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La crisi in Honduras nelle mani degli Usa

La crisi in Honduras nelle mani degli Usa

 

Dopo la lunga giornata all’aeroporto Tocontin, dove l’aereo del presidente destituito Zelaya e quello dei suoi illustri accompagnatori non è mai potuto atterrare, ma dove migliaia di sostenitori accampatisi lì in attesa sono stati caricati e messi in fuga dalla polizia, in tanti hanno chiamato a gran voce l’intervento diretto di Barack Obama. Ed il presidente americano ha risposto con il volto e la diplomazia strong di Hillary Clinton, forse la persona più idonea ad indicare la “terza via” al paese centroamericano, quella che non riporterà né Zelaya alla presidenza, né Micheletti a conservare la posizione attuale. E’ molto più difficile nelle Americhe trovare una “soluzione all’africana”, con spartizione di cariche fra rivali o creazione ad hoc di figure istituzionali nuove, così il compito del fidato presidente del Costa Rica Oscar Arias, Premio Nobel per la Pace ed amico di vecchia data della Casa Bianca, sarà quello di preparare la strada per le elezioni anticipate e soprattutto di cercare un uomo di compromesso per il futuro del paese. I nomi già presenti sul nastro di partenza e già in piazza per probabili successioni sono quelli del liberale Elvin Santos e del leader della destra Porfirio Lobo Sosa, non propriamente vicini ai golpisti e non allineati alla rivoluzione bolivariana. L’attualità parla però ancora di scontri e tensioni, coprifuoco arbitrario ed esteso a molte ore della giornata e scioperi delle municipalità (a San Pedro Sula tutti i funzionari statali e locali si sono fermati per protestare contro la nomina a sindaco del nipote di Micheletti). La foto di Isis Obed Murillo, colpito alla nuca dal proiettile di un M-16 mentre manifestava all’aeroporto di Tegucigalpa ha fatto il giro del mondo ed ha creato le prime frizioni all’interno dell’esercito e del governo fra oltranzisti e moderati. Micheletti ha promesso una scrupolosa indagine ed un risarcimento alla famiglia, peraltro rifiutato, ma è poco credibile la sua immagine da moderato affiancato com’è da golpisti di mestiere ed estremisti come Billy Joya famigerato comandante dello squadrone della morte 3-16 durante gli anni della guerriglia dal 1984 al 1991, per giunta investito da numerosi mandati di cattura dall’Interpol, Adolfo Sevilla, ministro della Difesa, che ha definito Zelaya un bananero nelle mani di Chávez ed Ortega. In realtà a fare più paura è soprattutto l’inatteso isolamento commerciale e diplomatico del paese da parte dell’OSA e della comunità internazionale, con mancati approvvigionamenti alimentari ed energetici ed il ritiro di numerosi ambasciatori. Gli industriali prima vicini a Micheletti come anche i proprietari di grosse catene editoriali (La Prensa, El Tiempo, Televicentro) si stanno dissociando lentamente o hanno corretto il tiro, caldeggiando l’avvio di negoziati. Infatti giovedì Arias sarà accolto proprio da Micheletti, che porrà la condizione di non favorire il rientro di Zelaya, ma in cambio gli Usa gli chiederanno la tempestiva indizione di elezioni anticipate e la sospensione della militarizzazione.   

 

Angelo M. D’Addesio

 

Pubblicato il 8/7/2009 alle 20.13 nella rubrica Pensieri nel web.

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