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8 luglio 2009

La crisi in Honduras nelle mani degli Usa

La crisi in Honduras nelle mani degli Usa

 

Dopo la lunga giornata all’aeroporto Tocontin, dove l’aereo del presidente destituito Zelaya e quello dei suoi illustri accompagnatori non è mai potuto atterrare, ma dove migliaia di sostenitori accampatisi lì in attesa sono stati caricati e messi in fuga dalla polizia, in tanti hanno chiamato a gran voce l’intervento diretto di Barack Obama. Ed il presidente americano ha risposto con il volto e la diplomazia strong di Hillary Clinton, forse la persona più idonea ad indicare la “terza via” al paese centroamericano, quella che non riporterà né Zelaya alla presidenza, né Micheletti a conservare la posizione attuale. E’ molto più difficile nelle Americhe trovare una “soluzione all’africana”, con spartizione di cariche fra rivali o creazione ad hoc di figure istituzionali nuove, così il compito del fidato presidente del Costa Rica Oscar Arias, Premio Nobel per la Pace ed amico di vecchia data della Casa Bianca, sarà quello di preparare la strada per le elezioni anticipate e soprattutto di cercare un uomo di compromesso per il futuro del paese. I nomi già presenti sul nastro di partenza e già in piazza per probabili successioni sono quelli del liberale Elvin Santos e del leader della destra Porfirio Lobo Sosa, non propriamente vicini ai golpisti e non allineati alla rivoluzione bolivariana. L’attualità parla però ancora di scontri e tensioni, coprifuoco arbitrario ed esteso a molte ore della giornata e scioperi delle municipalità (a San Pedro Sula tutti i funzionari statali e locali si sono fermati per protestare contro la nomina a sindaco del nipote di Micheletti). La foto di Isis Obed Murillo, colpito alla nuca dal proiettile di un M-16 mentre manifestava all’aeroporto di Tegucigalpa ha fatto il giro del mondo ed ha creato le prime frizioni all’interno dell’esercito e del governo fra oltranzisti e moderati. Micheletti ha promesso una scrupolosa indagine ed un risarcimento alla famiglia, peraltro rifiutato, ma è poco credibile la sua immagine da moderato affiancato com’è da golpisti di mestiere ed estremisti come Billy Joya famigerato comandante dello squadrone della morte 3-16 durante gli anni della guerriglia dal 1984 al 1991, per giunta investito da numerosi mandati di cattura dall’Interpol, Adolfo Sevilla, ministro della Difesa, che ha definito Zelaya un bananero nelle mani di Chávez ed Ortega. In realtà a fare più paura è soprattutto l’inatteso isolamento commerciale e diplomatico del paese da parte dell’OSA e della comunità internazionale, con mancati approvvigionamenti alimentari ed energetici ed il ritiro di numerosi ambasciatori. Gli industriali prima vicini a Micheletti come anche i proprietari di grosse catene editoriali (La Prensa, El Tiempo, Televicentro) si stanno dissociando lentamente o hanno corretto il tiro, caldeggiando l’avvio di negoziati. Infatti giovedì Arias sarà accolto proprio da Micheletti, che porrà la condizione di non favorire il rientro di Zelaya, ma in cambio gli Usa gli chiederanno la tempestiva indizione di elezioni anticipate e la sospensione della militarizzazione.   

 

Angelo M. D’Addesio

 


