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24 settembre 2009

Berlusconi, Chiesa e militari: la versione di Don Giorgio De Capitani

La versione di Don Giorgio De Capitani

 

Don Giorgio De Capitani nell’occhio del ciclone per le dure battute sui militari morti in Afghanistan racconta al Paroliere la sua versione sulla vicenda, su Berlusconi e sulla Chiesa. 

 

D. Tutto è contestabile: dalla missione alla guerra fino alle politiche dei governi, ma si può convenire che i soldati sono sempre esistiti, sono lavoratori ed anche se volontari non provano di certo piacere nel colpire altre persone?

 

DG. Quella frase era da considerare nel contesto preciso in cui è stata pronunciata. Mi spiego: qualche settimana fa mi hanno scritto gli operai del termovalorizzatore di Acerra mandati a casa paradossalmente dopo averlo inaugurato qualche mese fa e che in questo periodo sono stati abbandonati da tutti e mi hanno chiesto di pubblicare il loro appello. Mentre lo facevo si è verificato l’incidente di Kabul ed ho pensato a come tutti si preoccupassero solo dei militari a Kabul e non di tutto il resto: dai morti sul lavoro alla disoccupazione…Il confronto sembrerà paradossale ma è nato tutto da ciò. Poi c’è stata la parolaccia contro il ministro La Russa a seguito delle sue dichiarazioni e quindi l’Avvocato della Curia di Milano ha fatto rimuovere sia l’offesa al Ministro che l’articolo in cui c’erano le frasi sui soldati, ma ho avuto modo di ribadire la mia opinione.

 

D. Ora a freddo le ripeterebbe quelle frasi…?

 

DG. Adesso, al di là degli insulti e delle minacce che mi giungono, tanto che sono perfino sono sotto protezione della polizia, posso dire di aver pronunciato quelle espressioni in un momento sbagliato, in coincidenza con la grande emozione popolare per la vicenda. Poi qualcuno mi ha anche detto che la cosa più grave è stata quella di aver colpito la casta militare, tendenzialmente intoccabile in Italia.

 

D. Non avrà mica un’avversione per principio verso i militari?

 

DG. No, figuriamoci. Perfino quando è stato impiccato Mussolini, intervenne il cardinale per ribadire il fondamentale rispetto per i morti, figuriamoci per chi è laggiù e fa il suo mestiere. Sulla morte bisogna avere lo stesso rispetto per tutti, a maggior ragione per chi svolge un lavoro in condizioni molto rischiose…Non c’è l’avevo mica con i sei soldati morti o con tutti gli altri, ritengo solo che non si debba dare tanta importanza a questo, tralasciando le altre cose molto gravi.

 

D. Passiamo alle sue durissime reprimende contro Berlusconi. Perché questa avversione contro il premier? In fondo conquista ancora consensi, quindi la gente lo preferisce democraticamente…

 

DG. Innanzitutto io ho un concetto di democrazia diverso dal consenso. Berlusconi dice: “Ho vinto le elezioni, dunque faccio quello che voglio”. Non è così. Per me prima vengono i valori. Se 3 persone su 60 milioni credono nei valori, questi hanno ragione e gli altri hanno torto. Non è il consenso che fa la democrazia, altrimenti è finita. Io ce l’ho con Berlusconi perché incarna una politica che non condivido e non perché sia di destra, tanto che per esempio non condivido neppure le idee di Fini, ma lo considero una persona sincera e rispettabile. Berlusconi invece rappresenta qualcosa di diabolico perché ha riportato la morale, la politica, la giustizia, tutte in una propria unica dimensione. Tra l’altro io considero il capitalismo, una rovina e non accetto la legge del mercato, ma solo il mercato in funzione della democrazia. E comunque io avverso Berlusconi e con lui, la Lega. Io sono perfino nel covo della Lega e rischio nel parlarne contro, ma la Lega continua a raccogliere consensi perché parla alla pancia della gente, gioca sulla sicurezza e crea nella gente anche la paura verso l’extra-comunitario più onesto di questo mondo.

 

D. Converrà però che se le persone hanno visto nella Lega, un vero partito popolare, per certi versi anti-sistema, che fa presa fra la gente comune, fra gli operai, non le si può dare torto…

 

DG. E’ vero. Nel momento in cui è nata anche io ho pensato che fosse un partito capace di ascoltare le persone e capire le esigenze della gente nel totale vuoto politico di quel periodo, ma poi si è rivelata per quella che è, ovvero un partito che fonda la sua politica solo sulla paura e che individua il nemico dal quale proteggere la gente: l’extracomunitario, le moschee…Per il resto è un partito senza ideologia e quindi non ha futuro e non sono solo io a dirlo e scriverlo.

 

D. …Ed esiste ancora qualche partito che ha un’ideologia in Italia?

 

DG. Non ho vergogna di dire che sono di estrema sinistra, ma non mi identifico con nessun partito di sinistra e quando voto sono in enorme difficoltà, però la mia ideologia è orientata verso la sinistra evangelica. Se mi chiede per chi voterei, non saprei cosa rispondere…Oggi la sinistra non ha ideali, come la giustizia, l’ambiente…Dove sono a sinistra questi ideali?

 

D. Lei ha parlato di sinistra evangelica e ne ha avute anche per la Chiesa. In cosa contesta la Chiesa in riferimento alla questione sociale ed a quella morale?

 

DG. Ieri ho avuto la conferma da superiori che la Chiesa da due anni è in difficoltà, perché non ha avuto il coraggio di fare una scelta. Perché la Chiesa non contesta il Berlusconi più osceno, mentre lo fa e lo farebbe nei confronti di altre persone? Semplicemente perché ha paura di scegliere…

 

D. Adesso lo ha fatto…

 

DG. Suvvia…E un’ipocrisia! Lo ha fatto perché Berlusconi ha esagerato. Adesso magari, lo dico ironicamente, la Chiesa avverte Berlusconi e gli dice di calmarsi un po’, di frenare sulla questione scabrosa delle donne, così tutto può tornare a posto…Il premier non si può combatterlo sulla morale, perché la gente non potrebbe capire mai una battaglia di questo tipo, ma colpirlo sulla politica…La Chiesa invece continua a sostenere Berlusconi nella sua politica e gli contesta timidamente, con il fioretto, solo le vicende personali.

 

D. Ma perché secondo lei la Chiesa piuttosto che adoperare la sua forza spirituale per fare presa sulla gente, per predicare, dovrebbe impegnarsi a combattere Berlusconi? Non si rischia di offrire un ulteriore alibi alle mancanze spirituali della Chiesa, cercando colpe altrove?

 

DG. Io penso che come la politica non ha più alcun ideale, così anche la Chiesa è interessata solo a salvare lo zoccolo duro delle questioni morali e si tiene buono il governo per le diverse tematiche in ballo in questo periodo: dal testamento biologico alla pillola RU486, ma poi non colpisce il capitalismo, non sta dalla parte del popolo e dei poveri. Nella stessa direzione va l’ultimo documento sociale del Papa che condanna il mercato, ma non lo fa senza tanta decisione. Eppure in passato i comunisti, i marxisti sono stati scomunicati mentre i capitalisti, i ricchi, gli sfruttatori non hanno subito la stessa cosa. Sappiamo bene che il socialismo reale ha creato tanti guai, ma il capitalismo ha fatto altrettanto e lo si vede bene ora.

 

D. Non devo dirle io che è sempre esistita una certa differenza fra la Chiesa gerarchica e quella missionaria, quindi la Chiesa ha anche diverse sfaccettature e non è un blocco unico…

 

DG. Noi siamo in Italia. La Chiesa francese, per esempio, è più staccata dal Vaticano, ma qui il Vaticano esige che la Chiesa sia essere necessariamente più equilibrata, più ortodossa, ma il problema vero è che la Chiesa oggi è “disumana”, ha dimenticato l’uomo, perché bada solo alla legge morale, al preservativo, al testamento biologico. Oggi tutti mi contestano, soprattutto cattolici, ma chi mi difende sono proprio gli atei, gli agnostici che riconoscono in quello che dico, il prioritario rispetto dei valori umani. 

