosa ma è sbagliato farlo. Nel caso dell’India innanzitutto la modernizzazione del paese è certamente cominciata ben prima del Ventesimo Secolo. E’ stato l’incontro con il colonialismo che ha portato all’occidentalizzazione ed inoltre l’India non è mai stata quella cosa chiusa ed immutabile che a noi occidentali piace pensare. La visione orientalista dell’India vista come luogo di spiritualità e di interiorità, opposta all’Occidente come il luogo dell’economia e della vita materiale, è fortemente distorta, sebbene venga usata anche dall’”India Shining”, in grande espansione economica per promuoversi a livello internazionale. Realtà come lo “Yoga” o l’Ayurveda” sono ridotte a stereotipi e sono usate per vendere a livello internazionale il “marchio India”, in un paese dove l’80% delle persone non hanno accesso a questo grande processo di crescita economica. Questo è un modo molto ipocrita di avvicinarsi all’India. Non credo infatti che il contatto con l’Occidente debba essere visto in termini di degrado, né che tutto ciò che viene identificato con la cultura originaria sia un modo per salvaguardare qualcosa di puro. Anzi è successo che l’identificazione con questi simboli di origine e di purezza culturale sono stati strumentali per scopi che non hanno poi nulla a che vedere con la cultura indiana. Dal punto di vista sociale, politico ed economico, l’apertura a neoliberismo o (neo-imperialismo?) è avvenuta proprio nel momento in cui in India c’era al potere il BJP, il partito che sbandierava la supremazia delle tradizioni e della cultura hindu. Possiamo fare un’analisi della ricchezza culturale rappresentata dalle varie religioni, filosofie dell’India, ma andrei cauta nel voler identificare la “vera” cultura del paese isolandone alcuni simboli.

 

Alessandra Consolaro è docente di Lingua  e Letteratura Hindi presso la Facoltà di Lingue dell'Università degli Studi di Torino, membro del Consiglio Direttivo dell'Associazione Italindia ed autrice di numerosi saggi sulla cultura indiana.

 

Angelo M. D'Addesio.


23 aprile 2009

Elezioni in India. Intervista con Nello Del Gatto

Nello Del Gatto, corrispondente Ansa dall’India ci descrive in un “viaggio virtuale”, candidati, caratteristiche ed elementi della più grande e particolare democrazia del mondo: l’India.

 

D. Innanzitutto esaminiamo quali sono le parti politiche che si incrociano in questa contesa elettorale in India e quali le coalizioni?

 

Le alleanze si comporranno solo dopo i risultati del 16 maggio. Ora abbiamo solo partiti che sono l’uno contro l’altro, sebbene si conoscono le potenziali confluenze e posizioni nel Parlamento dalla loro storia precedente. Il partito più importante che conclude cinque anni di guida del governo è quello del Congresso con Sonia Ghandi presidente, il figlio Rahul vicesegretario generale ed il primo ministro Manmohan Singh che si ripresenta per la stessa carica ma potrebbe passare la mano durante il percorso, visto che ha circa 77 anni ed è stato appena operato di cuore. L’altro partito che lo contrasta è il Bharatiya Janata Party, (BJP), quello dei nazionalisti hindu, molto forti se si pensa che hanno guidato il paese prima dell’arrivo di Sonia Ghandi al potere che presenta alla carica di primo ministro Shri LK Advani che ha 82 anni…La prima considerazione doverosa è che in un paese con maggioranza giovanile c’è una massiccia gerontocrazia al potere…Oltre ai due partiti più grandi c’è il partito della cosiddetta “Regina dei Dalit”, l’avvocata Mayawati che è il leader di questo “terzo fronte” ed è la presidente del Bahujan Samaj Party, nata come la paladina degli intoccabili, si è fatta costruire una statua più grande dell’intoccabile più noto dell’India Ramji Ambedkar, uno dei fautori della Costituzione, risulta pagare più tasse di tutti ed è quindi la donna più ricca del paese, è capo del governo nell’Uttar Pradesh formato da membri della prima casta quella dei Brahmini e quindi si è via via dimenticata della sua provenienza. L’Uttar Pradesh è inoltre uno stato importantissimo e con una forte presenza di musulmani dove sono frequenti gli scontri fra induisti e musulmani. Poi ci sono i partiti comunisti in un ulteriore fronte a cui si sono riuniti altri esponenti di primo piano come il ministro delle Ferrovie Lalu Prasad Yada, una padre-padrone ricchissimo che ha numerose accuse a suo carico, ma è stato bravo a far uscire il bilancio delle ferrovie in attivo e quindi ha guadagnato potere e consensi. In India le Ferrovie sono così importanti che di discute prima del loro bilancio per approvare la Finanziaria. Egli insieme con i comunisti bengalesi ex alleati di Sonia Ghandi, ha creato questo “quarto fronte” che andrà in soccorso di Sonia Ghandi qualora il Congresso vinca senza i numeri adeguati per governare.