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3 luglio 2009

Il Golpe in Honduras come nel Cile di Pinochet

Il Golpe in Honduras come nel Cile di Pinochet

La parola d’ordine di Micheletti nell’ultimo discorso di martedì era salvaguardare la democrazia ed evitare che l’Honduras diventasse una nuova Cuba, un nuovo Venezuela. Le poche immagini e le notizie che arrivano da fonti della cooperazione internazionale descrivono invece uno scenario che sta pericolosamente scivolando verso il Cile di Pinochet o l’Argentina dei generali e non è un caso che il coprifuoco emanato per 72 ore potrebbe venire prolungato per giorni. “Dopo la deposizione del presidente le manifestazioni sono continuate e da mercoledì l’esercito ha sparato sulla folla in alcune località vicine a San Pedro Sula. Ieri mattina c’è stato un sit-in presso il Parque Central e la polizia e l’esercito sono intervenuti con gas lacrimogeni, sparando e portando via decine di persone. E’ stata dichiarata la sospensione dei diritti civili e questo significa che non ci sono più garanzie, né limitazioni per chi è in stato di fermo e fra i catturati ci sono anche professionisti, avvocati, personale di amministrazione”. Sono alcune delle testimonianze che ci giungono dall’Honduras. “Famigliari ed amici non possono entrare nei centri di polizia, anzi sono minacciati e si parla già di persone incarcerate, spostate in località sconosciute, di gente che ha subito violenze fisiche o che risulta tuttora non rintracciabile”. I maggiori quotidiani appoggiati dalle grandi famiglie vicine al nuovo presidente, come La Prensa, El Tiempo, La Tribuna, ospitano i cortei a favore del nuovo corso e contro Zelaya, ma nascondono le proteste degli oppositori o le bollano come disordini di nemici ed infiltrati dal Nicaragua o dal Venezuela. Le poche radio, come Radio Progreso, la cui sede è stata distrutta (chiuse quelle di Canal 36 e Canal 8), trasmettono su ripetitori esteri. Le tv intervallano proclami del neo-presidente a novelas e gli unici veri contatti avvengono per mezzo dei social network o telefonicamente, elettricità permettendo. L’esercito presidia le centrali di energia elettrica dell’azienda statale e le interruzioni sono frequenti soprattutto nella periferia del paese. I paesi dell’ALBA con il Guatemala hanno annunciato l’interruzione di rapporti diplomatici e commerciali, mentre anche dall’Europa si sono levate voci contrarie al Golpe ed il nostro paese, insieme alla Francia e alla Spagna, ha richiamato l’ambasciatore per consultazioni. Oggi José Miguel Insulza, presidente dell’Organizzazione degli Stati Americani anticiperà il viaggio a Tegucigalpa, da solo, per sondare il terreno sull’annunciato ritorno nel paese di Zelaya nel fine settimana, ma non si sa da chi potrà essere ricevuto, visto che nessun membro dell’attuale governo ha sinora mostrato disponibilità. “Hanno assaltato gente anziana, giovani, disabili, senza distinzioni. Al momento c’è ancora disponibilità nei supermercati ma la situazione potrà peggiorare nei prossimi giorni, visto che ai pericoli già ordinari, ora si aggiunge l’anarchia totale nelle città. A Tegucigalpa c’è la stampa internazionale e la diplomazia e quindi un minimo di protezione, ma in altri luoghi del paese non giunge nulla…”. L’impressione è che il vero Colpo di Stato stia iniziando solo adesso.

 

Angelo M. D’Addesio

Da L’Occidentale del 3 marzo 2008

 


30 giugno 2009

Il canto del cigno di Nestor e Cristina

 

Il canto del cigno di Nestor e Cristina

 