 

D. Sarebbe facile risponderle che gli atei, gli agnostici difendono i valori umani, ma lo fanno prescindono dalla fede in Dio che è comunque un impegno ben diverso…

 

DG. A me potrebbe teoricamente anche non interessare che credano in Dio quelle persone, ma è importante che almeno credano nei valori umani…E lo fanno. C’è tanta gente non credente che lotta La giustizia, l’ambiente, il rispetto per il prossimo. Se un cristiano credente rovina l’ambiente, ruba, froda, a cosa gli serve credere in Dio senza il minimo rispetto per i valori umani? E’ il valore dell’umanità la più grave perdita da contrastare.

 

D. A questo punto è lecito chiederle come si sente lei dentro la Chiesa in cui ha accettato di essere?

 

DG. Io sono contento di esserci e voglio rimanerci. Non sono utopista e riconosco che una forma istituzionale è comunque necessaria dentro la Chiesa. Tuttavia quando si è dentro ad un palazzo, si possono aprire le porte, le finestre, allargare le pareti, mentre se si è fuori non si può fare più niente. Io credo in questa Chiesa ma nella vera Chiesa, che è quella di Cristo, al di là dell’aspetto istituzionale. Se la struttura è priva di spirito, di anima, come sta accadendo oggi, allora l’intera istituzione e la sua missione ne escono indebolite. Ecco perché nel momento in cui bisogna battersi per i valori umani, non può esserci distinzione fra atei, musulmani...Lo dico sempre ai bambini: “Se un fiore è bello, siamo tutti d’accordo che sia bello, al di là della razza o della religione di chi lo dica”. Se la Chiesa inizia a dire no, a dividere, allora perde di vista i valori comuni. Se andiamo alla radice del Vangelo, notiamo che Gesù Cristo non è venuto per dettare regole, leggi, per fare religione come imposizione. Il vero Cristianesimo significa tornare alla radice, liberarsi della religione nei suoi aspetti più ottusi, cavillosi e tornare all’umanesimo perfetto, integrale. 

 

D. Lei ha detto di avere un contatto epistolare molto vivo con l’ex Arcivescovo di Milano, il Card. Martini. Ha avuto occasione di sentirlo in questo periodo?

 

DG. No, il Cardinale si trova in un momento delicato della sua vita e quindi non ho più avuto occasione di parlargli.

 

D. Sa che l’Arcivescovado lombardo ha preso fortemente le distanze da lei, che le sono piovute addosso critiche da molti ambienti. Non si sente isolato nella Chiesa e nella comunità?

 

DG. Sono tutte balle dei giornalisti. Io non ho avuto occasione di sentire il Cardinale, ma so che si trova nelle medesime difficoltà in cui mi trovo io. Il Cardinale è sotto ostaggio della Lega, come sapete tutti, per la questione delle moschee. Lo hanno definito “l’Arcivescovo di Kabul”! La Lega non vede di buon occhio il mio Cardinale, ma lui non sarà mai d’accordo con il mio spostamento, dandogliela vinta. Io esagero nelle parole, nel mio modo estremo di fare, ma in fondo lui la pensa come me. Nella Chiesa non mi sento isolato. Nella comunità che è molto piccola, politicamente ci sono tante persone in disaccordo, ma praticamente sono tutti con me, perché sanno quanto io tenga a loro.   

 

Angelo M. D'Addesio.

 


16 giugno 2009

Fiamma Nirenstein : “Iran al G8? Se ci sarà un invito ufficiale prenderò posizione”

 

Fiamma Nirenstein : “Iran al G8? Se ci sarà un invito ufficiale prenderò posizione”

 

Così la Vicepresidente della Commissione Affari Esteri del Pdl:”Il regime si impone con l’inganno e la violenza ed è inutile illudersi”. Sull’Iran al G8:”In caso di ufficialità prenderò la mia posizione liberamente come ho fatto per la visita di Gheddafi”.

 

D. In Iran elezioni palesemente irregolari, qual è la sua opinione in merito?

 

Sono state elezioni più che palesemente irregolari. E’ stata la dimostrazione che la teocrazia non può andare insieme alla democrazia ed infatti in Iran le elezioni non sono mai state in sé foriere di democrazia, anzi questi regimi impongono le elezioni per favorire poi soluzioni non democratiche. E’ già successo altre volte nel mondo arabo…Basti pensare ad Hamas o alle elezioni siriane di Bashar El Assad,  con la vittoria del dittatore con il 98%, così come toccò a suo padre e come poi è sempre spettata a lui. Il fenomeno realmente importante di cui dobbiamo renderci conto è la sfacciataggine con cui il regime di Khamenei ha gestito queste elezioni, ovvero non solo ha attribuito ad Ahmadinejad il doppio dei voti del suo principale contendente, ma ha anche attirato una percentuale di votanti altissima, così da far vedere al mondo che non c’è ballottaggio che tenga e che tutto si è svolto con la massima partecipazione. Il regime, insomma, impone Ahmadinejad con l’inganno e con la violenza e lancia un chiaro messaggio al mondo:”Noi facciamo quello che vogliamo e non ci interessa delle aperture e dei progetti di pace, noi siamo questo e così vogliamo rimanere”.

 

D. In tanti hanno attribuito questo risultato alla politica troppo accondiscendente dell’Occidente ed anche del nuovo presidente Usa Barack Obama…?

 

Perché dobbiamo sempre dare la colpa a noi stessi! Questo è il risultato della natura di un regime degli Ayatollah, assassino, liberticida e pieno d’odio verso l’Occidente. D’altronde Khamenei lo ha detto apertamente in campagna elettorale che sarebbe stato a favore del candidato più antagonista nei confronti dell’Occidente e così è stato. Poi possiamo fare delle considerazioni su Obama e dire che è stata una prova molto pesante per la sua mano tesa verso l’Iran e verso il mondo musulmano e che alla fine questi regimi rispondono sempre con la beffa e la violenza a quelli che sono pensieri di speranza che non hanno riscontro nella realtà dei fatti.

 

D. C’è la speranza che la mobilitazione di questi giorni potrà dare una scossa all’Iran e quindi far rivedere anche alcune cose?

 

Non cambierà niente. Proseguirà il solito regime che impicca donne, omosessuali oltre che dissidenti, seguiterà il programma per la bomba atomica, si proseguiranno i programmi di costruzione in parallelo e collaborazione con Pyongyang di missili di lunga gittata per avere sotto controllo non solo il Mediterraneo e tutte le terre circostanti, ma anche l’Oceano, minacciando anche gli Usa e non si fermeranno gli attacchi dell’Islam radicale e sciita di Ahmadinejad alla conquista del mondo che è poi la sua grande aspirazione sempre presente nelle sue dichiarazioni. Tutto è molto chiaro, poi c’è chi non vuol vedere ed illudersi…

 

D. La posizione dell’Italia e soprattutto la proposta peraltro non ufficiale di invitare l’Iran al G8 da parte del Ministro degli Esteri Frattini. Cosa ne pensa?

 

Non c’è nessuna proposta e quindi non dico nulla in proposito, anche perché manca al momento un reale invito. La mia impressione è che dopo questo risultato elettorale l’Iran è da prendere con le pinze, come lo era prima, perché sta costruendo la bomba atomica e viola i diritti umani. E’ un problema che non si presenta al momento e quando si porrà, così come mi sono espressa liberamente su Gheddafi, altrettanto lo farò nell’eventuale occasione di una proposta ufficiale. Ora non è il caso di attaccare nessuno, né di costruire castelli in aria. Io non ho alcun disegno politico e sulla base di quello che accade prendo delle posizioni che corrispondono ad una chiarezza morale che reputo indispensabile nella politica.