 

D. Ci sono poi molte realtà regionali, oltre a quelle più consolidate nazionali…

 

Sì, i partiti nazionali ufficiali sono solo sei, ma conteranno molto i partiti regionali soprattutto in determinati stati del paese come il Tamil Nadu, al centro dell’attenzione in questi giorni per la polemica con il governo che appoggia la lotta armata dello Sri Lanka ai guerriglieri Tamil e c’è poi anche una battaglia politica perché questi combattenti vengono proprio dal Tamil Nadu e siccome  il governo di Sonia Ghandi ha sostenuto le azioni dello Sri Lanka e naturalmente i potenziali alleati del Partito del Congresso invece sono fortemente avversari alla politica del governo di Sri Lanka, tutto ciò ha ingenerato polemiche e divisioni. In tutto questo scenario regionale un ruolo determinante potranno giocarlo le nuove leve fra cui Sicuramente emerge Rahul Ghandi che sta girando l’India intera, nonostante abbia il suo collegio in Uttar Pradesh, ma resta pur sempre il vicesegretario generale del partito, contro cui si è schierato il cugino Varun che è il figlio del fratello più piccolo di Rajiv e qui è doveroso fare un’altra digressione. Indira Ghandi ebbe due figli Rajiv e Sanjay. Proprio Sanjay avrebbe dovuto sostituire la madre nella vita politica secondo gli accordi ed infatti Rajiv si diede alla passione per il volo, diventando un pilota. Sanjay morì però prima della madre in un incidente aereo e Rajiv ne prese il posto dopo l’assassinio di Indira. Il figlio di Sanjay, Varun lasciò la casa di famiglia Ghandi e si iscrisse con la madre al partito nazionalista hindu (il BJP). Varun Ghandi è quindi ora del BJP contro Rahul che è eleggibile per il Congresso. Inoltre Varun è appena stato liberato dopo l’accusa rivolta ai musulmani di volerli eliminare una volta alla guida del paese con il suo partito. Poi ci sono gli attori di Bollywood, schierati dal Partito Socialista uno dei sei partiti nazionali, anche se uno dei più famosi Sanjay Dat non si è potuto candidare perché condannato a sei anni per l’appoggio ai terroristi nella strage di Bombay nel 1993. C’è un panorama abbastanza variegato da cui non traspare un posizionamento preciso delle parti.

 

D. Andando a fondo nell’esame delle candidature si è parlato molto di candidati con condanne penali anche gravi, o di veri boss territoriali, leader religiosi estremisti. Che credibilità ha il politico indiano nella raffigurazione tipo che ne fa la stampa nel mondo in questi giorni?