L’Argentina volta le spalle ai Kirchner nelle elezioni legislative che proprio la Presidente Cristina Fernandez aveva voluto prima della normale scadenza ad ottobre, sicura di poter ottenere ancora un buon consenso per poter affrontare la difficile crisi nella seconda parte dell’anno. La sconfitta del Frente per la Victoria (il Partido Justicialista con i suoi alleati) invece è andata al di là delle attese proporzioni. Se a Buenos Aires la disfatta era comunque prevedibile, più inatteso è stato il tracollo del partito di governo nei distretti tradizionalmente favorevoli, da Cordoba a Santa Fe, da Mendoza fino a Santa Cruz, feudo di Cristina e Nestor Kirchner, ma soprattutto il governo ha perso la maggioranza sia alla Camera (115 seggi contro 142 delle opposizioni), che al Senato (34 seggi contro i 24 seggi della Coalición Civica della sinistra dissidente di Elisa Carriò ed i 14 della destra liberal-peronista dell’Union Pro). Nel distretto provinciale di Buenos Aires Nestor Kirchner era sceso in campo in prima persona, sfidando Francisco De Narvaez, pupillo del governatore Mauricio Macri ed ha perso di circa 2,5 punti contro l’imprenditore di origine colombiana. Nella città di Buenos Aires il bilancio è stato ancora più amaro per il candidatooficialista Heller, finito quarto dietro a Gabriella Michetti dell’Union Pro ed addirittura al regista Pino Solanas candidato indipendente della lista Proyecto Sur, suffragato con un sorprendente 24% dagli elettoribonaerensi . A Cordoba l’ex sindaco Luis Juez ha vinto la corsa al Senato, mentre il seggio senatoriale di Santa Fe è andato all’ex pilota e punta di diamante della destra moderata Carlos Reutemann che ha sconfitto il socialista Ruben Giustiniani al fotofinish. I veri vincitori di queste elezioni sono però essenzialmente due: Mauricio Macri, sempre più eminenza grigia dell’opposizione e Julio Cobos vicepresidente, eroe degli agricoltori dopo aver affossato la riforma agraria governativa, vincitore nel distretto di Mendoza con il 48% e fra i papabili per la futura presidenza. E’ difficile dire se le opposizioni ancora troppo disunite riusciranno a trovare un punto comune o proseguiranno nella disputa sull’eredità di Perón, ma queste elezioni confermano che Cristina non ha né la fama né la capacità, né tanto meno gli aiuti internazionali che fecero la fortuna di suo marito. Troppi gli errori della Presidente: dalle forzature sulla riforma agraria alla difficile gestione della crisi dell’industria fino all’esponenziale aumento dei prezzi ed alle cadute di stile, come le spese pazze per vestiti, oggetti di lusso ed aerei privati in piena recessione. D’altronde lo si è visto già dopo la sconfitta. Nestor si è dimesso da presidente del PJ, mentre Cristina divagando sul virus HN1 e sulla recessione, si è felicitata con tutti i nuovi rappresentanti del popolo…C’è chi ora paragona il governo di Cristina a quello di Allende, votato alla statalizzazione (dai Fondi pensione alle Aerolineas Argentinas, ma ora i piani cambieranno), al continuo ingrossamento del debito statale ed ora sotto scacco delle opposizioni. Un film già visto che gli argentini vorrebbero bloccare prima, ma non si sa come e con chi.   

Angelo M. D'Addesio
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29 giugno 2009

Honduras: ecco come si è arrivati al Golpe

Honduras: ecco come si è arrivati al Golpe

 

Mai golpe era così nell’aria da giorni, annunciato sia dal presidente che da diverse associazioni e fonti e puntualmente l’Honduras si è svegliato questa mattina senza il suo presidente Manuel Zelaya e senza energia elettrica per circa sette ore consecutive, sia nella capitale Tegucicalpa che nei centri periferici, con interruzione che proseguono in modo costante e con le tv che oscurano qualunque notizie, mandando in onda le partite della nazionale di calcio. Ieri mattina alle ore 5,45 locali l’esercito ha assaltato la Casa Presidencial, arrestando il presidente Zelaya, offrendogli un salvacondotto per il Costa Rica e destituendolo di fatto da ogni potere. Claudia una cooperatrice internazionale italiana a San Pedro Sula descrive la situazione:”E’ tutto abbastanza tranquillo, sebbene il Bloque Popular stia già organizzando le prime manifestazioni al Parque Central di San Pedro”, mentre sui possibili sviluppi del golpe dice che si sta preparando la possibile nomina presidenziale del presidente del Congresso Micheletti, una manovra comunque molto difficile perché ci sono tante divisioni all’interno del Partito Liberale del presidente stesso. Attualmente il presidente Zelaya si trova in Costa Rica dove ha accusato il comandante delle Forze Armate da lui destituito, Romeo Vasquez e gli altri membri del Governo di aver pianificato già da tempo la manovra golpista. E’ sempre il nostro contatto dall’Honduras ad illustrarci l’origine del colpo di stato. “Il presidente, forzando anche il Congresso, ha deciso di indire un referendum per la nomina di un’assemblea costituente con il compito di riformare la Costituzione e di favorire un secondo mandato presidenziale per le prossime elezioni di novembre. Il presidente ha schierato l’esercito per la riuscita del referendum ma l’esercito stesso si rifiuta ed il capo supremo viene deposto ma subito reintegrato dalla Corte Suprema de Justicia. Qualche giorno fa il presidente ha marciato con la popolazione sulla base area dove erano conservate le urne e senza scontri con l’esercito ne ha iniziato la distribuzione…Comunque Zelaya ha ancora appoggi nel paese, anche perché la folla che lo ha accompagnato durante la marcia di sulla base aerea era molto nutrita, a testimonianza del consenso che ha ancora fra la gente”. Il braccio di ferro ora si è concluso con la conferma della “legittima azione dell’esercito”, proclamata dalla Corte Suprema che potrebbe avallare quasi sicuramente la futura nomina mentre numerosi ministri e sostenitori politici del presidente risultano arrestati o ricercati e i militari presidiano le strade della capitale e le istituzioni nel paese. Molti paesi hanno condannato quello che lo stesso presidente Zelaya ha definito un rapimento ed una presa violenta del potere, su tutti Venezuela e Nicaragua che non escludono interventi diretti nel paese.