 

Angelo M. D'Addesio


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15 giugno 2009

EuroElezioni 2009: il punto sull’Austria di Micaela Taroni

EuroElezioni 2009: il punto sull’Austria di Micaela Taroni

 

Micaela Taroni, corrispondente in Italia dell’Austria Press Agency chiude lo speciale Europee e descrive l’avanzata delle destre in Austria e sulla paura immigrazione forte anche oltralpe.

 

D. L’impressione che si ha dell’Austria, sia per l’affluenza che per la ripartizione del voto, è quella di un paese assolutamente contrario all’idea stessa dell’Europa oltre che alle istituzioni. Perché questo atteggiamento conflittuale?

 

Dall’Europa dell’Est è partita un’offensiva forte degli euroscettici e l’Austria pur non facendo pienamente parte dell’est dell’Europa ha confermato la sua tendenza all’euroscetticismo. Il paese fa parte dell’UE solo dal 1995 ed ha approfittato molto del suo ingresso in Europa soprattutto sul piano economico, basti pensare che alcune regioni disagiate dell’Austria come il Burgenland hanno sfruttato notevolmente le sovvenzioni elargite dell’UE. Al suo quarto voto europeo comunque il paese si segnala per i suoi umori euroscettici se non proprio “eurofobici”,  basti pensare all’affermazione del candidato populista Hans Peter Martin che con il suo 18% si è affermato come terza forza del paese e tallona l’SPOe, che ha ottenuto il 23,8%. Martin porta avanti una forte campagna contro le potenti lobbies europee, ha dalla sua parte il tabloid Kronen Zeitung, che è il giornale più diffuso al mondo per rapporto lettori/abitanti, visto che ha quasi 3 milioni di lettori e che lo ha favorito in questa inattesa ascesa. Altra protagonista è la destra euroscettica dell’FPOe di Hans Christian Strache che con il 13,1% ha perso un po’ di voti per la concorrenza di Martin ed è rimasto al di sotto delle previsioni dei sondaggi ed anche il BZOe, orfano dell’altro leader populista scomparso Haider ha dimostrato di poter resistere e sopravvivere alla figura carismatica del suo capo.

 

D. Sul piano politico vince più l’estrema destra che i partiti tradizionali (sebbene l’Oevp abbia vinto ufficialmente le elezioni). Come mai questo crollo dei partiti tradizionali?

 

Il partito dei popolari, l’OeVP, resta il primo partito del paese, ma si è notevolmente indebolito e questo mina anche la solidità del cancelliere Werner Faymann, che è socialista, ma che deve far riferimento anche alla tenuta dell’ SPOe e dell’intera coalizione come base del suo governo. I partiti tradizionali entrambi al governo sono ambedue sotto scacco perché il terzo incomodo, il nuovo populista Martin si è affermato a sorpresa, con la complicità di un astensionismo molto forte, basti pensare che alle ultime elezioni i votanti in Austria erano solo il 42,4%, consolidando un trend negativo di disinteresse già confermato nelle elezioni europee del 2004, in cui la partecipazione si era collocata intorno al 42%.

 

D. Su cosa si è votato in Austria? Quali sono stati i temi fondamentali che hanno fatto pendere l’ago della bilancia verso le destre?

 

Indubbiamente un ruolo importante lo ha giocato il modello di immigrazione che non è solamente la paura dell’immigrazione non solo quella clandestina, ma anche quella regolare dai paesi vicini che tallona l’Austria con una forza lavoro più economica di quella austriaca e proprio la vicinanza con i paesi dell’Est aiuta questo flusso che è considerato come una minaccia occupazionale per gli austriaci. Altro tema è stata la campagna molto serrata contro la burocrazia di Bruxelles, in particolare contro le regole che sono imposte centralmente ed infine altro tema decisivo è stata la recessione economica che ha coinvolto anche un paese relativamente solido come l’Austria, basti pensare che anche in un settore pubblico relativamente forte come le poste e la banca nazionale austriaca si sta pensando di tagliare diverse centinaia di posti di lavoro.

 

D. Snoccioliamo i temi per volta. Esiste un problema immigrazione, per giunta non solo irregolare anche in Austria, soprattutto dall’Est…L’Austria sta dunque tendendo a chiudersi?

 

I partiti tradizionali non sono riusciti a mettere in luce i vantaggi che sono derivati dall’apertura delle frontiere dell’Est, ma anche dall’introduzione della moneta unica e dall’utilizzo dell’Euro sul mercato; anzi l’Austria è stata spinta da un vento di forte scetticismo contro una società sempre più multietnica con componenti islamiche, come l’emigrazione di un gruppo sempre più massiccio di turchi verso il paese. La stessa apertura dell’Austria verso l’Est che è stato un tradizionale punto di forza di questo paese, da sempre un ponte tradizionale fra Europa Orientale ed Occidentale, non viene più visto come potenziale di crescita per le aziende austriache che operano anche ad Oriente, ma come una minaccia per quanto riguarda il costo del lavoro o gli scenari economici degli altri paesi.

 

D. Che cosa succede adesso in Austria, ovvero come stanno vivendo adesso gli austriaci questo periodo di forte recessione e che cosa aspetta gli austriaci in questo 2009, sia sul piano politico che sul piano economico?

 

Sicuramente ci sarà un ulteriore indebolimento di questo governo perché il fatto che i socialisti siano tanto calati non rafforza la grande coalizione governativa. Il grosso interrogativo riguarda proprio il futuro di questi grossi schieramenti di estrema destra e quindi al di là del voto di protesta che sono riusciti a raccogliere e per cui sono stati premiati elettoralmente, bisogna vedere se potranno anche proporre un programma serio e propositivo che lasci da parte slogan populisti e xenofobi e che si concentri sia sul piano economico, sia su serie richieste di una riforma delle istituzioni europee che è un tema molto sentito e di grande attualità in questo momento in Austria.

 

Angelo M. D'Addesio.

 

 


14 giugno 2009

Lettera aperta al Ministro Frattini

 Lettera aperta al Ministro Frattini

 

Salve signor ministro Franco Frattini!

Ho letto stamattina le sue affermazioni vergognose sull'Iran mentre il popolo iraniano si brucia nelle piazze iraniane. Le sue affermazioni sono dichiarazioni di debolezza e di paura di cui il regime dei mullah non degna nemmeno di una pur minima considerazione. Signor ministro se oggi cadessero i soldati italiani e i giovani iraniani sotto le pallottole e le bombe iraniane una parte della responsabilità sarebbe anche sua.

cordiali saluti.


Karimi Davood.


Dichiarazione del Ministro degli Esteri Frattini, estrapolata da intervista al Tg5

 

“Noi siamo convinti che l'Iran sia un partner importante per stabilizzare Pakistan e Afghanistan. Noi confermiamo la volontà di avere l'Iran al vertice G8 di Trieste…Credo che ci si debba augurare da parte del presidente Ahmadinejad un ripensamento su alcune linee, in particolare quelle relative al Medio Oriente, ma anche quelle relative al programma nucleare''

 




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12 giugno 2009

Euroelezioni 2009: il punto di Jan Bernas sulla Polonia

Euroelezioni 2009: il punto di Jan Bernas sulla Polonia

 

Jan Bernas, corrispondente Apcom dalla Polonia, racconta le elezioni europee che sanciscono il definitivo tramonto dei Kaczynski e la vittoria sempre più forte dei liberali di Tusk

 

D. Iniziamo dal bassissimo dato di affluenza in Polonia. Ha votato solo il 27,4% degli aventi diritto, 4% in più rispetto al 2004, ma ancora pochissimi. Cosa significa questo per la Polonia e per il suo peso in Europa? E’ possibile da questo dato capire cosa pensano i polacchi dell’”occasione europea”?

