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Usa ’08: intervista a Marco Bardazzi

 

D. La notizia di questi giorni è l’endorsement di Colin Powell a Barack Obama.  Fa così stupore questo appoggio se si considera che Powell in fondo è sempre stato una “colomba”, a volte molto distante dalla linea tipicamente repubblicana di Bush e Rumsfeld?

 

M.B. In effetti non sono così convinto che si tratti di una stupefacente novità che cambi il corso delle elezioni e sono altrettanto convinto del fatto che non sposterà così tanti voti. Che Colin Powell fosse orientato ad appoggiare Obama lo si sapeva da agosto e c’erano voci che comparisse addirittura alla convention democratica, poi smentite; di certo non aveva alcuna intenzione di supportare McCain, con cui non è mai stato in ottimi rapporti. Anzi la vera sorpresa è stata vederlo schierarsi così tardi e c’è infatti chi lo ha accusato di aver aspettato che la campagna elettorale si spostasse a favore di Obama per fare questo passo. Un punto decisivo però lo mette a segno questo intervento, perché toglie definitivamente su Obama qualunque dubbio sull’inesperienza in politica internazionale, sempre rinfacciatagli dai repubblicani. Quando un segretario di stato, generale e diplomatico come Powell scende in campo apertamente dando fiducia  alla figura di Obama come presidente, è difficile smentirlo.

 

D. Obama adesso ha ricevuto il consenso di 55 quotidiani, fra cui il Ny Times, il La Times, il Washington Post, grandi nomi iniziano ad uscire allo scoperto. Non rischia adesso di sembrare più vicino al “palazzo” e meno alla gente che è stata la sua arma vincente e che in modo diverso è anche la nota positiva, magari un po’ più populista, della Palin?

 

M.B. Senza dubbio. Queste sono le elezioni presidenziali più interessanti e più divertenti. Ho visto anche le precedenti e non ricordo nessun endorsement di quotidiani influenti che abbia fatto la differenza. Anzi questi appoggi danno ulteriori armi a McCain per poter dire che Obama è il candidato prediletto dai media e non così vicino alla gente ed a tutto questo si aggiunge anche la ricerca dell’appoggio del popolo, su cui gioca lo stesso McCain, personificata in questi giorni dalla figura di “Joe the Plumber”. Il messaggio repubblicano è quello di un Obama distante dalla gente, che vuole tartassare la piccola e media impresa. Gli appoggi di media e giornali non danno un vantaggio reale durante la campagna, sebbene quando tendano a spostarsi tutti o in molti verso una direzione, vuol dire che stanno scegliendo, pesando l’umore della gente sempre più con Obama e sempre meno con McCain.

 

D. Nella logica della scelta dei vice, Sarah Palin è stata prima una sorpresa e poi un boomerang per McCain. Questa scelta può aver influito in modo negativo più di quella di Obama verso Biden che è stato assolutamente assente in questa campagna elettorale?

 

M.B. Non sono d’accordo che Sarah Palin sia stata un boomerang per McCain. Sarah Palin è un politico che avrebbe avuto bisogno di alcuni anni di esperienza, prima di giungere a questo ruolo sulla scena nazionale. E’ stata senza dubbio protagonista di alcune gaffes, di alcuni passaggi incerti all’inizio della sua candidatura, ma negli ultimi giorni della campagna elettorale si è dimostrata un candidato più solido, anche se forse ormai troppo tardi. Penso che senza la Palin, McCain sarebbe stato molto più indietro di quanto non lo sia oggi, perché la governatrice dell’Alaska ha provocato una scossa nella base dell’elettorato repubblicano, quella base che è sempre stata il punto forte di Obama. Nessuno aveva voglia di andare in giro a distribuire slogan e volantini per McCain, non c’era entusiasmo attorno a questo candidato. Sarah Palin ha fatto sì che questo entusiasmo si alimentasse, fra gli evangelici, fra le organizzazioni di volontariato e per un candidato che non ha avuto una macchina organizzativa enorme e ben collaudata come quella di Obama, è stata una mossa utile per McCain molto più di quanto lo sia stato Biden per Obama.