 


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8 giugno 2009

L’Europa dei tormentoni vota per i “coraggiosi” cavalcatori di paura

L’Europa dei tormentoni vota per i “coraggiosi” cavalcatori di paura

Abbiamo volutamente aperto con l’intervista ad Adriano Farano, stimato direttore di CaféBabel, lo speciale sulle elezioni europee perché di Europa non c’è stato veramente nulla in queste elezioni. Se avrete voglia di seguire le interviste ai vari giornalisti che vi racconteranno qualcosa in più dagli altri paesi oltre il nostro quartierino, noterete che tutti hanno votato sulla base di tormentoni ben definiti: in Germania sul dilemma Opel, in Gran Bretagna sulle spese pazze dei ministri di Brown, in Spagna sulle sfide alla morale cattolica troppo rischiose di Zapatero (l’ultima quella della pillola per le sedicenni). Solo in Francia Daniel Cohn-Bendit ha dato un 16% di speranza ai temi ambientali, alle energie rinnovabili…Non sarà Obama, ma forse è l’unico uomo credibile che ha avuto il coraggio di ammettere che non avrebbe parlato di Francia perché lui non era cittadino francese ma europeo e che da non francese, non si sarebbe candidato. Cinque europei su dieci ritengono l’Europa come una casta burocratica ed inutile ed un buon 20% dei votanti lo ha fatto con ignoranza, contestando i governi nazionali, magari a ragione, ma addossando ai medesimi anche colpe non loro: la crisi economica, l’euro, gli immigrati delinquenti e quelli lavoratori, la diffidenza verso lo straniero e così ha votato per chi dice cose che non potrà mai fare e che se si trovasse nella condizione di poter fare, porterebbe l’Europa (altro che Medio Oriente, Iran e Corea) sull’orlo di una guerra. Parlo del PVV olandese, dei fiamminghi belgi, dei nazisti del Bnp in Inghilterra, degli indipendentisti inglesi dell’Ukip secondo partito, del Fronte Nazionale francese, dell’estrema destra bulgara e danese. E della Lega…Perché pensate che bluffino? No, non bleffano. Tutti i loro seggi, circa 60, nella confusione di un PSE orfano di molti tedeschi, francesi ed inglesi, di un Pd ibrido e di un PPE senza conservatori, significano no alla Turchia, no ai tagli per le prebende agricole dal Lombardo-Veneto, no all’Euro per gli inglesi. No…E meno male che il partito del No era fatto da altri…Abbiamo ammazzato l’Europa o forse non ce ne frega più nulla. Non sogniamo altro che un comodo lavoro, un comodo lavoro con la nostra Noemi di turno. Evasione (fiscale) e distrazione (fisica). L’Europa però continua anche senza di noi. Ci piaccia o no, non si torna indietro. Solo i paurosi lo fanno e noi tremiamo dalla paura, anche se facciamo tanto i coraggiosi.

 

Angelo D'Addesio

 


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5 giugno 2009

L’Europa al macello sceglie gli estremi. Italia compresa.

L’Europa al macello sceglie gli estremi. Italia compresa.