 

L’affluenza è stata tra le più basse in Europa. Ma bisogna tener presente che la Polonia tradizionalmente ha livelli di partecipazione al voto tra i peggiori nel Vecchio continente. Purtroppo su tale aspetto influisce sempre la politica nazionale. E la profonda polarizzazione nel dibattito politico tra i filo-governativi del premier Donald Tusk e l’opposizione di Jaroslaw Kaczynski, fratello del presidente Lech, ha trasformato la consultazione europea in un nuovo teatrino di scontro su questioni, che spesso con l’Europa avevano poco o niente a che fare. Una situazione per certi versi, simile a quella ‘subita’ in Italia.

 

D. Piattaforma Civica è uno dei pochi partiti di governo che non solo non perde, ma addirittura stravince le elezioni doppiando gli avversari. Come mai questo successo così forte e da dove nasce questa spinta liberale in Polonia?

 

Più che di spinta liberale, che comunque resta largamente maggioritaria nel Paese, la vittoria di Piattaforma Civica premia la politica attendista e rassicuratrice del governo rispetto ad una crisi internazionale, che ha colpito solo in parte l’economia polacca, meno esposta verso l’estero rispetto a quella di Paese vicini come i Baltici, l’Ucraina o l’Ungheria. Non a caso, le stime di crescita per il 2009 parlano di un pil assai ridimensionato rispetto agli anni passati, ma ancora in positivo. Forse l’unico nell’Ue.

 

D. Dalle elezioni possiamo parlare di una sconfitta degli euroscettici ed in particolare dei Kaczkinski e dell’oltranzismo cattolico. Questo apre scenari nuovi nel contributo che la Polonia può dare in Europa?

 

Il concetto di euroscetticismo è stato largamente abusato per il caso della Polonia. È vero che i Kaczynski sono stati molto duri nei confronti dell’Europa e sicuramente poco ‘politically correct’ in numerose occasioni. Ma l’appartenenza all’Ue, la condivisione dei valori fondanti e del progetto comunitario non sono mai stati messi in discussione. La storia in Polonia ancora pesa. E il complesso di inferiorità rispetto all’Occidente e di accerchiamento nei confronti di Russia e Germania, continuano a influire sulla classe politica polacca. Di fondo, poi, c’è la naturale volontà di difendere i propri interessi nazionali su questioni fondamentali come il sistema di voto, i fondi europei o la solidarietà energetica.

 

D. Il voto in Europa avrà conseguenze anche sul piano politico interno, sia per il definitivo tramonto dei Kaczinski che peri risultati degli alleati al governo del PO?

 

Questa è la prima volta nella Polonia post-89 che un governo dà la sensazione di poter arrivare fino in fondo alla legislatura. Il divario tra Piattaforma Civica e il partito dei Kaczynski, Diritto e Giustizia, si è ulteriormente allargato. Questo non vuol dire però che il sentimento social-conservatore che i Kaczynski incarnano sia sparito nel Paese. A differenza degli ultra-cattolici o dei populisti di Autodifesa, i gemelli non sono una meteora della politica polacca. Detto questo, se Tusk e il suo governo riusciranno ad uscire indenni dalla crisi, dubito che vedremo tornare presto i Kaczynski ai vertici delle istituzioni polacche.

 

D. Se volessimo vedere il voto polacco in prospettiva internazionalista, potremmo dire che la Polonia guarda verso l’Europa ma soprattutto verso gli Usa e che quindi questa conferma di Tusk ha anche un sapore anti-russo?

 

La politica estera polacca ha attarversato due decenni, numerosi governi e coalizioni, restando pressochè invariata. L’Ue non offre alcuna garanzia di protezione a Varsavia. Anzi abbiamo visto che quando Paesi del peso specifico come la Germania si sono imbarcati con i russi in progetti energetici apertamente anti-polacchi – come il North Stream - la Commissione non ha potuto fare altro che abbasare il capo e bendire l’operazione. Non c’è un sentimento anti-russo a Varsavia. Ma resta un parner storicamente poco rassicurante. Non ci scordiamo che la Russia ha invaso tre volte la Polonia in poco più di un secolo, comandandola seppur indirettamente per 50 anni. Averla come ‘vicino di casa’ non è certo semplice. In tale contesto, gli Usa sono gli unici veri interlocutori della Polonia per quanto riguarda la sicurezza. Non a caso il progetto di scudo antimissilistico Usa è stato fortemente voluto dai Kaczynski prima e da Tusk ora. Finchè non si formerà una difesa comune europea, Varsavia guarderà a Washington come unico interlocutore per la propria difesa.

 

 

D. Si è detto che gli europei hanno votato essenzialmente su due temi: economia ed immigrazione. In che modo la Polonia è riuscita a fronteggiare questi due problemi e quindi a conservare una certa “tranquillità” di fondo senza derive estremiste?

 

L’economia polacca ha retto bene l’urto della crisi. La domanda interna è rimasta alta e la svalutazione dello zloty ha favorito le esportazioni. Il rischio di attacchi speculativi alla moneta sembrano ormai tramontati. Ora si attende solo la ripresa mondiale. La Polonia – come ha detto chiaramente la Banca mondiale – rischia di essere l'unico Paese ex-comunista membro dell'Ue e forse l’unico in tutta l’Unione a conoscere una crescita di segno positivo nel 2009. Per quanto riguarda l’immigrazione, la Polonia pur trovandosi sul confine dell’Ue non è soggetta ad ondate migratorie come siamo abituati a vedere in Italia, Spagna o Grecia. L’adozione di Schengen ha creato inizialmente problemi e preoccupazioni per la circolazione di merci e persone con l’Ucraina. Ma grazie a speciali facilitazioni, l’interscambio comemrciaei e sociale con l’ex-Repubblica sovietica sono rimasti assai forti.      

 

Angelo M. D’Addesio

 


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12 giugno 2009

Farhad Pezeshki:”In Iran le elezioni più coinvolgenti e vive degli ultimi anni”

Farhad Pezeshki:”In Iran le elezioni più coinvolgenti e vive degli ultimi anni”

 

D. Che idea si è fatto di queste elezioni in Iran. C’è stata una reale possibilità di contradditorio e di confronto fra candidati ed anche con gli elettori?

 

C’è stata una grande campagna elettorale, con molti giovani e tanta gente ogni giorno per le strade ed ognuno ha sostenuto il proprio candidato. E’ stata una campagna elettorale molto viva e vasta tanto che addirittura in tanti hanno parlato di “Carnevale elettorale”, a sottolinearne la vivacità. Per la prima volta una campagna elettorale ha visto un reale partecipazione degli iraniani, così che tutta la stampa non ha potuto fare a meno di sottolineare questo aspetto.

 

D. C’è stata una forte mobilitazione per il candidato riformista Mousavi. Chi è Mousavi e può essere un avversario credibile per Ahmadinejad che molti analisti danno già per vincente?

 

Ho parlato con molti esperti e nessuno riesce ad arrischiarsi sul nome di un vincitore al primo turno ed un giudizio netto su queste elezioni. Ci sono molti sostenitori sia per l’uno che per l’altro. Mousavi può essere certamente una forte alternativa, prima della rivoluzione è stato primo ministro per otto anni, guidando il paese nella guerra contro l’Iraq di Saddam Hussein ed è stato molto capace in quella prova, inoltre è un concorrente ormai assiduo del presidente in carica Ahmadinejad.