 

Se questa credibilità è misurata con criteri occidentali, allora è nulla. Tuttavia ciò però agli indiani interessa ben poco nel senso che se è vero che l’India è indicata come la più grande democrazia al mondo ovvero molte persone possono scegliere democraticamente i loro rappresentanti, è anche vero che questa gente, vota esclusivamente per vicende personali come l’appartenenza castale, alla famiglia, ad un gruppo e fuori da ogni problematica ideologica. Pertanto se il candidato ha la fedina penale sporca, poco importa.

 

D. Che tipo di organizzazione c’è in India dal punto di vista elettorale. Si vota già dal 16 aprile, fino al 16 maggio, ma con quale cadenza e con quali stati via via coinvolti e quali sono gli stati determinanti?

 

Il calendario elettorale è organizzato in cinque tornate. Il paese è stato diviso in cinque grandi collegi, con un numero più o meno pari. Ci sono stati molto grandi come l’Uttar Pradesh e stati molto piccoli come quelli al Nord che fanno parte di quell’appendice che sta al di là del Bangladesh. L’Uttar Pradesh è stato diviso in più tornate mentre al Nord si è già votato. Il voto è molto semplice. Si è riusciti a raccogliere in questi anni un po’ di dati sulle persone e quindi l’80% degli elettori su 614 milioni di elettori, andrà a votare, oltre che con la sua tesserina con la foto anche con la convalida su un database messo su fogli dove sono riscontrati i dati della tessera e tutto ciò perché in India è molto facile cambiare nome e cognome, essendoci molti casi di omonimia all’interno di una stessa casta o di una stessa famiglia (i sik si chiamano ad esempio tutti Singh) e quindi in passato era molto difficile capire chi andava a votare e chi no. Poi gli indiani voteranno con voto elettronico con delle macchinette con 15 pulsanti al fianco del quale c’è il nome del candidato ed il simbolo del partito. I simboli dei partiti sono tutti molto semplici. Il Congresso ha la mano, il BJP ha il fiore di loto, poi ci sono simboli come la bombola del gas, gli occhiali, l’elefante in modo che anche gli analfabeti, che sono numerosissimi, possano comprendere per chi votano riconoscendo i simboli stessi. Al termine di queste cinque fasi queste macchinette sono sigillate all’interno degli uffici elettorali e poi il 16 maggio si svolgerà il controllo e si sapranno i risultati. L’attestazione del voto avviene con un segno indelebile nell’indice della mano destra che non viene via per qualche settimana.

 

D. In un paese ed in una democrazia così grande come un continente, qual è la discriminante che può far spostare o attirare voti e soprattutto c’è una percezione degli eventi internazionali oppure no?

 

I temi internazionali non rientrano assolutamente nella campagna elettorale, ma si fa una campagna elettorale che si basa solo su questioni regionali e sulle esigenze delle persone che variano da luogo a luogo. Inoltre il 60% della popolazione abita nelle campagne e quindi non hanno alcun interesse per gli accordi nucleari, per i problemi con la Cina, per l’economia globale ma hanno piuttosto attenzione per cibo, soldi e strutture. Infatti nei due programmi dei due grandi partiti nazionali è presente la strategia per assicurare la stessa quantità di riso ad un prezzo inferiore. Il Congresso promette 5 kg di riso a due rupie, il BJP invece 7 kg a due rupie. Nei programmi si tratta di abbassare il prezzo della benzina, di offerte di lavoro.

 

D. Come è conciliabile in una democrazia che si definisce tale e che lo è agli occhi di molti politologi l’accettazione di un sistema castale antichissimo, la presenza di zone d’ombra con povertà massiccia o con ribelli che fanno guerriglia?