 

Queste elezioni, consapevolmente o inconsapevolmente sanciranno un brusco ridimensionamento (se ancora ce ne fosse bisogno) del progetto europeo. Innanzitutto perché sia per la crisi economica che per campagne elettorale invelenite e con facce ormai abusate e vecchie, molti esprimeranno nel voto la loro sfiducia verso i governi nazionali o le loro più dirette opposizioni, lasciandosi andare alla contestazione. In secondo luogo perché l’istituzione Europa, un baraccone che ha accolto tutti solo per favorire ancora di più mercati finanziari e grovigli burocratici, è franato nei suoi scogli più fondamentali: immigrazione, progetti di difesa comuni, misure uniche per la recessione in corso e così facendo ha stancato quei pochi europeisti convinti che si asterranno o andranno a votare solo per dovere di cittadinanza. La conseguenza di tutto ciò la si vede nei numeri. Snoccioliamone alcuni. In Olanda dove è andato a votare circa il 44%, qualcosa in più rispetto alle precedenti elezioni, il risultato è stato un trionfo per il Pvv xenofobo, anti-islamico ed anti-UE di Geert Wilders è al 15,3%. In Gran Bretagna, l’Ukip, partito per l’indipendenza britannica e favorevole all’uscita del paese dall’UE è al 15% circa, mentre il British National Party è al 7% ma solo perché ha connotazioni più marcatamente ideologiche. In Germania la sinistra estrema del Die Linke è al 10% circa mentre l’Npd, il partito nostalgico dei nazisti all’Est potrebbe avere un picco del 5%, oltre la soglia che conta. In Francia il Front National di Le Pen ed il nuovo partito anti-capitalista e populista di Besancenot viaggiano tra il 6-7%. I paradossi più grandi sono poi in Austria dove l’FPÖ, di haideriana creazione è il terzo partito al 17% (il BZÖ, nuovo partito fondato da Haider è comunque al 5%). E in Italia. In Italia perfino i grandi partiti, pur di conservarsi i loro feudi di battaglia tifano per la Lega Nord, da sempre nemico giurato dell’Europa e sempre più regionalista e nazionalista e per l’Idv, specchio della frustrazione italiana contro i poteri forti e l’Europa è fra questi. Insomma il 6 ed il 7 assisteremo al macello definitivo di un elefante stanco ed invecchiato.




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11 maggio 2009

La destra abiura la multietnicità...Se lo può permettere?

 

«La sinistra aveva aperto le porte, la sinistra era ed è quella di un'Italia multietnica: la nostra idea non è così, è quella di accogliere solo chi ha le condizioni per ottenere l'asilo politico». Purtroppo questa volta la frase del premier non è un equivoco, ma l’orgogliosa rivendicazione di una chiara scelta politica, che unita alle proposte non ritirate, ma serie, di vagoni della metrò riservati a milanesi o immigrati di Salvini (per la cronaca a Foggia è stata creata un linea bis di autobus per gli immigrati per separarli il più possibile dai cittadini) o di vagoni riservati a donne per evitare palpeggiatori stranieri della candidata leghista alle Europee, Piccinni, sposta definitivamente il governo verso una linea di confine troppo rischiosa.