 

D. Che cosa potrà essere determinante nell’ottica delle persone per scegliere l’uno o l’altro candidato? Qual è il tema forte in Iran, oltre alle posizioni tradizionali?

 

La cosa più importante è l’economia, l’inflazione che, nonostante un forte guadagno con i ricavi per la vendita del petrolio a 100 dollari al barile, ha raggiunto livello massimi. Sarà sicuramente la recessione che giocherà una funzione importante nel voto.

 

D. Si potrà sentite il cosiddetto effetto Obama in Iran? Dopo le aperture del presidente americano al paese, potranno esserci anche nuovi scenari a Teheran?

 

Il discorso di Obama al Cairo, francamente non è stato molto seguito in Iran perché tutti erano presi dalla campagna elettorale e dai discorsi dei candidati. Ancora non c’è questo “Effetto Obama”, ma dopo l’Iran non potrà ignorare questa apertura importante da parte degli Usa.

 

D. Obama ha parlato della legittimità del nucleare per scopi civili. Ma noi occidentali possiamo credere al reale intento civile del nucleare, anche dopo le provocazioni anti-israeliane e l’appoggio ai palestinesi più duri?

 

Non c’è nessun secondo fine. L’Iran ha dichiarato più volte alla comunità internazionale che persegue l’arricchimento dell’uranio per motivi pacifici ed altri stati e l’Iran stesso in sintonia con loro ha sottolineato come l’Islam non consentirebbe l’uso della tecnologia per scopi bellici e violenti. Il nucleare dunque è cercato come un’occasione di crescita scientifica ma pacifica. C’è uan sorta di orgoglio nazionale degli iraniani che da troppo tempo si sentono esclusi, a differenza di altri stati, da un tipo di tecnologia molto utile sul piano energetico ed economico.

 

D. Si sta notando un forte divario generazionale fra vecchi e giovani in Iran: quali conseguenze potrà avere?

 

I giovani sono quelli che non hanno vissuto il periodo della Rivoluzione e costituiscono oggi la fetta più grande ed attiva della popolazione, visto che il 60% della popolazione iraniana è fra 20 e 30 anni. Chiedono più lavoro, miglioramenti economici, meno inflazione e soprattutto chiedono più libertà in molti campi.

 

D. Si può parlare di elezioni libere, alla luce anche del fatto che la guida suprema Khamenei appoggia platealmente un candidato, che si sono verificate comunque selezioni e restrizioni? Si potrà votare in trasparenza e sicurezza?

 

In Iran sono tanti anni che si vota sia per il Parlamento che per il Presidente. Ci sono sì delle preclusioni sui candidati che sono preventivamente approvati dal Consiglio dei Guardiani, ma comunque esiste la libertà di scegliere la persona che si preferisce e questa campagna elettorale è la testimonianza che ci sarà sicuramente una grande affluenza come notiamo dai media, da internet. Ci sono migliaia e migliaia di giovani che sostengono apertamente il loro candidato.

 

D. Forse è utopia, ma ci sarà mai anche dall’interno una nuova rivoluzione che cambi anche gli assetti istituzionali?

 

E’ troppo presto per parlare di questo. L’Iran ha una sua struttura ed un suo percorso di democrazia islamica ancora molto giovane e col tempo (molto tempo), potrà percorrere una strada diversa che però resterà diversa dalle democrazie occidentali.

 

 




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10 giugno 2009

Alberizzi:”Dalla Farnesina nessuna trattativa per il Buccaneer. Un dovere comunicarlo”

Alberizzi:”Dalla Farnesina nessuna trattativa per il Buccaneer ma bisogna comunicarlo”

 

Così il Corrispondente dall’Africa per il Corriere. “La Farnesina non vuole pagare ma è diritto delle famiglie saperlo”. “La pirateria muove grande interessi grazie a connivenze e paradisi fiscali”. 

 

D. Inizierei dalle parole del comandante del Buccaneer qualche giorno fa che lei ha raccolto. Che impressione ha avuto e come spiega queste dichiarazioni e la situazione che si è creata sulla nave e in Italia?

 

Al di là delle dichiarazioni del comandante che possono essere forzate perché dette anche in presenza dei pirati e quindi senza libertà di parlare anche per i presenti, c’è la chiara sensazione fra i presenti che non ci sia alcun contatto fra la Farnesina, la società armatrice ed i pirati e che quindi non ci esistano trattative. Tra l’altro la Farnesina ha chiesto anche il silenzio stampa che è immotivato perché è giustificato dal pericolo di deragliamento delle trattative, mentre io sono convinto che non ci siano proprio trattative e dunque neppure nulla che possa fallire. Invece la posizione dell’Italia e del governo attualmente è quella di non pagare alcun riscatto ed è legittima, ma va dichiarata anche alle famiglie ed infatti l’appello del comandante non era rivolto ai pirati, che non leggono di certo il Corriere della Sera, né seguono la Rai (e ci sono state infatti anche forti pressioni sulla Rai, affinché non pubblichi niente, facendo appello all’umanità, nel senso che qualunque pubblicazione o divulgazione possa far correre dei rischi ai prigionieri. Io ritengo attraverso i miei canali e le mie fonti che questo non sia vero e tutto ciò è abbastanza grave. Penso anche che i pirati siano molto irritati da questo atteggiamento di rifiuto della trattativa ed ora l’Italia non sa bene cosa fare, sicuramente è una scelta legittima non pagare, ma lo si dichiari. Si ha paura per le famiglie, o paura della società proprietaria della nave? Può essere possibile, ma non dirlo è scorretto nei confronti dell’opinione pubblica.

 

D. Oltre al normale gioco al rialzo del riscatto e della tensione dei pirati, pensa che la situazione possa diventare ancora più critica, con azioni ancora più eclatanti?

 

Francamente penso di no, anche se fra i pirati c’è una certa disomogeneità. C’è chi vuole azioni decisive, chi vuole pazientare, chi non ha il coraggio di spingersi in soluzioni eclatanti. Ad esempio una delle azioni eclatanti potrebbe essere affondare una delle due vettorine che trainavano il nostro rimorchiatore, perché il Buccaneer ha due vetturine, ed i pirati potrebbero pensare di affondarne una o addirittura entrambe piuttosto che compiere azioni nei confronti dell’equipaggio, come violenze o torture.

 

D. Un’ultima riflessione sempre sul Buccaneer. Si è parlato di spostamenti di alcuni ostaggi a terra e di movimenti vicino alla nave, voci credibili oppure no?

 

Io ho fatto le mie ricerche e pare che nessuno sia sceso a terra e questa potrebbe essere solo una dei tanti tentativi di pressione portati dai pirati.  La situazione non è molto chiara ma ho sentito degli stringer che mi hanno detto che non ci sono bianchi a terra e credo che ciò sia vero. Inoltre la nave militare San Giorgio controlla in modo stretto a poche miglia di distanza il rimorchiatore e avrebbe potuto intercettare eventuali movimenti o trasporti verso terra. Questa è una notizia finta divulgata per fare pressione sulla Farnesina e sulla società armatrice e credo infatti che non sia vera o che siano alcuni membri dell’equipaggio siano stati portati a terra e poi riportati a bordo.

 

D. Quanto la situazione in Somalia ritornata difficilissima influisce sulle azioni e sul controllo dei pirati sul mare?

 

Non c’è assolutamente alcun collegamento. I pirati sono in Puntland che è una regione abbastanza “pacifica” dove vige una pacificazione organizzata da banditi in stile far west nel senso che essi dettano legge e gestiscono eventuali conflitti mentre la guerra, i combattimenti, i morti ed i soldati non sono a nord ma a Mogadiscio ed al sud del paese. Nel Sud c’è un governo di transizione che si è insediato a Mogadiscio che ha un residuo controllo nella capitale ed in qualche città somala, ma che non ha in alcun modo il controllo del Puntland. Il Puntland ha un governo autonomo che in parte conosce i banditi, i loro spostamenti ed i loro metodi, le famiglie degli stessi mentre il governo che è a Mogadiscio non ha alcuna conoscenza di queste cose.