 

D. Nonostante il grande vantaggio di Obama, McCain ed i repubblicani restano sempre sugli scudi quando si parla di difesa, di sicurezza, di politica estera e quindi delle crisi con l’Iran, con la Russia. In fondo se si guarda all’influenza di Bush, il divario di 6 punti non sembra essere poi così pesante…

 

M.B. McCain ha preso le distanze, per quanto ha potuto, da Bush soprattutto sull’economia che è il tema che ha segnato la svolta di questa campagna in settembre (quest’anno non c’è stata la sorpresa di ottobre, ma la sorpresa di settembre), con il crollo di Wall Street. Sui temi come l’Iraq e gli scenari internazionali, McCain ha cercato di presentarsi per quello che lui è e per il profilo che ha; su tante cose non è in totale disaccordo con Bush, come d’altronde non lo è neppure Obama. Il vero problema è che in questa campagna elettorale, la politica estera non interessa agli americani, cui invece importa il crollo dei mutui, il calo dei posti di lavoro ed infatti tutti stanno andando alle urne con questa situazione in mente e non di certo pensando a quello che succede in Iraq, piuttosto che in Pakistan o altrove.

 

D. Abbiamo anticipato il tema dell’economia. Gli scenari dei politologi parlano di Obama paladino della classe media e di McCain uomo forte delle imprese, delle holding del petrolio e del nucleare. In questo momento chi teme di più il crollo totale, la società rappresentata da banche, assicurazioni, industrie o l’americano medio, alla luce anche di una presunta crisi che si ripercuoterà perfino sulle carte di credito?

 

M.B. C’è una situazione molto particolare che non è mai avvenuta durante le elezioni presidenziali. In questo momento hanno paura sia le grandi corporations americane, che normalmente sono vicine ai repubblicani, perché sono state travolte dalla crisi finanziaria e necessitano dell’aiuto del governo, che in un altro momento non avrebbero chiesto. Le banche ad esempio hanno bisogno di continue iniezioni di liquidità. Le piccole e medie imprese hanno paura, perché vedono restringere i rubinetti del credito e quindi devono ridurre il personale ed i posti di lavoro, rivedere i progetti in una prospettiva di forte crisi economica e di disfacimento. Di fronte a questo McCain perde uno dei vantaggi che i repubblicani hanno sempre avuto, ovvero la rassicurazione di parte degli elettori di alto reddito che temono l’aumento delle tasse, che i democratici portano con sé, o le stesse corporations, perché proprio questi ultimi credono che ci sia bisogno di un governo forte e quindi non disdegnano il cambiamento ed anche il vantaggio di Obama. La grande battaglia si gioca soprattutto sulla classe media, e questo, McCain lo ha capito troppo tardi ed ha cominciato a cavalcare il tasto in maniera populista con immagini perfette come quella dell’idraulico dell’Ohio.

 

D. In questo disastro economico, è difficile ora poter parlare di riforma dell’assistenza sanitaria, della scuola e dell’istruzione, aiuti ed incentivi alle imprese per motivi occupazionali…I candidati stanno rilanciando, ma come faranno al momento in cui bisognerà amministrare senza spendere?

 

M.B. E’ il grosso dubbio del momento sul quale tutti gli economisti si sono divisi. E’ chiaro che il 20 gennaio chiunque entri alla Casa Bianca, si troverà nella situazione di dover ridimensionare di molto i programmi e le promesse elettorali fatte in questi giorni. Le casse del Tesoro americano sono esauste, la guerra è costato ormai quasi un migliaio di miliardi di dollari, le riserve sono sempre più basse e si è dovuto tirare fuori una somma pari a 700 miliardi per il programma di salvataggio di Wall Street. Ci sono sempre meno soldi per quello che soprattutto Obama vorrebbe fare e quindi per tentare quell’intervento di ampio respiro sulla sanità, sull’occupazione e sull’incisività dello stato sociale, che da sempre è uno dei cavalli di battaglia della sua campagna. Come potrà fare conciliare tutto ciò con un’America sempre più a corto di crediti e di fondi sarà un test dei primi cento giorni della sua presidenza.

 

D. E’ iniziata la ridda di nomi per le possibili amministrazioni dei due candidati. Per Obama si parla di nomi come Hagel, come l’attuale segretario alla difesa Robert Gates, mentre McCain punterebbe su Liebermann e Zoellick. Dobbiamo abituarci a questa inedita commistione fra partiti per il comune scopo di superare la crisi oppure dopo le elezioni, i partiti torneranno sulle loro posizioni abituali?