Innanzitutto il premier, quando parla di idea diversa dal principio di multietnicità, prescinde dalla regolarità o meno degli immigrati. E’ questo è un passo ulteriore rispetto alla giusta lotta all’immigrazione irregolare. Anzi sembra quasi che il diritto d’asilo venga considerato un’imposizione internazionale che non un reale diritto da garantire. Inoltre il premier e la Lega attribuiscono a questo punto la paternità di una società multietnica e di una stagione cosmopolita, aperta e globalizzata unicamente alla sinistra, mentre attribuiscono alla destra, un ruolo tradizionalista, conservatore e difensore dei confini non solo geografici, ma anche culturali ed etnici. A questo punto è lecito chiedersi all’interno del centro-destra, del Popolo delle Libertà e di tutta la galassia grandissima che vi orbita intorno, se esiste ancora una destra liberale, illuminata, che culturalmente ha superato, al di là dei proclami elettorali, il retaggio del conservatorismo puro, i vecchi dilemmi etnico-religiosi oppure se questa destra non c’è più ed al suo posto c’è invece qualcosa che appartiene, ahinoi, non tanto alle evolute destre europee ed occidentali, ma a formazioni più antiche e che credevamo obsolete, a semi-nazionalismi timorosi dei cambiamenti provenienti dall’esterno. Nel primo caso infatti, anche le più conservatrici ed identitarie destre occidentali si sono mai spinte a negare l’accettazione del principio di multietnicità, da De Gaulle alla Thatcher, dall’amministrazione Bush fino a Sarkozy, che hanno avuto linee tutt’altro che morbide, ma sempre sul piano politico, ma su quello socio-religioso o etnico e sarebbe bene far ritornare il Pdl verso questi modelli. Nel secondo caso, ovvero, se l’ispirazione governativa rifugge dagli esempi precedenti, gli unici possibili sono in Europa il Bzoe di Haider, il Fn di Le Pen, Diritto e Giustizia di Kaczynski in Polonia o ancora i gruppi politici che mirano a limitare determinati sviluppi etnici come il BJP in India o il nuovo African National Congress (peraltro di sinistra) di Zuma che ha imposto una sorta di “empowerment nero”, un privilegio di diritto dei neri rispetto ai bianchi. Sarebbe troppo provocatorio dire che queste posizioni così espresse in Italia suonano più di Forza Nuova o di Fiamma Tricolore che non di un grande partito dei moderati, dei cattolici e dei liberali, ma il rischio c’è. Che dipenda dalla Lega che ricatta con i suoi numeri, o dal desiderio di dissociarsi dal Presidente della Camera, o dalla sinistra, non sappiamo, ma sappiamo che se la destra rinuncia al patrimonio multietnico, dovrà fare i conti con un mondo che la isolerà, con altre destre che non potranno mai imitarla, pena la sparizione o l'anacronismo (pensate se l’Ump, la Cdu-Csu ed il Pp facessero così in Francia, Germania e Spagna o se i repubblicani prendessero questa strada negli Usa) e soprattutto con un momento storico in cui siamo 60 milioni, grazie proprio a questa commistione etnica che fa vivere piccole e medie imprese, rivitalizza l’agricoltura, sostituisce gli italiani nei lavori più umili, aumenta il fabbisogno di scuole, ospedali e quindi di sviluppo anche urbanistico ed abbassa la media di un paese vecchio, nonostante tutti gli sforzi per ringiovanirlo. Può permettersi il Pdl di rinunciare del tutto a solidarietà, multiculturalità e confronto e di considerarle un fastidio più che un’occasione? 

 