 

D. Non ci sono motivazioni di carattere politico che spingono i pirati al di là del banditismo puro e delle mire economiche su ditte e navi che operano nella zona?

 

Non c’è neppire alcun secondo fine politico nelle azioni dei pirati. I pirati sono solo dei criminali che agiscono per fini di denaro come riscatto e non hanno manifesti politici da sbandierare ma solo motivi economici e criminali da perseguire.

 

D. In che modo si potrà fronteggiare questa situazione. L’ONU ha più volte parlato di azioni forti e congiunte, ma non è accaduto nulla per frenare concretamente il fenomeno. Cosa si muove in questo senso, considerando che il fenomeno Pirateria è molto vecchio, se ne parlava già nel 2004 in molti mari ed era già in crescita?

 

La pirateria precedentemente era un fenomeno a livello familiare ovvero qualche famiglia decideva di riciclarsi nella criminalità in mare, ora invece è un fenomeno industriale e quindi è un artigianato perfezionato e diventato molto più complesso e più favorito. Il problema della lotta alla pirateria non si risolve bombardando qualche barcone o ammazzando qualche pirata o facendo blitz per liberare ostaggi. In realtà la pirateria si combatte nei centri finanziari molto grandi e comuni di Dubai, Londra, Zurigo, le Isole Vergini e molti altri paradisi fiscali dove c’è grande connivenza da parte dei governi. Mi è stato detto che il riscatto medio chiesto dalla pirateria di 2,5 milioni di dollari costa in realtà 7 milioni di dollari tra avvocati, mediazioni, piloti che paracadutano il riscatto, assicurazioni, riserve. C’è insomma una grande economia dietro la pirateria e quindi se si continua a pensare di combattere la pirateria identificandola nei poveracci che fanno i briganti nel mare della Somalia e nel Corno d’Africa, non si risolve nulla se non si giunge là dove vengono riciclati questi denari. Pare che l’anno scorso questo circolo vizioso ha fruttato da 100 a 150 milioni di dollari. Certamente questo denaro non è stato investito in Somalia dove non c’è nulla e non si può spendere una cifra di questo tipo perché non c’è nulla da comprare. Anche a Nairobi sono faccendieri esterni che vengono con valigie cariche di denaro comprano terre, palazzi, e su questo ci sono state inchieste di giornali locali ed e lì che va combattuta la pirateria, perché lì giunge il prodotto finale. E sono comunque cose difficili da scovare, perché quando un sorge un grosso palazzo qui a Nairobi, magari dietro ci sono coperture politiche ad alto livello o quando si riciclano soldi nelle Isole Vergini o nelle Isole Cayman, sicuramente c’è connivenza dei governi occidentali. La domanda la rivolgo io non ai lettori, ma ai politici: “Voi siete conniventi su questa cosa? Perché non abolite i paradisi fiscali, perché non bloccate le transazioni che provengono dai paradisi fiscali ed accettate non vengono fatte con nomi e cognomi precisi e non con società fantasma?”. Perché, è ovvio, manca la volontà politica.

 

D. Lei ha detto che ci sono poteri forti economici dietro al fenomeno e quindi probabilmente governi conniventi. In questa lotta di tutti contro tutti, chi vince il bottino, chi ci guadagna con questi soldi in eterno movimento?

 

E’ difficile dire con certezza nomi e cognomi di chi guadagna, ma sicuramente ci sono grosse compagnie multinazionali e politici che rifiutano di mettere sotto controllo i paradisi fiscali. Mi ricordo che qualche anno fa ci fu un vertice dell’Unione Europea in cui all’ordine del giorno c’era  lo stretto controllo sui paradisi fiscali ed il socialista e laburista Tony Blair impedì fortemente questo, perché Londra è il più grosso paradiso fiscale così come le isole sulla Manica. Il punto di domanda è perché Blair impedì tutto questo. Il motivo è che la Gran Bretagna e le società collegate ad essa in realtà da questi movimenti non controllati guadagnano moltissimo, per cui sarebbe inopportuno se non dannoso controllarli o abolirli.


10 giugno 2009

Euroelezioni 2009: il punto sulla Germania di Giovanni Boggero

 

Euroelezioni 2009: il punto di Giovanni Boggero

 

Freelance dalla Germania per diverse testate tra cui L’Occidentale ci parla delle elezioni che segnano forse il ritorno al comando pieno dei cristiano-democratici e dei cristiano-sociali per settembre, in piena recessione economica con il jolly Westerwelle sullo sfondo.

 

D. Il primo dato da segnalare riguarda anche qui l’affluenza ed è un dato importante perché in tanti consideravano queste elezioni un anticipo di quelle più importanti. Sono state sentite così o snobbate solo come europee?

 

B – E’ un trend consolidato da un certo numero di anni che l’affluenza alle urne alle europee  si aggiri intorno alla metà dell’affluenza che si registra alle elezioni federali. Questa volta si è persino battuto il record negativo del 2004, già pessimo del 43%, e si è toccato il 42,5%. Ciò è accaduto perché l’SPD per sua stessa ammissione non riesce a portare più tutti gli elettori a votare per un’elezione di questo tipo, mentre l’elettorato cristiano-democratico, tendenzialmente più anziano, si reca maggiormente alle urne; e così è andata che l’SPD si è fermata al 20,8% contro il 21% delle scorse consultazioni. Nell’anno delle elezioni federali questo fa ben sperare i cristiano-democratici perché l’SPD non riesce più a vincere ormai da molto tempo, in ultimo si pensi alle elezioni regionali in Assia tenutesi a gennaio e poi alla recente votazione per il Presidente della Repubblica; tutto fa pensare che il risultato delle elezioni federali sia già fissato con la vittoria della coalizione di CDU e liberali dell’FDP, per quanto entrambi i partiti non raggiungano ancora sulla base dei numeri attuali, il 50%. La Merkel si è infatti mantenuta molto prudente parlando con i giornalisti. La sua CDU ha comunque perso il 6% rispetto al 2004. Tutti i voti che l’SPD ha perso, al di là delle astensioni, sono andati ai Verdi che hanno sfondato abbastanza (12%), mentre il travaso non c’è stato verso l’estrema sinistra fermatasi al 7,5%, un risultato buono se confrontato con il 2004 quando Die Linke non esisteva ancora, ma deludente se si pensa che nei sondaggi di oltre un anno fa era data oltre al 10%. 

 

D. Altro dato importante è l’assenza di un voto di protesta. Die Linke a parte, che peraltro non sfonda, c’era la paura di una crescita del malcontento nell’Npd soprattutto all’Est. Nessuno sfogo da parte dei tedeschi?

 

B – I tedeschi esprimono solitamente la loro protesta non andando a votare. L’Npd ha ottenuto solo l’1% e non c’è stato neppure lo sfondamento della lista bavarese Freie Wähler che aveva fatto un exploit lo scorso settembre ottenendo il 7% nelle elezioni in Baviera e che presentatasi a livello federale non ha raggiunto neanche il 2%. Il sistema tedesco resta sostanzialmente pentapartitico, come da tendenza sorta ormai dal 2005 ed ovviamente la possibilità che le alleanze tradizionali (CSU-FDP e SPD-Verdi) tengano è legata a quanto Die Linke riesce a prendere in termini di consenso. Se Die Linke resta debole, le altre coalizioni riusciranno ad avere, l’una o l’altra, la maggioranza assoluta. 