 

M.B. La promessa dell’apertura all’avversario è sempre molto forte nella campagna presidenziale americana, come lo è nelle campagne elettorali di tutto il mondo. E’ una promessa che è stata fatta anche da Bush durante la corsa per il mandato di quattro anni fa ed è stata un promessa non mantenuta. I candidati di oggi sono entrambi candidati con un profilo bipartisan ed è vero per McCain che è sempre stato una spina nel fianco del suo partito ed è vero per Obama che riesce a raccogliere repubblicani insoddisfatti e Powell è uno di questi, così come anche Chuck Hagel. Per la prima volta potremmo vedere la sorpresa di esponenti del partito avversario in posizioni importanti nelle file dell’amministrazione democratica o di quella repubblicana.

 

D. A pochi giorni dal fatidico 4 novembre, mentre si sta già votando, se si dovesse indicare un punto forte ed un punto debole per ciascuno dei candidati, cosa si potrebbe dire?

 

M.B. Il punto forte di Obama è quello di aver creato intorno a sé un entusiasmo ed una macchina organizzativa che quasi sicuramente lo porteranno alla Casa Bianca. Essere riuscito a dare uno slancio agli americani in un periodo di generale pessimismo del paese sul futuro dell’idea stessa di America. Il punto debole di Obama è legato al fatto che resta in buona parte un candidato sconosciuto o quantomeno un’incognita. Io personalmente sono convinto che se al posto di Obama ci fosse stata Hillary Clinton, in questo momento e con tutto ciò che si è verificato, il suo vantaggio su McCain sarebbe stato di almeno 20 punti. Il fatto che Obama non abbia ancora chiuso la partita è insomma il suo vero punto debole ed è connesso ai tanti dubbi che gli americani hanno su di lui. Il punto forte di McCain di contro è l’essere arrivato fin qui battendosi praticamente contro due avversari: Obama e Bush. Ha fatto una doppia sfida elettorale perché essere il candidato repubblicano sulla scia del presidente meno popolare della storia, con una situazione pesante creatasi nell’ultimo mese è sicuramente difficilissimo. Il suo punto debole sta nel non essere riuscito a trovare un messaggio coerente, dopo averne cambiati tanti nel giro di queste settimana e la chiarezza e la coerenza sono un valore fondamentale in una campagna elettorale.

 

D. E sempre a pochi giorni, con distacchi abbastanza definiti e concordi, possono ancora avere un ruolo decisivo come negli altri anni, stati come la Florida, l’Ohio, il Colorado, la North Carolina per un eventuale rush finale?

 

M.B. Se dobbiamo credere ai sondaggi gli stati nominati non sono più in sospeso, ma Obama avrebbe addirittura dei vantaggi incolmabili in luoghi in cui sarebbe stato impensabile vincere, come la Florida e la Virginia, entrambe orientate a suo favore, così come anche l’Ohio, senza il quale nessun repubblicano si è mai insediato alla Casa Bianca. Il “se” è d’obbligo innanzitutto perché i sondaggi non tengono conto della popolarità del fenomeno Obama, la novità legata poeticamente alla sua figura ancora sconosciuta e non legata al passato nazionale, ma anche al suo essere afro-americano e non sappiamo se ciò potrà essere un fattore determinante al momento del voto. Insomma i sondaggisti non possono dirci quello che potrà succedere realmente sul campo. Obama porterà al voto un’enorme massa di giovani e di minoranze che altrimenti non avrebbero votato e sono fasce sociali che i sondaggisti leggono male, perché i sondaggi vengono fatti a campione sulla base della linea telefonica fissa, ma i giovani comunicano tutti con cellulari e con internet. Se dobbiamo, considerare tutti dubbi del caso, che i sondaggi siano veri, gli stati incerti sono pochissimi e la notte elettorale potrebbe essere molto breve e chiudersi prima ancora che chiudano i seggi nel Midwest.


Marco Bardazzi è corrispondente per l’Ansa da Washington dal 2000. Negli Usa si è occupato tra l’altro di tre campagne elettorali per la Casa Bianca, dell’11 settembre 2001 e delle guerre in Afghanistan e in Iraq, seguendo quest’ultima dallo
US Central Command (CentCom) a Doha, in Qatar. Nel febbraio 2007 ha realizzato un ampio reportage multimediale nella base di Guantanamo Bay. Il suo ultimo lavoro è “l’America che non ti hanno mai detto” edito da Società Editrice Fiorentina.

    

Pubblicato il 27/10/2008 alle 9.54 nella rubrica Il Navigatore Solitario.

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