Angelo M. D’Addesio

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30 aprile 2009

Messico: diminuiscono i contagi, aumentano le colpe

Nel giorno in cui i dati su decessi, contagiati e controlli iniziano a recedere e ad assumere un valore maggiormente scientifico, il Messico si accorge di essere un paese meno pronto e moderno di quanto pensasse e forse il governo, impreparato ma anche allarmista oltre ogni misura inizia a prendere coscienza della forte responsabilità per le vittime che ci sono, per quelle che ci saranno ancora (speriamo poche) e per una situazione nazionale grottesca, dove perfino l’economia messicana già in ginocchio ora rischia di essere tramortita da questa batosta. Numeri ridimensionati, dunque, sia dal Ministero della Salute José Angel Cordova, sia dagli organismi sanitari messicani e globali che hanno parlato di 49 casi sicuri di influenza suina, sinora letale solo in 7 casi, mentre gli ospedalizzati per controllo sono 2.498. Questi numeri, se da un lato non sembrano l’espressione di una pandemia e neppure di un’epidemia mortale, dall’altro lato però non tranquillizzano più nessuno. La popolazione è stata “scottata” dai ritardi e dalle indecisioni della classe dirigente e quindi non sa se questi numeri siano frutto di realtà o ancora di palesi mancanze. Secondo i fatti, però, solo 14 stati federati messicani sono stati coinvolti dall’epidemia, ovvero meno della metà e sebbene siano tra i più popolosi (soprattutto il Districto Federal che è poi la zona metropolitana di Città del Messico), questo rallentamento dell’epidemia in una popolazione di circa 105 milioni di abitanti è un segnale di speranza, ma non per i messicani. Le file agli ospedali proseguono e così anche nei supermercati, dove la gente si è ammassata, facendo scorta per giorni, addirittura settimane. Gli uffici e le scuole continuano ad essere chiusi, e in chiese e stadi c’è ferreo divieto di frequenza; si sta addirittura litigando e dibattendo sull’interruzione dei trasporti pubblici a Città del Messico, cui si è detto contrario assolutamente l’alcalde Ebrard, e intanto ci sono proteste contro chi in sede UE, ha raccomandato di interrompere i viaggi in Messico. Nelle tv, sui giornali, il governo grida all’allerta ancora massima, tranquillizza sulla disponibilità di medicinali, ma in realtà sta dando fondo a molte risorse per coprire proprio questa grave carenza, soprattutto nella fornitura degli antivirali come l’Oseltamivir, indicato al momento come un antivirale teoricamente efficace e che alcune ditte farmaceutiche hanno garantito all’OMS di poter fornire: nel paese centramericano, questo medicinali o altri equivalenti iniziano a scarseggiare. Altri paesi sudamericani, come la Colombia ed il Brasile, si sono offerti di aiutare il Messico in questa difficile situazione, ma ciò che è più assurdo è l’assoluta mancanza di preparazione ad un qualsivoglia epidemia di influenza, anche senza varianti. Eppure la campagna informativa del governo, alla luce di un programma di prevenzione sanitaria di qualche anno fa, avvertiva del rischio di una forte epidemia che poteva colpire circa 200mila persone ed avere anche connotati di pericolosità per la vita. In un paese ad alto tasso di smog, di umidità, di forti escursioni termiche e con zone povere e prive di forme di monitoraggio sanitario costante su uomini ed animali, le normali probabilità vanno centuplicate. In questo il Messico è somigliato più ad un classico paese africano che ad un paese confinante con gli Usa.

 

AMD.

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26 aprile 2009

Correa chiede la riconferma e ripensa al liberismo soft

Elezioni che ha voluto lo stesso Correa, avendole previste nella nuova Carta Costituzionale approvata dal suo governo, dall’Assemblea Nazionale ed infine dagli ecuadoriani con il plebiscito del referendum popolare nel 28 settembre scorso (i SI hanno vinto con il 64% di votanti). Nella tornata elettorale in cui saranno nominati il futuro presidente, 124 membri dell’Assemblea Nazionale, 26 governatori provinciali e 221 alcaldes, Correa ed il suo Pais (Movimiento Patria Altiva i Soberana), corre praticamente da solo o contro sé stesso, la crisi economica che sta attaccando il paese ed i rischi di una politica eccessivamente improntata su petrolio, risorse naturali sempre più scarse e deficit pregressi. Gli avversari di sempre, l’ex presidente Lucio Gutierrez che nel 2005 fu messo in fuga dopo una rivolta popolare e l’imprenditore bananero Alvaro Noboa del Prian (Partido Renovador Institucional Acción Nacional), uno degli uomini più ricchi del Sudamerica (dedito ad attività filantropiche, ma accusato anche di sfruttamento minorile nelle sue numerose imprese) sono fermi rispettivamente al 12% ed il 13% contro il 49% del presidente in carica che ha bisogno del 50% più uno dei voti o semplicemente di un distacco del 10% con il secondo per evitare il ballottaggio. Solo a Guayaquil, la capitale economica del paese, Correa rischia di perdere ed infatti lì ha concentrato i suoi sforzi maggiori. I problemi del presidente sono altri. In campo politico due esponenti di punta di Movimiento Pais, Ignacio Chaùvin e Gustavo Larrea sono stati accusati di stretti contatti con le Farc e con l’ex ideologo del gruppo guerrigliero Raul Reyes e gli alleati del Conaie (la Confederazione Nazionalità Indigene in Ecuador) ha contestato duramente il governo per la Legge sulle miniere che consentirebbe lo sfruttamento delle risorse da parte delle multinazionali e per la scarsa attenzione al problema della terra e dell’ambiente. In campo economico l’Ecuador ha minacciato di uscire dalla Comunità Andina per via delle limitazioni alle esportazioni che Perù e Colombia vorrebbero imporre durante questo periodo di crisi ed il paese soffre molto per la diminuzione del prezzo del petrolio ed il costante aumento dei prodotti agricoli ed alimentari. La disoccupazione sta crescendo ad un ritmo dello 1,5% ogni trimestre con picchi vicini al 14% e l’inflazione fa altrettanto con un balzo del 7% dall’anno scorso. Correa ha detto di volere una grossa concertazione nazionale dopo le elezioni, consapevole di dover sanare la frattura con le rappresentanze indigene e dei coltivatori ma di dover anche preservare il paese da un vuoto commerciale ed industriale che lo isolerebbe. Insomma l’Ecuador non può permettersi un socialismo alla Chavez e Correa lo sa bene e sta cercando da buon economista di destreggiarsi con l’imprenditoria estera più moderata.  I rapporti con gli Usa però restano difficili e così con gli altri paesi sudamericani tranne nell’ALBA che ora vorrebbe darsi una nuova unità monetaria di scambio alternativa al dollaro, il Sucre. Le urne riveleranno il livello di fiducia di 10 milioni di ecuadoriani per il loro presidente, compresi per la prima volta sedicenni, stranieri residenti, militari e poliziotti in servizio attivo e detenuti in attesa di giudizio. Tutto in discesa per ora, la salita inizierà dopo. 