 

D. E’ accaduto in Germania qualcosa di simile all’Italia, il partito di governo ha perso i suoi voti, ma sono rimasti al centro-destra, in particolare al Fdp, questo significa che saranno loro una futura forza di governo e magari Westerwelle potrà sfruttare il suo carisma?

 

B – Certamente Westerwelle non fa mistero di puntare al Ministero degli Esteri, anche se non lo dice espressamente. Comunque l’FDP ha preferito rimanere con le mani libere. E’ tornata adesso con la CDU e la CSU, ma si tiene pronta ad un’altra possibile alleanza: o un governo social-liberale, che però è impossibile con i numeri attuali estrapolati dai sondaggi, o un governo “semaforo” con SPD e Verdi. Tutte queste sono comunque prospettive da fanta-politica, perché allo stato attuale la Merkel resta molto forte e con la CDU primo partito chiaramente chiederà ed otterrà probabilmente il cancellierato. Con chi non si sa. Non è esclusa nemmeno una riedizione della Grosse Koalition.

 

D. In che modo il tema immigrazione ha influito sul voto tedesco, se ha influito come in buona parte d’Europa, alla luce anche della forte presenza della comunità turca e delle prospettive di esclusione della Turchia dall’UE, visto anche l’avanzare delle forze contrarie?

 

B – A differenza di altre elezioni dove l’immigrazione ha giocato un ruolo fondamentale, i riferisco ad esempio al caso dell’Assia, in questo caso non si è parlato né di Europa, né tantomeno di immigrazione, anzi si è parlato molto di crisi economica interna e del tema dei salvataggi statali di imprese e banche da parte del governo ed è lì che i liberali hanno guadagnato voti, soprattutto fra l’elettorato più liberista e meno statalista della CDU. Non si è parlato neppure di Turchia, che è sempre stato un tradizionale cavallo di battaglia dei conservatori più duri.

 

D. In Germania c’è stato il tormentone Opel. Ha fatto la differenza questo tema fra SPD e CDU nella grande coalizione per l’occasione divisa con la Merkel che ha vinto la sfida?

 

B – La Merkel si è inizialmente mantenuta nelle retrovie in questa querelle per Opel ed i proclami dell’SPD non hanno affatto giovato al voto socialdemocratico così che la Cancelliera ne è uscita incredibilmente rafforzata, e questo nonostante si sia fatto un grosso pasticcio, dovuto non tanto alla sua indecisione, ma ai logici contrasti di un esecutivo di unità nazionale emersi in modo molto forte in coincidenza dell’anno elettorale.  

 

D. Si è parlato poco di Europa, ma la politica economica e quella energetica sono fondamentali per il futuro della Germania. In questo campo ed in questo futuro c’è più Russia o più Occidente?

 

B – La Germania resta un grande paese dell’Europa Centrale ed Occidentale che guarda ad Occidente ma non trascura la Ostpolitik. La dimostrazione è nei movimenti del ministro degli Esteri Steinmeier che più degli altri ha curato  i rapporti con l’Est, ancora nelle scorse settimane facendo visita anche a Riga. Penso che il rapporto con la Russia sia saldissimo ed imprescindibile non solo sul piano strategico, ma soprattutto sul piano economico, la Germania però resta pur sempre nel mezzo, da una parte l’Occidente in cui la Bundesrepublik affonda le proprie radici e dall’altra parte l’Oriente, per il quale la Germania è da sempre un “porto quiete”. Negli ultimi mesi, soprattutto con il salvataggio dei paesi che stavano per fallire, come i paesi baltici o l’Ungheria, il dibattito si è fatto più serrato perché la Markel si è detta chiaramente contraria ad un salvataggio con soldi tedeschi di questi stati e questo fatto sottolinea anche una certa ambiguità della Germania verso il resto dei paesi orientali, anche perché a breve si andrà alle urne ed il suo europeismo è in questo momento molto vacillante. Inoltre fra poche settimane la Corte Costituzionale Federale si pronuncerà anche sulla legittimità del Trattato di Lisbona e questo segnerà un altro passo difficile nei rapporti fra Germania ed Europa e fra Germania e paesi dell’Est. Basti pensare che prima la Germania aveva appoggiato l’ingresso della Croazia nell’UE ed ora con la crisi economica che avanza, sta avendo molti ripensamenti.

 

D. Che cosa potrà cambiare nei numeri ma soprattutto nelle azioni di qui alle prossime elezioni, soprattutto nelle prospettive economiche per la crisi?

 

B – Le prospettive economiche sono grigie. Le esportazioni (vero motore di sviluppo per l’economia tedesca) crollano e il PIL si contrarrà di circa il 6% nel 2009; questo secondo le previsioni dello stesso Ministero dell’Economia; la disoccupazione potrebbe addirittura toccare quota 4 milioni e se la possibilità della famosa “settimana corta” induce le imprese a non licenziare molto, tuttavia i pacchetti congiunturali e le relative misure emanante a gennaio e febbraio dal governo non sono ancora del tutto entrate in vigore, ma alcune saranno effettive solo da luglio. Un anno molto duro attende quindi i tedeschi che dopo pochi mesi di ripresa economica e con le elezioni alle porte possono effettivamente trovarsi di fronte scenari imprevedibili: magari un governo ultrasocialista con un’alleanza all’ultimo momento fra SPD e Die Linke oppure un governo più liberista, più di quanto non lo sia stato quello attuale della Merkel. Sicuramente non ci si può aspettare una Thatcher in Germania, però tutto è possibile. Se comunque il risultato sarà chiaro e netto, più che nel 2005, allora gli scenari potranno essere anche più tersi e definiti rispetto a quelli in chiaroscuro della Grande Coalizione degli ultimi quattro anni.

 

Angelo M. D’Addesio




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9 giugno 2009

Euroelezioni: il punto di William Ward sulla Gran Bretagna

 Euroelezioni 2009: il punto di William Ward sulla Gran Bretagna 

 Il corrispondente per Il Foglio e Panorama, racconta le elezioni che sanciscono la disfatta di Brown, la vittoria dei conservatori e soprattutto degli euroscettici indipendentisti, secondo partito.

D. Esaminiamo prima di tutto il minimo storico dell’affluenza e quindi la totale disattenzione dei britannici per un voto che non era solo europeo, ma anche sul governo Brown

 

L’afflusso alle urne è stato basso come non mai anche perché le Europee tradizionalmente non interessano gli inglesi al pari di altre popolazioni o degli italiani stessi che vedono Bruxelles come la “manna dal cielo” per diversi motivi. In particolare il fenomeno più diffuso è l’astensionismo praticato dagli elettori tradizionali del Partito Laburista che sono rimasti in buona parte a casa, mentre gli altri partiti hanno mantenuto percentuali costanti di partecipazione e consenso, tanto che i Tory hanno vinto in quasi tutte le regioni dell’Inghilterra, inteso come paese del Regno Unito, tranne la regione nord-est, compreso il Galles che per la prima volta in oltre 150 anni ha visto i conservatori essere il primo partito. Il dato dell’astensionismo dunque è stato alimentato dalla vergogna degli elettori laburisti verso il loro partito. I liberal-democratici hanno perso circa 2 punti percentuali ma hanno tenuto in linea di massima.

 

D. Stupisce l’incredibile secondo posto dell’Ukip al 16%, il partito indipendentista britannico. E’ da interpretare come un voto di protesta o come una reale scelta di campo trasversale?