 

Ho posto la stessa domanda al filosofo Aldo Masullo. Qual è il concetto di democrazia in un paese dove le minoranze vengono maltrattate (se non sei un hindu non puoi neanche adottare un bambino...Il succo della risposta che mi diede e ti do è che non c’è democrazia in questo posto o meglio c’è nel senso che si da alla popolazione la possibilità di fare qualcosa, ma alla fine non c’è perché non proviene dal governo alcun aiuto in questo senso. Ci sono questioni irrisolte come il terrorismo interno, dai stalinisti ai maoisti, al Tamil, fino a quell’esterno dal Bangladesh o dal Pakistan. All’India non interessa che si sviluppino classi basse che il paese non saprebbe come gestire, anche perché resta molto indietro la gestione infrastrutturale. Il vero problema è come gestire una crescita così enorme. Il governo ha interesse che la crescita sia lenta, perché questo periodo di crescita ha allargato la forbice fra ricchi e poveri. Ci sono diverse ricette. Durante il governo del BJP sono state sacrificate le classi ultime per favorire l’ascesa della classe media ed infatti si è ottenuta una crescita pari all’8%. Con Sonia Gandhi invece si è adottata una politica che doveva essere protesa anche agli ultimi ma alla fine nessuna delle parti del paese ne ha giovato e la crescita è crollata. Se si volesse realmente una crescita dell’India bisognerebbe partire dalle strutture e dall’infrastrutture, perché ci sono persone che ancora si battono per avere un bagno a casa, o ancora non ci sono strade, non c’è elettricità, nonostante gli affitti siano sullo stile di Piazza Navona in Italia e questo non potrà mai generare sviluppo.

 

D. In che modo la gente sta andando a votare, al di là degli interessi regionali e personali? Si può parlare di elezioni realmente libere e di una libera e cosciente partecipazione delle persone o è solo un voto di scambio, un “do ut des” altrettanto corale?

 

Il voto di scambio come lo intendiamo noi è una pratica molto diffusa in India, sebbene sia disincentivata, perché la gente ha bisogno e quindi i candidati girano addirittura con i soldi, dandoli alla gente. Si giustificano dicendo che la gente è povera ed il compito del politico è aiutarli. Al punto di vista ideologico non fa una grinza…Qui i politici girano con vestiti che regalano, con denaro versato, con pacchi di riso ed in questo senso le elezioni sono tutt’altro che democratiche. Le persone però stanno andando a votare nonostante ci siano stati gruppi terroristici come i Naxaliti nel Nord-Est che hanno minacciato chiunque fosse andato a votare ed invece si è registrato un 50% di votanti. Non è accaduto ugualmente in Kashmir dove ha votato soltanto il 25% degli elettori per via delle minacce dei separatisti. Un dato importante è stato il voto di oltre il 50% tra coloro che vivono nei campi profughi in Orissa, perché ormai i cristiani dell’Orissa sono costretti a vivere in questi campi e sono ritornati nei loro villaggi dove furono cacciati lo scorso agosto dai nazionalisti hindu ed hanno votato in massa. In questi casi si può parlare di voto libero, ma in altre “Indie”, no.

 

D. La riflessione standard degli indiani in questi giorni è che nessuno dei partiti otterrà la maggioranza assoluta e che in fondo è meglio così. Cosa ne pensi?

 

E’ vero, è una cosa positiva. Si evita che un partito, ad esempio quello del Congresso, e la sua dinastia Nehru-Ghandi governi per decenni e decenni. E’ un altro deficit di democrazia, questa gestione del potere così elitaria e familiare e quindi è sicuramente un bene che non ci sia una maggioranza, perché solo così si possono creare alternative di governo, si possono pungolare i governi a superare le crisi senza arroccarsi come è capitato al Partito del Congresso che si è alleato con i Socialisti quando i Comunisti sono usciti dal governo, minacciandone la caduta dopo l’accordo nucleare con gli Usa che ha aiutato l’India a rientrare nel contesto internazionale dopo molto anni di sospetto. Poi c’è da dire che i partiti regionali e quelli minori hanno il polso della situazione nei vari stati e quindi potrebbero rappresentare meglio gli interessi ed i bisogni di chi ci vive.

 

AMD




permalink | inviato da ilparoliere il 23/4/2009 alle 14:39 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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