 

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18 marzo 2009

Funes presidente. Anche il Salvador sceglie la sinistra

Funes, 50 anni, sposato con tre figli, ex giornalista della CNN spagnola, cattolico e con la triste esperienza dell’uccisione del figlio in Francia alle spalle, ha vinto dopo una campagna elettorale estremamente pesante, con decine di feriti e due morti ed accuse personali di essere un fantoccio degli ex guerriglieri, una faccia pulita succube di Chavez ed Ortega ed un portavoce dei peggiori principi comunisti. “Oggi è la notte più bella della mia vita e voglio che sia anche la più grande notte di speranza per il Salvador… E’ l’ora del perdono e della riconciliazione”. Nelle parole di Funes c’è però la consapevolezza di chi non si apre ad esplosioni trionfalistiche ma chiama all’unità nazionale, anche perché il suo Esecutivo dovrà tenere conto della maggioranza relativa dei rivali di Arena, in coalizione con altri partiti, nell’Assemblea Nazionale e perché egli stesso si prepara a guidare il paese in un periodo di tensione sociale e depressione economica in arrivo.
I capitali degli emigrati salvadoregni non giungono più con frequenza dagli Usa al Salvador ed il paese è pervaso da una forte corruzione e dal grave fenomeno sociale delle Maras, bande di strada prima supportate da ragioni ideologiche, ma oggi bacino preferito di manovalanza per faccendieri e narcos, a cui i precedenti governi hanno saputo dare unicamente risposte di reazione militare.
Funes probabilmente rivedrà l’economia delle privatizzazioni, soprattutto bancarie, che ha caratterizzato questi anni, ma soprattutto dovrà scegliere fra il classico dilemma dell’America Latina: guardare agli Usa ed al Brasile, come modelli di liberismo sostenibile ed applicabile (lo stesso Funes ha detto di avere come esempio la gestione governativa di Lula) oppure affidarsi al petrolio di Chávez ed al gas di Morales e quindi al socialismo sudamericano del XXI secolo. Poi c’è la missione verità, ovvero l’inizio di una stagione giudiziaria che possa fare luce sui venti anni di guerra civile e di sopraffazioni militari che hanno portato alla morte di 75mila persone ed all’epurazione politica di molti oppositori costretti alla fuga o perseguiti in patria. La gente inizia a chiederlo, ma c’è ancora una metà del paese che si gira dall’altra parte e preferisce non pensarci più; d’altronde la gran parte degli apparati statali e del potere giudiziario appartiene alla vecchia generazione. E’ un inizio difficile, ma almeno è un inizio. Ora il Frente ha l’occasione di fare la sua storia, lasciando ai ricordi il tempo della guerriglia.


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