 

Se è una protesta giustificata da una rivolta contro i deputati che hanno “mangiato” sulle spese parlamentari, è alquanto paradossale esprimerla votando per l’Ukip sia perché in un sistema maggioritario secco l’Ukip non è presente comunque nel Parlamento nazionale ma diventa presente in un contesto completamente estraneo come il Parlamento Europeo, sia perché alcuni parlamentari dell’Ukip in Europa si già sono sporcati le mani e uno di questi eurodeputati è perfino in carcere per aver truffato sulle spese. Eppure sono stati premiati dall’elettorato. Questo voto si spiega anche con la grande diffidenza nei confronti dell’europeismo e delle istituzioni europee nella sua forma più ambiziosa. Sommando i voti dell’Ukip e quelli dei conservatori (che escono proprio in questi giorni dal PPE per coordinare una nuova formazione a Bruxelles e Strasburgo, con partiti marginali), più della metà dei seggi sono ostili all’Europa. A questi partiti dobbiamo aggiungere gli xenofobi di estrema destra del British National Party che sono per l’immediato ritiro della Gran Bretagna dall’Europa. Inoltre i Verdi presenti a Strasburgo non sono simili a quelli degli altri paesi europei e sono tendenzialmente contrari all’Euro.

 

D. Tutti questi partiti con le loro idee scettiche od ostili verso l’Europa, in che modo influiranno sull’Unione Europea?

 

Il ritiro del gruppo conservatore dal PPE sembra anche qui in Gran Bretagna un progetto abbastanza folle, non tanto perché la posizione iper-europeista di concentramento dei poteri a Bruxelles del PPE che la maggior parte degli inglesi non approva sicuramente, quanto per l’idea di separarsi da un eurogruppo tradizionale e consolidato per presentarsi con piccoli partiti impresentabili. Questo è un aspetto che ha penalizzato i voti conservatori e che cambierà molti scenari nel contesto europeo.

 

D. Niente elezioni anticipate, ma come è possibile ora per Brown rimanere a galla con un semplice rimpasto?

 

Brown resiste ma c’è una fortissima contestazione politica nei suoi confronti nel paese. Resta a galla con una grande disapprovazione ed è un tipico atteggiamento da “prima repubblica” in Italia, ovvero vuole unicamente mantenere il suo posto di governo per un periodo più lungo possibile. Un altro premier nelle sue condizioni non avrebbe esitato a dimettersi.

 

D. I  temi essenzialmente europei sono mancati ovunque, ma immigrazione ed economia hanno almeno influito su queste elezioni, più che altro per l’incidenza all’interno del paese?

 

L’economia resta un tema che crea allarme, ma stranamente nonostante la crisi abbia influito moltissimo in Gran Bretagna con un tasso di disoccupazione che per la prima volta in 25 anni ha toccato il 10% circa, lo scandalo della corruzione e delle spese parlamentari ha dominato su tutto. Perfino l’immigrazione che pure è un tema sentito dagli inglesi in grande misura non sembra però aver influito così tanto nel voto degli elettori. 

 

Angelo M. D'Addesio


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9 giugno 2009

Euroelezioni 2009: il punto sulla Francia di Alberto Toscano

 

Euroelezioni 2009: il punto sulla Francia di Alberto Toscano

 

Il corrispondente del Giornale da Parigi, rimarca la forte astensione dei francesi, il successo di un vero europeista come Cohn-Bendit e la forte crisi di identità delle sinistre da rifondare.

 

D. La prima riflessione d’obbligo riguarda la partecipazione. Come hanno partecipato i francesi a queste elezioni e cosa è cambiato se è cambiato qualcosa, nel loro “sentire europeo”?

 

T – Il tasso d’astensione è stato del 59,52 per cento, cifra che costituisce un record storico per la Francia in questo tipo di elezioni. Non è però un record assoluto: in altre consultazioni l’astensione è stata anche largamente superiore. I francesi votano meno degli italiani e inoltre le urne restano aperte per un periodo molto più breve. In occasione delle europee precedenti l’astensione era stata del 57,24 per cento: come si vede la differenza è scarsa per cui è difficile attribuire un significato politico a tale incremento dell’astensione. Per contro i media hanno seguito queste elezioni europee con un interesse enorme, senz’altro superiore a quello da essi consacrato alle precedenti consultazioni dello stesso genere.

 

D. Il dato più evidente che emerge è la vittoria peraltro costante dell’Ump di Sarkozy. Che cosa ha pagato nella politica del presidente francese?

 

T – Sarkozy e il suo partito (i popolari dell’UMP) hanno vinto e stravinto a paragone del disastroso risultato di cinque anni fa, all’epoca della presidenza Chirac. Questo ha permesso di raddoppiare (e più che raddoppiare) i seggi UMP all’Europarlamento. Lo stesso ragionamento (al contrario) va fatto per i socialisti, che cinque anni fa avevano il vento in poppa (pur essendo all’opposizione) e che oggi sono in profondissima crisi. La vera sfida di Sarkozy sono ovviamente le presidenziali della primavera 2012. Quella sfida è ancora molto aperta.

 

D. La grande sorpresa è in Europe Ecologie di Cohn Bendit, una formazione ai più sconosciuti. Chi sono, cosa rappresentano e da dove nasce il loro incredibile 16%?

 

T – Dany Cohn Bendit è un europeo convinto, che nel 2005 ha fatto campagna per la ratifica del trattato costituzionale europeo, al momento del referendum in Francia. Il suo colpo di genio è stato creare una lista di persone “figlie della società reale”, decise a parlare di due temi: l’ambiente e l’Europa. La crisi dei socialisti gli ha regalato uno spazio elettorale considerevole e lui ha saputo approfittarne.

 

D. Il Ps perde fino al 16%. Quali le responsabilità e quale futuro si presenta per la gestione Aubry, sempre insediata da diverse personalità rivali come Delanoe e Royal?

 

T – Il problema dei socialisti è di linea politica: finché resteranno ancorati all’idea del “blocco di sinistra” (con i comunisti e magari i trotzkisti) senza cercare un rinnovamento e senza modificare il loro linguaggio, daranno un’impressione “vecchia”, immobile. Certo il sistema elettorale francese a due turni (per le presidenziali e per le legislative) favorisce la creazione di due blocchi destra-sinistra, ma i socialisti hanno bisogno di dare segnali di rinnovamento e di cercar voti anche al di là del loro tradizionale schieramento. Altrimenti saranno sempre sottoposti al ricatto delle ali più radicali di quest’ultimo. Cohn Bendit ha vinto perché ha saputo impersonare il rinnovamento politico, mentre i socialisti hanno perso per la ragione contraria. Le questioni personali, come la confusione al vertice del PS, non fanno che aggiungersi a questa crisi di fondo.

 

D. Restano al palo le formazioni estreme. Nessun boom da parte di Le Pen, né da parte del Pcf o della nuova sinistra di Besancenot. I francesi non si sono lasciati prendere dallo spirito di contestazione come è accaduto in altri paesi (Olanda, Belgio, Danimarca)?

 

T – Questa considerazione è giustissima e mi stupisco del fatto che non venga generalmente formulata da molti media internazionali, oltre che francesi. Quanto a Le Pen, che aveva il suo punto di forza nella lotta all’immigrazione, paga in termini elettorali la determinazione di Sarkozy contro i clandestini.

 

D. Cosa portano in Europa i partiti vincenti. Ovvero come Sarkozy e Verdi influiranno in Ue?

 

T – Certamente. Il partito di Sarkozy sarà senz’altro più europeista dello stesso Sarkozy. I Verdi cercheranno di dar vita a un fronte ecologista-progressista al Parlamento europeo.

 

D. Avrà conseguenze politiche interne questo voto o resterà limitato agli scenari europee?

 

T - Senz’altro avrà conseguenze interne. Sarkozy esce dalla crisi e sta per rimpastare il governo. I socialisti devono rifondarsi per sopravvivere.

 

 

 

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· Invitando i nostri artisti a partecipare ad eventi che possano aprirgli nuove possibilità.

· Parlando e scrivendo di Korogocho

· Mantenendo i contatti

· Tornando a trovarci .

· Utilizzando questo conto corrente bancario per un vostro contributo:

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